Api, complottisti e alieni
“Quello di ‘Bugonia’ è un mondo in cui il controllo sembra sfuggire e dove il desiderio di ordine si scontra con l’imprevedibilità dell’esistenza”
“Voglio che lo spettatore rida, pianga, sospiri e si confronti con ciò che vede”
Yorgos Lanthimos
Nel componimento “Georgiche”, poema didascalico del 31 a.C., Publio Virgilio Marone, più semplicemente noto come Virgilio (si si, lui: quello che accompagna Dante nel suo viaggio agli Inferi nella Divina Commedia), nel trattare il lavoro agricolo e le modalità della vita in campagna, fa riferimento alla bugonia (da non confondere con la begonia, l’elegante pianta ornamentale). Bugonia è un termine che identifica l’antica credenza, diffusa in diverse culture mediterranee (in primis quella greca, dalla cui lingua il termine deriva), per la quale la vita si può generare dalle carcasse di animali morti, in particolare da quelle delle vacche.
Yorgos Lanthimos, regista greco classe ’73, è tra i cineasti di maggior pregio, e successo, degli ultimi 10 anni; almeno, direi, dal 2015 quando salì alla ribalta per il suo distopicamente straniante The Lobster; il Nostro si consacrerà, poi, con il trittico: Il sacrificio del cervo sacro, La favorita e il pluri-premiato Povere creature! del 2023.
L’artista ateniese ha deciso, per il suo ultimo lavoro, di recuperare un film coreano del 2003 di stampo ecologista (Save the Green Planet, il titolo in inglese) per rileggere il mito della suddetta bugonia in chiave contemporanea, avvalendosi del talento di Will Tracy, uno dei migliori screenwriter americani in circolazione (co-scrittore della serie tv-capolavoro Succession, tanto per dare un’idea della qualità dello script). Ne è scaturita la sua nuova dark comedy, a sfondo sci-fi, titolata appunto Bugonia, uscita nelle sale italiane lo scorso 23 ottobre. Non staremo a spoilerare trama e snodi della vicenda ma ne consigliamo caldamente la visione ai nostri lettori. Questo perché la pellicola mette in luce, peraltro su diversi piani di analisi/lettura/interpretazione, avvenimenti e dinamiche socioculturali, e quindi politiche, dei nostri Tempi.
Tra gli avvenimenti, oltre a chiari riferimenti alla recente pandemia da Covid-19 e conseguenti rimedi farmaceutici, menzionerei innanzitutto l’innesco da cui tutta la vicenda divampa, cioè la Colony Collapse Disorder, in Italia nota (?!) come S.S.A., acronimo che sta per Sindrome dello Spopolamento di Alveari (sul tema, consiglio una splendida puntata del 2020, dal titolo L’ultima ape, andata in onda a Presa Diretta e facilmente reperibile su RaiPlay).
I due cugini protagonisti di Bugonia, Teddy e Don, infatti, sono, anche, apicoltori le cui arnie sono affette da questo fenomeno, emerso ormai da circa vent’anni. Esso ha una pluralità di (con)cause tra le quali le principali paiono essere la diminuzione degli habitat degli impollinatori, i rapidi cambiamenti climatici e l’uso massivo dei pesticidi a base di neonicotinoidi (Emma Stone, nel film, interpreta Michelle Fuller, CEO di una multinazionale della chimica farmaceutica che ne produce), insetticidi particolarmente tossici per i poveri insetti. Ora, in un mondo normale il tema della S.S.A., dovrebbe essere tra i main topics del dibattito pubblico e politico; e i tentativi di risolverlo in cima all’agenda delle classi dirigenti posto che, giusto per dare due numeri, dagli insetti impollinatori dipende il 35% circa del cibo di cui la popolazione terrestre si nutre (e il 75% circa delle colture mondiali, frutta e verdura innanzitutto). Dovrebbe, appunto…
Altruismo efficace vs accelerazionismo efficace
Per quanto riguarda più sottili livelli di lettura del film, e spostandoci sull’analisi socio-politica, la pellicola rimane calata profondamente nella contemporaneità: lo scontro a 360° tra Teddy/Jesse Plemons vs Michelle/Emma Stone inscena plasticamente lo scontro di due recenti filosofie sociali apparentemente inconciliabili tra loro: l’Effective Altruism (“E.A.”), tradotto in italiano con Altruismo sociale, movimento che promuove l’uso razionale, pratico e basato sull’evidenza empirica delle risorse naturali a disposizione dell’Uomo, inteso come un agente capace (?!) di valutare le conseguenze delle proprie azioni; e, dall’altra parte, l’Accelerazionismo efficace. L’effective accelerationism (“e/acc”) è, nella versione propugnata dall’imprenditore americano Peter Thiel e dal filosofo britannico Nick Land, una corrente di pensiero neo-con anti-egalitaria e antidemocratica che vede nel Capitale e nella Tecnologia forze autonome capaci di trascendere l’Uomo in un’ottica evolutiva. Su entrambe queste locuzioni andrebbero fatti diversi distinguo e specifiche, visto che ospitano al proprio interno diversi rivoli di pensiero che esprimono punti di vista e priorità anche molto differenti da quelle succitate. Quantomeno da menzionare, ai fini del nostro scritto e sempre per rimanere su alcune possibili interpretazioni dell’opera di Lanthimos: per l’”E.A.” il lungoterminismo (longtermism) di W. MacAskill e T. Ord; e per l’”e/acc”, il filone di Marc Andreessen, autore del recente (2023) Techno-optimist Manifesto, branca decisamente più positivista e illuminista di quella della coppia Thiel/Land.
Senza ammorbarvi ulteriormente con definizioni e acronimi, si capisce come questi siano temi enormi e complessi, nonché molto sfaccettati, da trattare. E questo non è, qui e ora, il nostro obiettivo. Basti dire che la messa in scena di tutto questo coacervo di spunti non è né manichea né didascalica. Anzi, il finale spiazzerà non poco, rivelando un ribaltamento dei ruoli, e delle reali intenzioni, di alcuni personaggi.
Rinascita dalle rovine del Potere?
L’opera, com’è tipico del cinema di Lanthimos che va sempre oltre quello che si vede, si chiude senza risposte e tante domande (e non potrebbe essere altrimenti). Chi sono gli “alieni” andromediani del film? Chi controlla gli altri e/o il Sistema? I complottisti che rapiscono e usano violenza verso un simbolo del Potere Economico? O la stessa CEO? O entrambi sono prigionieri di un ruolo nel quale il controllo sulla realtà non è consentito ma solo illusorio?
E, soprattutto, è possibile la salvezza? E la salvezza di chi? Dell’Uomo? O della Natura attraverso l’(auto)distruzione del Genere Umano?
Davvero impossibile dar risposte perché, se un’unica cosa mi è chiara dopo la visione del film, è proprio che esso mira a distruggere certezze e punti fermi per far germogliare dubbi e (inquietanti) riflessioni.
La carrellata finale dell’opera (di cui volutamente non specifichiamo il contenuto), sulle note della splendida folk ballad del 1955 di Pete Seeger, Where Have All the Flowers Gone? (forse se ne ricorda la rivisitazione, in lingua italiana, che ne fece Patty Pravo nel 1976, nel suo album Tanto), paiono suggerire una parziale, e poco consolatoria, risposta.