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06 Novembre 2022 - Cinema

La scomparsa di Emanuela Orlandi approda su Netflix

Vatican Girl
  
“Desidero esprimere la viva partecipazione con cui sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è nell’afflizione per la figlia Emanuela di 15 anni che da mercoledì 22 giugno non ha fatto ritorno a casa. Condivido le ansie e l’angosciosa trepidazione dei genitori non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità di questo caso”
Papa Giovanni Paolo II, 3 luglio 1983

“Non smetterò mai di cercarla”
Pietro Orlandi

Dev’essere stato un risveglio particolare quello dei cittadini romani. Pochi giorni fa la Capitale si è ritrovata tappezzata degli stessi manifesti con la foto della ragazza con i capelli lunghi e il cerchietto che il fratello Pietro fece stampare quasi quarant’anni fa, nel lontano 1983. Parliamo ovviamente dell’inquietante sparizione di Emanuela Orlandi e del lancio pubblicitario della docuserie Vatican Girl, appena uscita e già nella top ten delle produzioni Netflix più viste, trasmessa in ben centosessanta paesi.

È il tardo pomeriggio del 22 giugno 1983 quando una cittadina vaticana di quindici anni scompare nel nulla nel pieno centro di Roma dopo aver partecipato a una lezione di musica presso la Basilica di Sant’Apollinare, a pochissimi metri da Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. Purtroppo per lei è in buona compagnia: tra l’estate del 1982 e quella successiva sono moltissime le minorenni romane che non hanno più fatto ritorno a casa. Tra queste ricordiamo anche il celebre caso di Mirella Gregori. Ma nulla può essere comparato alla scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, per la quale la triste storia di una famiglia si intreccia alle pagine più oscure del nostro paese e dello Stato del Vaticano. Ripercorrere tutta l’intricatissima vicenda fuoriuscirebbe dai limiti di questo articolo, ma per i più giovani sarebbe utile ricordare che tra le ipotesi circolate nel corso degli anni si annoverano il terrorismo internazionale, la banda della Magliana, il riciclaggio del denaro sporco e della mafia, il crack del Banco Ambrosiano, i depistaggi ad altissimi livelli, la pedofilia e il satanismo.

Sono le piste ripercorse anche dal regista inglese Mark Lewis nel sopraccitato Vatican Girl, documentario in quattro parti prodotto da Chiara Messineo, che nulla aggiunge alla vicenda (e sarebbe ingeneroso chiederlo), ma che la rielabora con indubbia maestria e un visionario montaggio alla Christopher Nolan. Spuntano così immagini e sequenze inedite della giovane Orlandi come mai l’avevamo vista prima, catturata nel corso dei momenti salienti della sua infanzia, mentre le visioni della caoticità romana di oggi e di ieri fanno da fondale ai tanti momenti torbidi che si alternano nel racconto.

Ricordi che si intrecciano, interviste ai protagonisti, alla famiglia, all’ottimo cronista Andrea Purgatori, che all’epoca il Corriere della Sera allontanò dal caso per essersi scagliato pubblicamente contro il lobbismo vaticano e le abissali profondità dei suoi misteri. Compare la superteste Sabrina Minardi, ex del boss Renatino De Pedis, disfatta dalla droga e da una vita scapestrata, con i suoi ricordi lucidi e insieme contraddittori. Fa capolino il controverso fotografo Marco Accetti, con tanto di parrucchino e bandana (“sennò dicono che voglio solo farmi vedere”), implicato come altri nei tanti depistaggi che si sono susseguiti negli anni, in primis le speculazioni sul rilascio di Mehmet Ali Ağca e l’attentato a Papa Wojtyła. Emiliano Fittipaldi, altro giornalista d’inchiesta, mostra al pubblico lo scoop dei famigerati cinque fogli del 1998, con il resoconto delle spese sostenute dal Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi: probabilmente un falso ma con all’interno pezzi di verità. Sul finale svetta la testimonianza di una cara amica di Emanuela circa le inconfessabili attenzioni sessuali di un misterioso prelato “molto vicino al pontefice” nei Giardini Vaticani qualche tempo prima della scomparsa.

Tra tombe scoperchiate e misteriose stanze vuote, documenti trafugati, colpi di scena improvvisi, menzogne e ritrattazioni, la serie procede spedita dall’inizio alla fine con un ritmo fluido e fortemente cinematografico, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore e contorcerne le budella. Come con il ben noto audio delle sevizie sessuali, che secondo il SISMI aveva molta attinenza con la Orlandi: viene riprodotto, algido e sadico, nel salotto di casa Orlandi al cospetto del fratello Pietro e della sorella Natalina, ed è un vero pugno nello stomaco. Perché questa è la storia della sparizione di Emanuela Orlandi, un enigma che ha coinvolto, e continua a coinvolgere, giornali e televisioni, magistratura, gerarchie vaticane, servizi segreti e, in definitiva, il centro motore più oscuro e profondo di questo nostro malandato paese, contro il quale combattiamo ogni giorno al momento di fruire di un servizio pubblico, di pagare le tasse, di chiedere giustizia.

In questo vortice di colpi bassi, di depistaggi sulla pelle di chi non ha neppure una tomba su cui piangere, svetta la pertinacia feroce di Pietro Orlandi. Un uomo votato alla battaglia, instancabile, che non cessa di operarsi per la sorella e la famiglia. La sua lotta è parte della storia italica, fa parte del DNA dei migliori, mescola istanze eroiche e disperatamente contingenti. Ho un debole per lui e per tutti quelli che sfidano la sorte, specie quando è miseramente apodittica. Pietro non si è mai arreso. Se lassù Dio vede e provvede, dovrà prima o poi fare emergere la Verità: per Emanuela, certo, ma anche un po’ per tutti noi.


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