Una dipendenza - InEsergo

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21 Maggio 2024 - Storie

Tra solitudine, un nuovo inizio e la scoperta di una presenza inquietante

Una dipendenza
  
Ora sto meglio. Sono quasi guarito, mi ha detto l’infermiere l’ultima volta. “Ha ripreso colore, sa? Vuole guardarsi?” “No, no, grazie” ho detto. Ancora non ci riesco. Solo allora potrò dire di essere guarito davvero. Quando è iniziato tutto? Forveco, più o meno due anni fa. È una città abbastanza grande da avere un tribunale, grazie al quale potevo finalmente lavorare e guadagnare, ma tre regioni mi separavano dai miei posti, dai miei genitori e dagli amici di una vita. Preso, strappato da tutto e ripiantato, grazie a un concorso pubblico. Non proprio il massimo.

Venni a Forveco due anni fa, ho detto. Non fu facile trovare casa, perché si era già a ottobre. Le agenzie avevano poco da offrire e gli impiegati allargavano le braccia. “Se troviamo qualcosa, le faremo sapere”. E poi trovai. Il proprietario stava in campagna, ma al telefono assicurava che ci sarebbe stato per ogni evenienza. Non lo vidi mai. Ero quindi contento e pensavo di aver risolto il problema principale. La casa poi mi piaceva molto. Il lavoro, invece, si dimostrò stressante. Mai avrei pensato che un tribunale periferico producesse tutta quella carta; ed era quasi tutta roba per me. Io non ci ero abituato. In più, i colleghi del posto mi guardavano male, mi parlavano il minimo necessario e riuscivano a passarmi lavoro che era di loro pertinenza. “Tu sei giovane, devi farti le ossa” dicevano. Che stronzi, pensai.

Passai così i primi mesi con la testa tutta impegnata. Mangiavo poco e male, quando potevo. Quando tornavo a casa ero distrutto. Della città in sé vedevo poco, perché uscivo che era già buio. Era una cittadina come tante, anonima, anche se aveva qua e là qualche traccia di un passato importante. Di sicuro il presente non era all’altezza dei fondatori di quel luogo. Passai così i mesi che credevo essere i più duri. Arrivò infine Natale che avevo praticamente l’acqua alla gola. Tornare lì da casa mia, dopo solo una settimana di ferie, fu peggio che arrivarci per la prima volta. Pensavo che col tempo le cose sarebbero migliorate, ma mi sbagliavo. Ero sempre più stanco. A volte guardavo le carte da firmare e i caratteri si confondevano nella nebbia, così che facevo ancora più tardi a finire, e il cerchio sembrava solo stringersi attorno a me.

Per fortuna qualcuno si accorse che esistevo. Marco, Marchino, perché era alto alto e impostato. Un gioiello di persona, appena più grande di me, ma con un sorriso gentile e un modo di fare da persona più grande, da padre di famiglia. Secondo me gli facevo pena. Comunque eravamo amici, parlavamo, prendevamo qualcosa fuori la sera. Marchino un giorno mi vide arrivare di corsa, ero in ritardo pauroso. Mi guardò come se mi vedesse per la prima volta: “Miché, che hai? Stai bene?” “No, Marchì, non ce la faccio più. Dormo male, mi sveglio tardi.” “Sarà anche la mancanza di casa” “Eh, anche. Ci ho pensato.” Più tardi gliene parlai meglio.

“Non mi ricordo neanche dove metto le cose, Marchì. La giacca, l’orologio, le chiavi, tutto in giro. Le chiavi, soprattutto. Penso di averle messe in un posto, e la mattina non le trovo, ed erano da un’altra parte. A volte nella tasca della giacca, e penso: “E chi ce le ha messe?” Considera che non metto mai niente nella tasca interna. Eppure, sono lì. Non mi rendo neanche più conto di quello che faccio.” “E poi sei bianco bianco, Michele”. “Per forza, Marchì, siamo sempre chiusi in quelle quattro mura, tutto il giorno. Il sole te lo fanno vedere col binocolo. Per forza il cervello ci saluta. Ma tu come fai a essere sempre così pacato? Io tra un po’ impazzisco”. “Pazienza, poi ti abituerai, non ci pensare. Prenditi questo” disse, ed era un lecca-lecca rosso fragola. “Che roba è?” “Non ti preoccupare; aiuta”. Non dissi niente.

Più tardi lo assaggiai e aveva un sapore sgradevole. Però era vero: mi aiutò. Stavo meglio, mi sentivo più che lucido, euforico. I giorni passarono come acqua di un fiume. Altrettanto in fretta, però, finiva la mia fonte di sostentamento. Di lecca-lecca ne mangiavo uno, due, tre al giorno. “Marchì, questi lecca-lecca fanno i miracoli. Ne hai qualcuno che me li conservo?” Insomma, in poco tempo non riuscivo a stare senza. Cosa fossero, non lo avevo capito, ma avevo smesso di domandarmelo. Stavo di nuovo bene. Li mangiavo mentre passeggiavo, mentre ero alla scrivania, senza farmi troppi problemi. I miei colleghi smisero di parlarmi, ma lo potevo considerare un guadagno. Una volta, che ne stavo assaporando uno, l’ennesimo, in piazza, seduto su una panchina, come un gelato, un gruppo di vecchi del paese prese a urlarmi delle cose nel loro dialetto, tra cui intuii un “Satan” e giù vari segni di croce da parte delle signore. Per tutta risposta io mostrai la lingua rossa del lecca-lecca, proprio come un bambino, ed essi corsero via, uomini e donne. Non mi importava che mi considerassero drogato; lo ero e lo sapevo.

Ma si sa come vanno queste cose: dico, le dipendenze. Bastarono pochi giorni in cui Marchino non venne al tribunale e tutto sembrava tornato come prima, e anche peggio. Mi svegliavo e mi sembrava di essere andato a dormire un attimo prima. Invocavo Marchino e il suo aiuto, senza risultati. Chiesi in giro se qualche negozio li aveva, quei lecca-lecca magici, ben sapendo che era una mossa più che azzardata, buona solo a finire in galera. Solo un commerciante mi rispose: “E’ un prodotto tipico delle nostre zone. Però è illegale, sa, tutte quelle norme sull’igiene. Qualcuno lo fa in casa, ma non saprei dirle chi. Sono soprattutto i forestieri come lei a chiederli. Si faccia amico uno del posto”. Ma Marchino non tornava ancora. Ormai mi trascinavo al lavoro come un pupazzo, solo l’aria fredda del mattino mi obbligava a non cadere con la faccia sul cruscotto.

Una mattina, come tante altre, mi trovai senza chiavi ma stavolta non ci fu verso: non le trovavo ed era naturalmente già troppo tardi. Uscii senza, avrei chiesto la copia al proprietario al ritorno. La giornata andò come andò. Quando uscii da lavoro erano le sette. Presi il cellulare, chiamai il proprietario: niente. Ero disperato. Marchino non c’era neanche oggi, non poteva neppure ospitarmi. Non potendo fare altrimenti, presi la macchina e andai a casa del proprietario. Aveva questa villetta fuori città, mi aveva lasciato l’indirizzo e descritto l’aspetto. Arrivai che era sera; il cancello era aperto, ma non c’era spazio per la macchina dentro. La parcheggiai fuori e mi incamminai. C’era solo una lucina accesa. Mentre mi avvicinavo, qualcosa mi impedì di chiamare ad alta voce il proprietario, forse perché era buio - non volevo spaventarlo - o chissà che altro. Era chiaro, comunque, che fosse in casa: una finestra era aperta e dava luce sul cortile. E da quella finestra lo vidi, quasi di spalle.

Era in piedi, immobile, e vi rimase per tutto il tempo che lo guardai. E più stavo lì, più mi saliva un brivido prima di paura, poi di panico. Non si muoveva. Che faceva? È normale che uno stia in piedi, da solo, fermo per tutto quel tempo, davanti a un muro? Pensai l’unica possibilità sensata: che si stesse facendo la barba, anche se avrebbe dovuto muovere almeno le mani, che invece stavano stese lungo i fianchi. Però uno specchio c’era. Guardai meglio. Lo specchio c’era, il suo riflesso no. E allora capii. Per questo ero stanco! Ebbi chiara l’immagine di quella stessa figura che mi vegliava tutta la notte, dritto accanto al mio letto, ogni notte! Lui che mi spostava gli oggetti mentre dormivo, lui che giocava a nascondere le chiavi, per farmi capire, farmi sapere che era stato lì. Quell’orrenda sanguisuga! E io stesso… cosa stavo diventando? E Marchino… anche lui… mi sembrò di impazzire, o forse, dato che pazzo mi sentivo già da un po’, di precipitare in un sogno senza più risveglio.

Arretrai pian piano. Il cancello era ancora aperto, la macchina sempre lì. Non mi accorsi neppure che sul sedile accanto al mio c’era una decina di lecca-lecca rossi incartati. Li ho ancora qui, nascosti, io non ne mangio più. Li volete?


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