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L’uomo e la tecnica - InEsergo

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19 Gennaio 2026 - Attualità

Riflessione minima e attuale sull’essenza nichilista della tecnica
 
L’uomo e la tecnica
 
C’è stato un tempo in cui ho provato grande interesse per la saggistica prodotta tra le due guerre mondiali. Si trattò in effetti di un periodo cruciale nella storia della civiltà occidentale, in quanto la Prima guerra mondiale aveva chiarito in modo pratico e definitivo una evidenza di non poco conto, e cioè la cosiddetta morte di Dio, preconizzata da Nietzsche nel noto aforisma 125 di La gaia scienza nel 1882. Ad annunciarla era un uomo folle con una lampada in mano in un mercato, il quale però diceva anche: “Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada…”.
 
Orbene, dopo la Prima guerra mondiale era chiaro a tutti che ad occupare il posto di Dio era arrivata la TECNICA: la nuova fede che offriva il destro, per il tramite del progresso scientifico e tecnologico, a una volontà di potenza tutta umana, svirilizzando e disseccando il sacro (anche non confessionale). La forza per la forza, l’esaltazione per l’esaltazione, la negazione della trascendenza. Non è un caso che in quegli anni la società si fece di massa e il culto politico si fece dittatura, perché la tecnica, per chi ne aveva accesso a livello di grandi capitali, permetteva di inviluppare l’uomo in una gigantesca ragnatela fatta di comfort e di minacce psicologiche al posto di bastone e carota, col drammatico paradosso del gioco a somma zero: dove aumenta la tecnica, diminuisce l’umanità.
 
Molti autori si interrogarono sul tema (Spengler, Jünger, Heidegger, Evola, Guenon), individuando lo spettro della fine della nostra civiltà, il cosiddetto Kali Yuga, secondo una concezione ciclica della storia. Gli anni in cui avanguardie come il Futurismo di Marinetti immaginavano di integrare l’uomo e la tecnica rivoluzionando le arti erano stati catapultati dalla Prima guerra mondiale in un passato improvvisamente preistorico e ingenuo. Se ancora nel 1915 l’aristocratico prussiano Manfred Von Richthofen, meglio noto nell’immaginario popolare come il Barone Rosso, poteva definire il duello aereo con l’apparecchio bardato di insegne come la riproposizione in chiave moderna del duello cavalleresco, ecco che la guerra di posizione nelle trincee rendeva chiaro che il soldato stava all’artiglieria pesante come la formica al nostro piede. E il concetto di eroe passava improvvisamente da colui che compiva l’impresa a colui che moriva nel tentativo di compierla. La Seconda guerra mondiale fu ancora più esplicita coi bombardamenti sulle città italiane e, ovviamente, con le bombe atomiche su quelle giapponesi. Rimane indelebile per me la conversazione avuta con un reduce italiano di El Alamein: abbiamo perso perché gli inglesi avevano il “ferro”.
 
Finito il secondo conflitto, la questione si allarga: la tecnica al servizio dell’ideologia del profitto capitalista diventa definitivamente vettore ideologico per trasformare l’uomo in consumatore, con il corollario indispensabile della propaganda e della psicologia sociale, leve che si erano allenate in campo politico per poi rovesciarsi con una violenza incredibile in economia. Tutto qui: se sul piano personale possiamo considerarci figli di Dio, sul piano culturale siamo figli della tecnica e del consumismo.
 
Altri filosofi più recenti si sono occupati della tecnica (Severino, Galimberti, Foucault), mentre sul versante del consumismo restano impareggiabili, anche per la pregnanza e l’accessibilità comunicativa, le considerazioni di Pier Paolo Pasolini. La tecnica non è mai neutrale, per il semplice fatto che chi la possiede non lo è: la tecnica è strumento al servizio di obiettivi altrui, con l’aggravante di possedere una specie di dinamicità intrinseca che provoca modifiche non solo comportamentali, ma anche di strutturazione del pensiero. Sembra banale, ma frigorifero, radio, televisore, lavatrice, telefono e automobile, per non dire della rete, in ogni famiglia non corrispondono solo a incrementi di comfort, ma a mutamenti di paradigmi percettivi della realtà. I quali, va detto, sono indotti da chi ha interesse a muovere i fili del sistema. Ma la cosa agghiacciante è che, se nell’era del boom economico l’incremento di comfort corrispondeva a un incremento di potere d’acquisto, i tempi attuali ci presentano il conto alla rovescia, perché il potere d’acquisto nella società globale è ridotto ai minimi termini. Un iPhone costa più di mezzo stipendio, un’automobile elettrica costa come un monolocale, una settimana di vacanza costa come quattro mesi di affitto, una cena per due costa più una visita specialistica dall’oncologo. Ma la narcosi inflittaci alla nascita da tecnica e consumismo ci fanno accettare tutto questo, impedendoci di ragionare sulle contraddizioni. Perché questa roba non ha solo ucciso Dio: ha ucciso la patria, la famiglia, finanche l’identità biologica, scagliando l’uomo contro se stesso, le sue radici, la sua storia.
 
Recentemente Marcello Foa ha spiegato il concetto di società del ricatto: si crea un’emergenza che genera panico e contemporaneamente si offre una soluzione dietro la quale ci sono montagne di soldi. Pensiamo nell’ordine ai vaccini per la pandemia, alle auto elettriche per salvare il pianeta e ora alla rincorsa agli armamenti per salvare l’Europa. Tutte balle per masse di cortocircuitati mentali impensabili senza il potere salvifico della tecnica, la quale a sua volta mai come ora si mostra come cavallo di Troia ideale per sottomettere i popoli.
 
Il rapido excursus di questo articolo dimostra come la tecnica nel corso dei decenni si sia emancipata dallo scopo iniziale della funzionalità e del miglioramento delle condizioni quotidiane per farsi ideologia. E la cosa che inquieta maggiormente è che, sotto questo profilo, si rivela come la maschera perfetta del nichilismo, come l’incarnazione algida dell’anticristo. Lo si capisce quando si constata la diffusa indifferenza verso la conoscenza della propria civiltà, come se non fossimo eredi e responsabili di nulla. Una civiltà fiorisce quando i suoi protagonisti si sentono nani sulle spalle di giganti, appassisce quando ognuno fa per sé e dopo di lui il diluvio. Viviamo in un’epoca in cui, con la complicità della tecnica, l’uomo scende in piazza e fa proclami per l’aborto al nono mese, per l’eutanasia, per cambiare sesso, per fare guerre già perse in partenza, come se non ci fosse nulla da difendere e soprattutto con la falsa presunzione di non dover lasciare niente, nemmeno i figli che non si fanno più. E il risultato è che in questa china esponenziale la nostra civiltà scomparirà per suicidio. Alla fine dei conti uccidere Dio non è stata una grande idea


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