Macbeth, le cose nascoste - InEsergo

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24 Giugno 2021 - Teatro

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Macbeth, le cose nascoste
 
Iniziamo di botto con questa riflessione: cosa deve possedere uno spettacolo per essere un “buono” spettacolo, con quell’aggettivo, “buono”, che può apparire anche un poco vago e vacuo? Beh, per me un “buono” spettacolo dovrebbe arrivare direttamente a chi guarda, toccare i nodi più intimi delle persone e far percepire che ciò che viene rappresentato è di loro competenza. Come del resto vale per ogni “buona” opera d’arte.

Ecco, tutto questo mi è stato suscitato da una rappresentazione che ho visto circa un mese e mezzo fa a Milano (ci tengo a precisare di essermici recata appositamente) in uno dei maggiori teatri della città: il Piccolo. Sto parlando di Machbeth, le cose nascoste. Ora, i lettori esperti di teatro penseranno: “Macbeth. Shakespeare. Un classico sempre attuale!. I lettori che di teatro sanno un po’ meno esclameranno: “Mi piacerebbe essere abbastanza colto/a da poter apprezzare un classico della drammaturgia shakespeariana!”. I lettori che invece non si intendono affatto di teatro chioseranno: “Chissà che cosa incredibilmente noiosa!”.

In tutte e tre le opinioni sopraesposte c’è un fondo di verità (o di luogo comune?). Infatti, è verissima l’espressione (un poco ridondante e ormai simile a uno slogan detto quasi senza la minima criticità di pensiero): “Shakespeare è sempre attuale”. Il teatro shakespeariano, nonostante si collochi molto lontano dalla nostra contemporaneità, è costituito di personaggi di immenso spessore, grande complessità interiore e una caratterizzazione talmente profonda da poter essere definita “psicologica” ante litteram. I protagonisti shakespeariani ai nostri occhi appaiono molto umani, rendendo appunto Shakespeare sempre attuale.

Per quel che concerne il secondo e il terzo punto di vista, si tratta di due posizioni ahimè assai comuni. Molte persone non si sentono all’altezza del teatro e, in particolare, di certi titoli. È un fallimento del teatro, così come lo è il fatto che molti lo associno alla noia. Troppo spesso si portano in scena grandi classici con regie che, talvolta volendolo, altre no, pongono distanze con la platea che invece non dovrebbero esistere. Ne consegue che lo spettacolo risulta freddo, astratto, eccessivamente complicato e quasi irraggiungibile per lo spettatore che, a quel punto, comprensibilmente, si sente inadeguato o si annoia (entrambi meccanismi di autodifesa).

Ecco, Machbeth, le cose nascoste riesce splendidamente a non rientrare in quel novero di regie. Non solo sfata completamente il mito del titolo classico un po’ altisonante associato al tedio, alla pesantezza o all’incomprensibilità; fa anche in modo che Shakespeare risulti realmente attuale, ma non come sempre. I personaggi in questa regia meravigliosa di Carmelo Rifici sono raccontati in maniera unica e irripetibile. È impossibile agli occhi di qualunque spettatore non immedesimarvisi, non percepirne l’umanità, in quanto ogni aspetto è concepito per permettere a tutti i protagonisti di traslare la propria storia personale sulla scena.

Ogni componente della compagnia ha intrapreso un breve ma intenso percorso psicoterapeutico, indagando l'interiorità con lo scopo di trovare punti di contatto con il personaggio (o i personaggi) che avrebbe dovuto interpretare. Sulla scena si vedono comparire anche intermezzi filmati delle sedute o quantomeno momenti in cui gli attori escono momentaneamente dalla parte per mettere a nudo la propria introspezione, rendendo partecipe il pubblico. Risulta impossibile non sentirsi toccati: non sembra neppure più di assistere a uno spettacolo teatrale, pare quasi un’esperienza extracorporea, un viaggio interiore talmente intenso da possedere qualcosa di mistico e surreale. La genialità di questa regia si traduce soprattutto nel fatto che non si perde la classicità del testo e il filo della storia, non si esce veramente mai dalla cornice del Macbeth.

È comunque il Macbeth, il grande capolavoro di Shakespeare, una pietra miliare della storia del teatro, nulla si smarrisce. Si aggiungono però tanti altri aspetti umani e tangibili: traumi infantili, figure paterne ingombranti, rapporti interpersonali complicati, familiari e non, dinamiche lavorative spiacevoli, lutti, violenze e molto, molto altro. Qualcuno potrebbe definirlo innovativo. In realtà portare in scena temi tipicamente umani, affinché lo spettatore immedesimandosi possa conoscere meglio se stesso e “purificarsi” identificando le sofferenze come naturali, è un concetto tipico del teatro antico. La tragedia greca aveva esattamente tale scopo: la catarsi.

Gli attori coinvolti nella realizzazione di questo immenso lavoro sono numerosi e ciascuno risulta talentuoso, convincente e toccante. Ce n’è però uno che parla direttamente all’anima, che nella sua semplicità e purezza sa provocare letteralmente uno scossone all’interiorità. Parlo di Tindaro Granata, quarantatreenne di origini siciliane, che si contraddistingue, in questo spettacolo e in molti altri (tra cui alcuni scritti da lui stesso), per l’incredibile naturalezza e spontaneità. Tindaro riesce sempre a portare sul palco se stesso, traspare costantemente l’orgoglio per le umili origini, per la storia personale e familiare incredibilmente travagliata e intricata, per il duro lavoro che lo ha accompagnato lungo tutta l’esistenza e l’immensa gratitudine per una vita complicata che lo ha forgiato come uomo e come attore. Essendo la “sicilianità” sua parte integrante, in questo viaggio introspettivo, in questa rappresentazione più spirituale e a tratti ipnotica, respiriamo anche un po’ di folclore tradizionale. Di Tindaro sbalordisce che non cessi mai di raccontarci Macbeth e di essere un tutt'uno con Macbeth.

Per concludere, sicuramente l’idea registica alla base di Macbeth, le cose nascoste risulta davvero originale e a sé stante, difficilmente si può realizzare qualcosa di simile. Ma se non a questo lavoro è a questo genere di comunicazione che il teatro, tutto il teatro, dovrebbe cercare di rifarsi. L’unico modo per arrivare al pubblico è farlo ritrovare in ciò che vede: annullare l’inutile e dannosa distanza che talvolta il teatro mette tra sé e chi guarda.
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