La quarta parete è caduta: chi entra con me? - InEsergo

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01 Agosto 2021 - Teatro

A spasso nel mondo tra palco e platea
 
La quarta parete è caduta: chi entra con me?
 
Ho sempre pensato che l’uso dell’impersonale creasse più pathos, più attesa, più coinvolgimento, aiutasse il lettore a immedesimarsi come e quanto voglia in un articolo come in una qualsiasi lettura. Il “tu” – come il “voi” – esortativo, invece, per me è sempre stato appannaggio dei pubblicitari: quelle persone che ho sempre ammirato, scrutato da lontano con lo sguardo a metà tra il sognante e lo sconcertato, perché ancora non mi capacito di come facciano a leggere le masse e a mandare loro messaggi così puntuali pur non sapendo davvero chi, tra il campione sterile che hanno analizzato per inventarsi quella campagna, li stia recependo in quel preciso momento. L’unica che non mi ha mai convinta è la terza persona: mi dà l’impressione di essere un po’ asettica. Oggettiva, certo, ma – anche e proprio per la natura dell’oggettività stessa – neppure troppo. Né carne né pesce (nella mia testa, almeno).

Dopo tutte queste elucubrazioni – di cui probabilmente nessuno avrà capito il senso (ma forse neppure io ci sarei riuscita se l’idea di scrivere questo testo non fosse balenata in testa proprio a me) – sappiate che oggi è il giorno della prima persona. E ve lo dico pure usando la seconda, mi rivolgo direttamente a voi che state leggendo senza troppe remore o convenevoli. Quella di cui vi parlerò, però, non è una prima persona comune: non è un “io” di quelli usati dai romanzieri, né quello dei temi scolastici prima maniera. Non è neppure l’Ego che tanto piace alla filosofia del quinto anno di liceo (perdonami Freud, ma io ho studiato Lettere, Giornalismo e un po’ di Comunicazione pubblicitaria: il tuo lato psicanalitico me l’hanno spiegato solo filosofeggiandolo un po’). Quella di cui parleremo oggi è la prima persona del teatro.

“Bene, ma quindi?” vi starete chiedendo. E avete anche ragione. Beh, la questione è presto risolta: benvenuti nel magico mondo del teatro. Quello in cui tutto è, e, allo stesso tempo, non è (un po’ alla Parmenide, volendo arrogarci – anzi, arrogarmi – il diritto di fare gli intellettuali mancati). Quello in cui io – come te, come lui, come loro, come tutti – sono sia spettatrice che comparsa inconsapevole. Quello in cui lo spettacolo esiste perché ci sono gli autori, i registi, gli attori, le compagnie, i fonici, gli addetti alle luci, la direzione del teatro, i costumisti, i truccatori, tutto il personale che sta dietro le quinte e chi più ne ha più ne metta. Ma non solo. Il teatro di cui parlo è anche quello in cui lo spettacolo esiste perché c’è il pubblico. E il pubblico sono anche io.

Il teatro vive, cresce, si evolve. Muta e torna uguale a sé stesso, si muove e resta fermo, crea caos ed è talmente silenzioso da far dubitare chi guarda di essere davvero lì. Il teatro invade sale, parchi, piazze, cuori: riempie anime e svuota menti. Perché, ammettiamolo, a volte fermare la testa quando si è seduti sulle poltroncine di velluto del teatro e immedesimarsi, vivere la storia che si ha davanti, anche solo per qualche minuto, allevia davvero il peso del quotidiano.

E allora diciamolo: il teatro non è vecchio, non è “per pochi”, non è di nicchia. Il teatro è sempre nuovo e sempre uguale, statico e dinamico insieme, innovativo e tradizionale allo stesso tempo: il teatro è totalizzante e annichilente, bene e male, bianco e nero, e lo è proprio perché è vita. E, proprio come la vita, si evolve in modi che solo lui conosce. Il teatro accetta tutti, non discrimina nessuno: né per nazionalità né per genere né per età. Il teatro fa il suo corso, e con i suoi spettacoli ti porta a sentirti incluso, parte di qualcosa che un giorno può essere bellissimo e il giorno dopo agghiacciante. Il teatro è vita, e io sono teatro, tu sei teatro, loro sono teatro. La vita è uno spettacolo di teatro “al buio”: nessuno conosce la trama, ma tutti sanno bene come andrà a finire. E allora perché – dall’alto della nostra pièce d’eccezione – dobbiamo (o vogliamo) privarci delle sue “rappresentazioni minori”?

Il teatro è un grido animoso, pieno di vita e di pathos: ma senza il suo pubblico diventa muto. A me è bastato poco per amarlo: ho iniziato leggendo e ho “finito” guardando cadere la quarta parete. E da quella breccia sono entrata senza uscire più.

Il teatro è vita, è consolazione, è valvola di sfogo. Il teatro ha centinaia, migliaia di anni, ma sa rinnovarsi e, così, riesce a essere sempre giovane. Il teatro non ha quiete: muta, segue il corso dei secoli e degli eventi, affiancando la storia e tenendola per mano lungo tutto il suo cammino, trasformandosi come solo Italo Calvino in T con zero e nelle Cosmicomiche è mai riuscito a descrivere.

Il teatro accoglie tutti, senza distinzioni. E tu, che ti trovi davanti a questo fiume in piena di parole, che sei arrivato fin qui a leggere tutte queste elucubrazioni filosofiche: proprio tu, cosa stai aspettando? Vieni con me?





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