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05 Febbraio 2026 - InterEssere

Come imparare a non sentire, senza accorgersene

Quando l’emozione resta dentro

Quando un’emozione resta dentro non è perché manchi, ma perché — da bambina — non aveva un luogo sicuro dove andare.

Chi cresce imparando presto a smussare, ridurre o nascondere ciò che sente raramente ricorda un episodio preciso. Non c’è una scena madre. C’è piuttosto una pedagogia silenziosa fatta di micro-segnali: quali emozioni venivano accolte e quali sorvolate, quali reazioni semplificavano la vita e quali la complicavano.

A un certo punto il corpo ha iniziato a fare i conti al posto tuo. Con una logica semplice e implacabile: se esprimere X genera tensione, allora Y — il contenimento — è la soluzione più conveniente. Non servono parole per impararlo.

Così hai capito che alcuni sentimenti erano permessi e altri no. Che il disagio metteva a disagio. Che rabbia, paura e tristezza andavano gestite con discrezione. Hai imparato a non essere troppo. E, come spesso accade, ti sei adattata.

Questo adattamento non arriva all’improvviso. È progressivo, quasi elegante. Si presenta come compostezza, senso pratico, autocontrollo. Come la capacità di calmarti prima che qualcuno intervenga, di ridimensionarti da sola, di restare operativa anche quando dentro sei in piena mareggiata.

Molte donne cresciute così non raccontano un’infanzia infelice. Al contrario: si descrivono come resilienti, autonome, emotivamente mature. Quello che più raramente si nomina è il prezzo pagato per questa competenza: una perdita graduale di contatto con ciò che si sente davvero.

Sopprimere non significa non provare. Significa interrompere l’espressione. Succede quando un bambino percepisce, nel tempo, che certe emozioni non trovano un approdo affidabile. Non serve un rifiuto esplicito: basta un contesto affettuoso ma affaticato, ansioso, distratto, emotivamente fragile.

Il sistema nervoso, che ha come priorità la connessione, impara in fretta. Se il disagio produce ritiro, tensione, minimizzazione o una sottile disapprovazione, il messaggio è chiaro: mostrarsi è rischioso. Meglio trovare un’altra strategia.

Dal punto di vista dell’attaccamento, è un adattamento intelligente: restare vicina regolando te stessa, anziché affidarti alla co-regolazione altrui. Col tempo questa strategia si trasforma in una regola interna: non sentire troppo, non chiedere troppo, non occupare troppo spazio.

Come il sistema nervoso impara a sovrascrivere l’emozione

Sul piano neurofisiologico prende forma un controllo dall’alto. Le aree deputate alla razionalizzazione e all’inibizione diventano molto attive. Impari a pensare le emozioni prima di sentirle, a spiegarle, a tenerle in ordine.

Nel frattempo, il corpo continua a parlare. Nodo allo stomaco, calore, urgenza, tremori. Ma quei segnali vengono attenuati, ignorati, archiviati. Non perché spariscano, ma perché ascoltarli sembra inutile o pericoloso.

Ecco perché molte donne cresciute così dicono: «Non so cosa provo» oppure «Mi sento sopraffatta, ma non so da cosa». Il corpo conserva emozioni da tempo, senza uno spazio relazionale dove poterle depositare.
Questo non implica necessariamente una trascuratezza evidente. Significa, più semplicemente, che in quel contesto sopprimere era più sicuro che esprimere.
 
Quando la sopraffazione diventa vergogna

Se ti è stato insegnato a gestire le emozioni in silenzio, sentirti sopraffatta non è solo faticoso: appare scorretto. Può attivare una vergogna profonda, la sensazione di essere esagerata, immatura, incapace di tenere insieme le cose.

Questa vergogna non nasce dal nulla. È un residuo di apprendimento. Il tuo sistema nervoso continua ad associare l’intensità emotiva al pericolo. Anche oggi, un’emozione forte può riattivare lo stesso messaggio interno: questo non è consentito.

Per questo la sopraffazione viene vissuta come un fallimento anziché come un’informazione. Il riposo sembra un premio non meritato. Chiedere aiuto appare come un’espansione indebita. Non stai affrontando solo ciò che senti, ma la cornice di significato che il tuo corpo ha costruito attorno a quel sentire.
 
Segnali di un’emozione che non ha avuto voce:
Difficoltà a nominare ciò che si prova.
Sensazione di distacco o intorpidimento emotivo.
Tendenza a razionalizzare o minimizzare il disagio.
Perfezionismo, iper-responsabilità, evitamento del conflitto.
Sintomi somatici senza causa medica chiara (tensione, cefalea, disturbi gastrointestinali, affaticamento).
Vergogna quando l’intensità emerge
 
Effetti collaterali nelle relazioni:
Fatica a chiedere aiuto o a riceverlo.
Comunicazione emotiva ridotta, intimità compressa.
Compensazione cronica: essere “quella forte”.
Passivo-aggressività o esplosioni improvvise quando la regolazione cede
 
Tornare in contatto: meno forza, più precisione

Ristabilire connessione emotiva non richiede gesti eroici, ma attenzione costante.
Osservare senza giudicare
Nota i segnali corporei (respiro, tensione, calore) per 30–60 secondi.
Dare un nome semplice
«Sento ansia», «Sento tristezza». Le etichette basilari regolano più di quanto sembri
Radicamento
Tecnica 5–4–3–2–1 o respirazione lenta (4–6 secondi).
Micro-esposizioni emotive
Condividere poco, ma con persone affidabili. Gradualmente
Scrittura somatica
Corpo → sensazione → pensiero → comportamento. Breve, frequente.
Pratiche che rimettono nel corpo
Camminata consapevole, yoga dolce, body scan.
Allentare l’autosufficienza
Pause, delega, confini. Non come concessione, ma come riequilibrio.
Ripetizione e gentilezza
La riconnessione non è lineare. I piccoli progressi sono già un cambiamento.

In conclusione

Riconnettersi alle emozioni non significa diventare travolte, né perdere controllo. Significa restituire al sentire il suo statuto originario: non un ostacolo da gestire, ma un’informazione da ascoltare. Non per essere più emotive, ma più presenti a se stesse.
 
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