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Vincere non è l’unica lezione - InEsergo

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07 Gennaio 2026 - Cinema

Nel road movie tennistico “Il Maestro” la vera partita si gioca tra adulti e ragazzi
  
Vincere non è l’unica lezione
 
Recentemente sono andato al cinema a vedere Il maestro, film diretto da Andrea Di Stefano — lo stesso regista del pluripremiato L’ultima notte di Amore — presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025.

Se L’ultima notte di Amore è un grande noir urbano e notturno, Il Maestro si colloca negli anni Ottanta e si muove prevalentemente alla luce del sole della nostra Penisola, nobilitata da una fotografia che valorizza la bellezza delle coste italiane. In quel periodo il tennis non godeva certo dell’eco mediatico odierno: i nostri alfieri gravitavano lontani dalla top ten — Gaudenzi, Camporese, Pozzi, Nargiso — mentre oggi possiamo annoverare top player come Sinner, Musetti e Cobolli, oltre a essere freschi campioni di Coppa Davis.

Il protagonista è interpretato da Pierfrancesco Favino, il miglior attore italiano della sua generazione, qui nei panni di Raul Gatti: ex promessa inespressa del tennis nazionale, uomo irrisolto, segnato da una vita sregolata fatta di eccessi, bugie e rimpianti mai metabolizzati. A lui viene affidato Felice Milella, tredicenne del Sud Italia alle prime armi, interpretato con sorprendente naturalezza da Tiziano Menichelli. Per potersi permettere il coach Gatti, la famiglia del ragazzo è costretta a sostenere sacrifici enormi, coltivando la speranza di far emergere un piccolo campione “fatto in casa”. Il padre, ex allenatore del figlio, lo ha cresciuto tra regole, schemi e tatticismi, senza però riuscire a ottenere i risultati desiderati.

Raul e Felice partono così per una sorta di minitour, iscrivendosi a tornei minori lungo la costa adriatica. Il Maestro assume quindi anche le forme di un delicato road movie, dal sapore agrodolce. I momenti di maggiore tensione sono sapientemente bilanciati da episodi più leggeri, capaci di strappare più di un sorriso allo spettatore. Tra una partita e l’altra, i due imparano a conoscersi, nonostante i numerosi bocconi amari — non solo sportivi — che Felice è costretto a ingoiare. Il sodalizio iniziale non sembra infatti produrre i frutti sperati, anche a causa della condotta tutt’altro che irreprensibile del coach e di una verità che emerge progressivamente: Felice non ha di certo le stimmate del campione.

Il ragazzo appare visibilmente schiacciato dal rigore paterno che lo accompagna da anni e di cui porta addosso gli inevitabili strascichi. Raul, dal canto suo, non riesce a liberarsi dai fantasmi del passato che, lungo il viaggio, riaffiorano con prepotenza. Questa dicotomia conduce i due protagonisti ad avvicinarsi sempre di più, come poli opposti destinati ad attrarsi, insegnandosi a vicenda come stare al mondo. Fino a spingerci a una domanda inevitabile: chi è, davvero, il “maestro”? Di Stefano racconta tutto questo con dolcezza, misura e una classe che appartiene ai registi maturi. Tra i punti di forza del film spiccano inoltre la fotografia dal gusto vintage — capace di proiettarci pienamente negli anni Ottanta — e le musiche di Bartosz Szpak, che accompagnano con discrezione il viaggio dei protagonisti.

Il tennis, in fondo, è solo una metafora. Il discorso può essere facilmente traslato in altri ambiti: quello familiare, quello scolastico — a me particolarmente caro — e, naturalmente, lo sport in generale. Proprio da quest’ultimo vorrei partire, richiamando una delle esperienze che più mi hanno formato: a cavallo tra i due secoli sono stato arbitro di calcio. Ho visto innumerevoli giovani promesse calcare i campi della provincia cremonese, alcuni davvero talentuosi. Ma quanti di loro hanno fatto strada? Mai avrei immaginato, però, di dover ascoltare improperi, urla e insulti provenire dalle tribune, spesso proprio dalla bocca dei genitori, rivolti a me ma anche ai loro stessi figli.

Con le dovute differenze, è ciò che accade anche in Il Maestro: il padre di Felice, pur senza scadere in eccessi plateali, non riesce ad accettare l’idea che il figlio possa non diventare un campione. Lo sport perde così la sua funzione educativa e si trasforma in una ribalta genitoriale, sulla quale vengono proiettate frustrazioni irrisolte e ambizioni mancate.

Dinamiche simili si ripresentano quotidianamente anche a scuola, soprattutto quando un genitore fatica ad accettare insufficienze o una media voti inferiore alle aspettative. È un problema trasversale, che affligge il mondo dell’istruzione a prescindere dalle latitudini, come ho avuto modo di constatare confrontandomi con colleghi di diverse regioni italiane. Il lavoro del docente — che non può e non deve sostituirsi a quello del genitore — diventa così sempre più impervio. Le soddisfazioni sono poche, anche se quelle che arrivano, soprattutto dai ragazzi, ripagano di ogni fatica; i bocconi amari, invece, sono numerosi. Diventa allora fondamentale accompagnare gli studenti in un percorso di crescita nel quale il voto numerico rappresenta solo un tassello e non l’intera misura della persona. Impegno, educazione, curiosità e dedizione dovrebbero restare i veri parametri di valutazione per un docente, un coach, un genitore.

Il tutto e subito non è la soluzione, né nella scuola né nella vita, tantomeno nello sport. Un concetto che Il Maestro esprime con grande lucidità, relegando il tennis quasi in secondo piano rispetto a valori come fiducia, empatia e responsabilità. Il sorriso che Felice rivolge allo spettatore negli istanti finali, rompendo la quarta parete, è emblematico: ci suggerisce, con la tenera incoscienza della sua età, quale dovrebbe essere l’approccio più sano allo sport e, per riflesso, alla vita. Anche quando non arrivano né punti né partita.


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