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UVB-76, ovvero l’arte di parlare senza dire nulla… - InEsergo

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UVB-76, ovvero l’arte di parlare senza dire nulla…
  
C’è una stazione radiofonica russa che da cinquant’anni trasmette quasi ininterrottamente un suono afferente a un elettroencefalogramma piatto: un ronzio metallico, ossessivo, privo di melodia, senza significato. Si chiama UVB-76, anche se i radioamatori occidentali, con una certa inclinazione alla mitopoiesi, l’hanno ribattezzata The Buzzer, nome che sembra uscito da un fumetto gotico ma che appartiene al mondo plumbeo e militarizzato della Guerra Fredda.
 
UVB-76 inizia a trasmettere quando il mondo era diviso in due blocchi armati, convinti che la pace si mantenesse millantando l’annientamento reciproco. Il suo palinsesto è semplice fino all’idiozia: un brusio ripetuto con cadenza regolare, sorta di metronomo dell’angoscia. Ogni tanto, raramente, il ronzio si interrompe e una voce maschile legge una sequenza di numeri e parole (russe), scollegate da qualsiasi contesto intelligibile. Poi il fruscio riprende: nessuna spiegazione, nessuna introduzione, nessuna conclusione. Un puro fenomeno tecnico che si traveste da comunicazione.
 
Non si ha la minima idea di cosa serva ufficialmente UVB-76, ed è qui che la faccenda si fa interessante. Perché UVB-76 non comunica: segnala; non informa: incombe; non persuade: ricorda. Soprattutto ricorda a chi ascolta che dietro quel ronzio esiste una struttura di potere che funziona senza bisogno di farsi comprendere. Una presenza impersonale che non dialoga con l’uomo ma lo presuppone come variabile del tutto trascurabile.
 
Le ipotesi sul suo utilizzo sono molte, ma tutte convergono su un punto: UVB-76 non è fatta per gli esseri umani, bensì per le macchine e i protocolli. È un segnale che serve a dire che tutto è operativo, che la catena di comando è integra, che il dispositivo può entrare in funzione in qualsiasi momento. Il ronzio come battito cardiaco dell’apparato militare: finché pulsa, il mostro è vivo; se si ferma, è probabile che stia accadendo qualcosa di irreversibile. È il tripudio della tecnica che non tutela la vita ma ne amministra la possibilità di estinzione.
 
Ed eccoci al cuore della questione. UVB-76 non è affascinante perché misteriosa. È affascinante perché incarna in forma sonora il nichilismo realizzato: un mondo in cui il senso non viene negato, ma reso superfluo. La voce che ogni tanto emerge dal ronzio non spiega nulla, non dialoga, non argomenta, bensì legge, recita e scompare. L’essere umano, qualora se ne colga la fugace presenza nel gracchiante palinsesto, rappresenta l’appendice biologica di un apparato che non ha più bisogno di coscienza, intenzione o responsabilità.
 
È difficile non cogliere in tutto questo una dimensione metafisica rovesciata. UVB-76 è la teologia negativa della modernità tecnica: non dice cosa sia il potere, ma lo fa risuonare; non afferma un senso, ma mostra ciò che resta quando il senso svanisce. Il ronzio sembra semplicemente asserire «io sono qui. continuo. anche senza di te». Non è una minaccia, è un fatto.
 
Nel frattempo, generazioni di appassionati ascoltano, registrano, catalogano ogni minimale variazione del segnale. Ogni parola pronunciata viene sezionata, discussa, interpretata come un versetto apocalittico. Una costanza quasi religiosa che dimostra un fatto elementare: quando il senso viene meno, l’uomo non smette di cercarlo ma lo proietta. UVB-76 è una macchina perfetta per produrre trascendenza artificiale, una liturgia del vuoto in cui l’attesa sostituisce la speranza.
 
Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, la stazione ha mostrato un’attività anomala. Più interventi vocali del solito, parole isolate, sequenze apparentemente prive di logica, finanche trasmissioni musicali del tutto fuori contesto. Ogni volta, puntuale, si scatena l’interpretazione: segnali di guerra imminente, messaggi cifrati, avvertimenti strategici. Ma forse il punto non è cosa venga trasmesso: il punto è che venga trasmesso qualcosa. Che il ronzio si interrompa. Che l’apparato faccia sapere di poter parlare, senza però dire nulla. Una parodia perfetta della comunicazione contemporanea.
 
Ed è qui che l’ironia diviene amara. Mentre ci eccitiamo per una radio militare che gracchia nel vuoto, viviamo immersi in un universo comunicativo infinitamente più invasivo, pervasivo e manipolatorio. Smartphone, social network, notifiche continue, flussi ininterrotti di parole e immagini che ci parlano con voce suadente, ci promettono senso, appartenenza, identità. UVB-76 no. Non seduce e non consola. Ronza. Ed è proprio per questo che è ontologicamente inquietante: non chiede coinvolgimento, non pretende la nostra adesione emotiva. Esiste, e basta.
 
UVB-76 è ben più integerrima delle altre piattaforme radiofoniche. Non finge libertà, non promette comunità, non simula dialogo. È brutalmente sincera nella sua disumanità: trasmette perché deve trasmettere. Un puro segnale di potenza, la distopia di un mondo moderno retto su infrastrutture impersonali che prescindono dalla partecipazione umana attiva. Potremo illuderci che sia tutto sotto controllo finché il ronzio continuerà senza soluzione di continuità.
 Quando si fermerà, non serviranno commentatori, analisti o breaking news: il silenzio sarà l’unico messaggio rimasto. Forse solo allora comprenderemo che la radio non stava promulgando il mondo, ma già annunciando la sua assenza.


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