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Rental Family, ovvero della solitudine - InEsergo

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17 Marzo 2026 - Cinema

La migliore occasione per rinascere
  
Rental Family, ovvero della solitudine
 
“La solitudine è una strana fontana, lei ti sorride come una puttana”
Antonello Venditti
 

Rimanere da soli è una delle paure più forti che possiamo avvertire nella nostra vita. Nel senso di venire emarginati dagli altri: in un contesto lavorativo, in ambito familiare, nelle relazioni sociali in generale. Moltissima gente va alla ricerca spasmodica di un partner nel momento in cui viene lasciato. La singletudine viene, non a caso, considerata da molti una condizione penalizzante, un vuoto da colmare al più presto per non essere considerati in maniera negativa dalla società. Si tratta di una tematica di strettissima attualità toccata, tra gli altri, dal cineasta greco J. Lanthimos, il quale raggiunge l’apice del successo con The Lobster (2015). Il plot è pazzesco: in un futuro prossimo è vietato categoricamente essere single. Uomini e donne vengono rinchiusi in un hotel dove, in un arco temporale limitato, dovranno trovare l’anima gemella, pena essere trasformati in un animale a loro scelta e venire abbandonati in un bosco nel quale vivono “i ribelli” che, al contrario, rifiutano effusioni di qualunque tipo e non accettano l’amore “in senso lato”. Entrambe le situazioni delineano una realtà che distorce ciò che è insito nell’essere umano: il bisogno ancestrale di relazione. Il regista stesso ha dichiarato: «Il film nasce da alcune discussioni su come gli esseri umani sentano la necessità di avere una relazione amorosa e su come vengano giudicati i single, su come si venga considerati come dei falliti se non si sta con qualcuno». La pellicola è, dunque, una sorta di allegoria sull’amore e sui condizionamenti che la società ci impone in questo ambito.

Ma, in un’epoca iperconnessa, dove con un semplice clic è possibile interagire con chiunque azzerando le distanze, ha ancora senso parlare e soffrire di solitudine? Evidentemente sì e da questo presupposto prende spunto il regista e sceneggiatore giapponese Hikari. Rental family – Nelle vite degli altri, nelle sale dal 19 febbraio, affronta questo interessante e affascinante tema. In Giappone (il film si ambienta nella Tokio dei nostri giorni) è, infatti, possibile affidarsi ad agenzie specializzate, i cui clienti sono alla ricerca di professionisti, noleggiati come fossero delle auto, pronti ad alleviare un dolore, con cui poter parlare o farsi ascoltare, banalmente per fare compagnia. «Queste persone non sono terapeuti professionisti, ma danno quello di cui hai bisogno. Ti ascoltano. Se vuoi solo qualcuno che venga a sedersi di fronte a te e parlare o guardarti mangiare, c’è una figura popolare chiamata ‘mister do nothing”», recita Hikari. Singolare, no?

Il protagonista del film, Phillip Vandarploeug, è interpretato da Brandan Fraser, fresco vincitore di Oscar nel 2023 con The Whale. Fraser interpreta un attore americano noto grazie alla pubblicità di un dentifricio che lui stesso pubblicizza. In declino da diversi anni, accetta l’incarico da un’agenzia che gli chiede di interpretare diversi ruoli assecondando le più disparate richieste da parte di clienti che, fondamentalmente, si sentono soli. Questa condizione è sentita in maniera molto forte da circa il 40% delle persone in Giappone. Non si tratta, ovviamente, di un fenomeno relegato al Sol Levante. In una sorta di implicito do ut des, Vandarploeug viene pagato per far parte della vita degli altri, diventandone inevitabilmente parte integrante. Ma è evidente come anche lo stesso Vandarploeug sia fragile e malinconico, alla ricerca di se stesso.

L’epoca dei social, da qui la dissonanza, ha al contrario non dico azzerato la socialità, ma di certo l’ha fortemente appiattita. Risulta più comodo comunicare su WhatsApp o sui social in genere, piuttosto che incontrarsi vis a vis, perdendo progressivamente il gusto di guardarsi negli occhi. Vi è mai capitato di osservare coppie di fidanzati, amici, all’interno di un locale interagire con lo smartphone ignorando l’interlocutore sito a pochi centimetri di distanza? O, peggio ancora, di notare persone che si guardano senza proferire parola, palesando un certo imbarazzo misto a noia? Si passa più tempo al cellulare o al computer piuttosto che dedicare il proprio tempo a una passeggiata in compagnia di un amico. Perfino nei cinema, durante le proiezioni, molta gente non riesce a staccarsi dallo smartphone. Si chiamano, dunque, social, ma di social (nel senso di contatto vero tra le persone) non hanno nulla. Qui sì che si può associare questa condizione a un reale senso di solitudine.

La verità è che rimanere da soli, quasi sempre, costituisce una sorta di medicina interiore, un modo per ritrovare il proprio io, una sorta di passaggio obbligato. Si sente spesso dire che fin quando non si sta bene con se stessi è controproducente stare in coppia, o immaginare di esserlo. Si farebbe del male a se stessi oltre che al partner. Occorre ricostruirsi dopo una delusione, di qualunque natura essa sia; frequentare persone positive, sorridenti e non disfattiste. Fare sport, andare al cinema, stare all’aria aperta. Qualunque cosa sia in grado di donarci benessere, prima di ributtarci nella mischia.

Ma torniamo a Rental family. Il film oscilla, con un balance invidiabile, tra la commedia e il dramma (qualcuno lo ha definito un dramedy). Non cerca lacrime facili, non è nemmeno stucchevole o buonista e funziona alla grande anche per questo. La colonna sonora è evocativa e suggestiva e accompagna magnificamente il film dando un peso emotivo alle scene in maniera evidente. Altro punto di forza del film è costituito dalla fotografia che rende Tokio affascinante come poche megalopoli sanno essere, con il suo caos organizzato, i tramonti mozzafiato, trasformandola paradossalmente in un personaggio protettivo nei confronti di chi ci vive. Ma è anche un film sull’empatia, sulla capacità di ascolto, sull’importanza di costruire legami veri e duraturi.

Rental family offre una visione originale sulle relazioni umane e sulla solitudine contemporanea. Allora una passeggiata, uno sguardo, un dialogo saranno forieri di qualcosa di veramente profondo, la base di ogni solido rapporto. Lo spettatore diventa protagonista allo stesso modo di Philip, vivendo la sua esperienza come qualcosa che lo riguarda e che, in fondo, ha a che fare con tutti noi. Guardarlo vi farà sicuramente sentire meno soli, strappandovi qualche lacrima e più di un sorriso, con leggerezza e, al contempo, un’inaspettata profondità.


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