Visioni sonore di mondi lontanissimi - InEsergo

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29 Maggio 2019 - Musica

Il quartetto svedese Wintergatan, la fantasia al potere e l’utopia del sogno in musica

Visioni sonore di mondi lontanissimi
 
Avanti, c’è posto. Ma non per tutti. Wintergatan è un mondo in cui magia ed estro si accoppiano, creatività e gioco condividono la stessa dimensione. Ci sono artisti in grado di proiettare nel visibile il mondo interiore, fornendogli consistenza materica, per poi farne dono a chi nella musica ricerchi trasporto emotivo e sogni lucidi. Martin Molin, trentaseienne svedese, è il leader di questo quartetto strabiliante che convoglia visioni di note e ingegneria sonora, danze popolari ed elettronica. La colonna sonora del francese Yann Tiersen per quel capolavoro che è Il Favoloso Mondo di Amélie sta sullo sfondo come addentellato imprescindibile, a evocare lo stesso portato magico, l’afflato minimalista, il gusto per il particolare che si fa incanto e tesoro incustodito. Ma gli universi di Molin e del suo gruppo si spingono altrove, assorbono le tradizioni nordiche, miscelano moderno e antico consentendosi finanche il lusso di strizzare l’occhio alla classifica.
Wintergatan esce sei anni fa, nel 2013. Poniamo il caso che vi ci siate imbattuti per qualche mattana del destino, certo non per una radio mainstream o i talent show, ché se quelli fossero i vostri canali a forza di fagocitare sempre la stessa sbroscia cuore e cervello vi si sarebbero già azzerati. No, se li avete scoperti il merito va forse attribuito a qualche misterioso algoritmo di Spotify o al consiglio di un amico saggio. Oppure ancora perché avrete letto da qualche parte che in Svezia c’è un signore che sul suo canale YouTube ogni mercoledì che manda dio diffonde urbi et orbi prodigi di ingegneria musicale. Ma andiamo con ordine.

Quando l’omonimo (e finora unico) lavoro del quartetto di Göteborg viene posto nel lettore è subito straniamento, giubilo ininterrotto, sfrenata catarsi. Sembra di presenziare al giorno di festa di qualche paese di campagna, laddove bimbi con salopette e pantaloncini corti si aggirano semplici e felici correndo dappertutto mentre i loro genitori son dediti a balli e movenze su ritmi ternari. Sembra appunto. Perché il quadro è disseminato di suoni eterei, timbriche inusuali, sintetizzatori scesi dritti da un altro mondo. Tutto è perfetto, coordinato, naturale, spontaneo. C’è il carillon autocostruito che suona con schede perforate, la sega melodiosa strofinata con l’archetto in un continuo glissando, il Theremin algido e lontanissimo, il Modulin che pare il violino del futuro e invece è un synth analogico che scaturisce diretto dall’immaginario di Molin, la vecchia macchina da scrivere e il proiettore di diapositive usati come percuotenti ritmici.
Poi ancora fisarmonica, glockenspiel, autoharp, salterio, arpa. E ci sono, naturalmente, basso, batteria, tastiere, come un gruppo rock qualsiasi, che rock non è, partiture popolari nel senso più sublimato del termine.
Alcuni lo chiamano elettrofolk e in effetti per una volta l’etichetta ha una significanza. Scompattando gli elementi in gioco la chiave di volta è facile: rivestire materiale realmente pop (danze ternarie, valzer, tempi composti rigidamente marcati) di un abito nuovo, curioso, imprevedibile. Sono melodie dolci, sognanti, evocate dalla bacchetta magica, talvolta morsicate con imprevedibile foga, oppure appena sussurrate da timbriche del tutto imponderabili. Un viaggio sonoro che vi scoprirà diversi, certamente stupiti, sicuramente incantati.

Eppure, nel 2013 Martin Molin non aveva ancora avuto modo di folgorare il mondo. La sua visionarietà che potremmo dire neorinascimentale sfocia nell’utopia tre anni dopo, quando approda su YouTube con un nuovo brano, Marble Machine, suonato dall’omonimo strumento (o congegno, o miracolo – decidete voi). Nel video (che a oggi ha superato le cento milioni di visualizzazioni) si osserva un impressionate affare a manovella di legno di betulla e trasduttori elettromeccanici Lego Technics, sorta di mastodontico carillon che muove lungo un reticolato (di imbuti, binari, cinghie, ruote di legno) duemila sfere d’acciaio rilasciate a caduta da cancelletti preprogrammati sopra vari strumenti, tra cui un vibrafono, dei piatti, un basso elettrico e alcuni speciali supporti che per imitazione di suono riproducono le varie sezioni della batteria.
Ruote configurabili su cui viene settata la partitura, capaci di salti tonali in tempo reale, sono il cuore del sistema.
Il macchinario consta di qualcosa come tremila parti interne totalmente realizzate a mano e ha richiesto quattordici mesi di lavorazione: un’ispirazione proveniente sia dalle piste per biglie quanto dalle melodie suonate dai campanili delle chiese, un tempo programmate con ruote. Si chiama conciliare l’inconciliabile, dando vita al prodigio.

Oggi la Marble Machine è già preistoria. Molin è oltre, la esibisce su richiesta ma da due anni e mezzo ne sta progettando una versione nuova, meno problematica e soprattutto trasportabile. Eh sì, Wintergatan si appresta a un vero e proprio tour mondiale nel 2020, durante il quale suonerà dal vivo la nuovissima Marble Machine X, la cui ideazione come si diceva poc’anzi è maniacalmente testimoniata da una regolare pubblicazione video sul canale YouTube ufficiale.
Difficile ipotizzare quali altri mondi verranno sviscerati, quali scorci di utopia si paleseranno, ma ci piace sottoscrivere le parole di Martin Molin per il quale: “cultura, arte e una visione del futuro come qualcosa di eccitante sono idee troppo importanti da diffondere. Voglio essere un contrappeso alla funesta fotografia del mondo diffusa dai vecchi media mainstream. Con il vostro supporto posso continuare, e diventare un contrappeso ancora più forte”. E noi con te, con voi.
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