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La tempesta perfetta - InEsergo

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05 Marzo 2026 - Musica

Il cortocircuito della critica
  
La tempesta perfetta
 
Premesso che non ho nulla di personale con nessun artista citato in questo articolo (al quale, ovviamente, auguro il meglio), parlerò solo di una oggettività che nemmeno le più ardue fantasie hollywoodiane potrebbero scalfire.
 
Negli ultimi anni è palese che il livello musicale nel pop italiano sia sceso notevolmente: basta accendere una qualsiasi stazione radio per rendersi conto di ciò che passa il governo. Aspetto questo che si cristallizza ogni anno nelle famose cinque giornate del Festival nazionalpopolare di Sanremo. Oggi, però, a contribuire a questo oggettivo declino è anche la storica, prestigiosa e non certo nazionalpopolare Targa Tenco, che nel 2025 vede trionfare Lucio Corsi, legando inesorabilmente le due manifestazioni musicali che, per contenuti, costumi e destinazioni, dovrebbero stare agli antipodi.
 
Mi verrebbe da citare Andreotti: «so di essere di media statura ma non vedo giganti attorno a me». Frase legittimamente ascrivibile al cantautore Lucio Corsi, che ovviamente non ha nessuna colpa, anzi solo meriti nel fare il suo come crede. Ma, detto ciò, non posso che definire questa edizione come Il Tenco dei nani: se Lucio Corsi infatti (con il massimo rispetto) siede tra De André, Bersani e Conte, la critica, come minimo, ha perso la bussola.
 
C’è qualcosa di profondamente distorto nel modo in cui celebriamo il presente, un’ansia da prestazione statistica che finisce per insultare la memoria. L’ultima edizione della Targa Tenco ci consegna un verdetto che, sulla carta, è storico: Lucio Corsi vince sia il premio per il Miglior Album che quello per la Miglior Canzone con Volevo essere un duro. Un “doppio colpo” che lo proietta immeritatamente nell'Olimpo. Cos’è successo alla musica d’autore negli ultimi anni e, di conseguenza, cosa ci siamo persi nel frattempo?
 
Leggete bene questi nomi. Fate un respiro profondo. E poi provate a non sorridere (o a non piangere).
 
Accostare la cifra stilistica di Corsi — un onesto artigiano del glam-pop fiabesco, sicuramente originale nel panorama odierno, ma pur sempre debitore di estetiche già ampiamente masticate — ai giganti che hanno inventato il linguaggio della canzone d'autore non è solo un’iperbole: è forse culturalmente blasfemo.
 
Il peso di nomi come Paolo Conte (che vinceva portando influenze di stampo jazzistico, esotismo e il vangelo della provincia italiana nel mondo), Fabrizio De André (che stava riscrivendo la letteratura civile del Paese), Samuele Bersani (che dominava con il suo pop colto e surreale), stava alzando l'asticella della scrittura melodica oltre i confini del banale. Oggi invece arriva da Sanremo Lucio Corsi che compie l’impresa in un'epoca di vuoto pneumatico. In un mercato discografico dove il "nuovo" è spesso solo un riciclo di pose vintage e dove la qualità media della scrittura è colata a picco, emergere non è più un atto di eroismo artistico ma un esercizio di sopravvivenza estetica.
 
Chiaro e palese: vincere due Targhe Tenco nel 2025 non significa certo essere il nuovo De André; significa però semplicemente essere il meno peggio in un’edizione che, evidentemente, non offriva alternative di spessore.
 
Il cortocircuito della critica sta, appunto, nell’aver permesso tutto questo. Il problema non è Corsi, che fa il suo mestiere con dignità e una certa dose di eccentricità. Il problema è una giuria di addetti ai lavori che, pur di celebrare un successo sanremese (il secondo posto al Festival ha chiaramente drogato il voto), decide di svendere l'argenteria di famiglia.
 
Elevare Volevo essere un duro allo stesso rango di capolavori immortali è un’operazione di marketing mascherata da cultura. È la conferma che il Premio Tenco, nato per proteggere la canzone di qualità dalle logiche del consumo rapido, ha finito per farsi sedurre proprio da quelle logiche.
 
Siamo di fronte alla gentrificazione della canzone d'autore: si prende un artista carino, lo si veste da innovatore, gli si regalano i galloni dei generali e lo si manda sul mercato. Ma la storia non si scrive con le targhe di latta. Si scrive con le parole e la musica che restano immortali. E se qualcuno pensa davvero che tra trent'anni canteremo Corsi come oggi cantiamo Crêuza de mä o Via con me, allora abbiamo un problema di udito. O, peggio ancora, di onestà intellettuale.
 
Detto questo, e come se non bastasse, aggiungere il trionfo di Sal Da Vinci a Sanremo 2026 trasforma la critica da un’analisi sul singolo premio a un vero e proprio epitaffio sulla qualità musicale italiana.
 
Ecco l'integrazione per completare la frittata polemica: dal pop-folk di Corsi al plebeismo di Sal Da Vinci.
 
Se il doppio riconoscimento a Corsi rappresenta la perdita di bussola della critica "colta", il quadro della catastrofe si è completato sul palco dell'Ariston con la vittoria di Sal Da Vinci al Festival appena concluso, ponendo la pietra tombale su ogni pretesa di evoluzione musicale.
 
Mentre il Tenco si arrocca su un intellettualismo che scambia la posa per genio, il Festival ha sdoganato il ritorno a un sentimentalismo neomelodico da esportazione, un pop di plastica che sembra uscito da una sceneggiata fuori tempo massimo.
 
Il paradosso è servito: da una parte una critica che mette Corsi sullo stesso scaffale di Conte e De André, dall'altra un televoto, ammesso che sia davvero determinante, che incorona Sal Da Vinci come re della canzone italiana. È la tempesta perfetta del declino, un cortocircuito dove il colto diventa banale e prerogativa di un passato che non ci appartiene più in questi ultimi anni, mentre il popolare diventa kitsch.
 
A Sanremo a onor del vero il declino inizia quando le meteore dei talent vengono imposti e spesso trionfano pure. Da quel momento la discesa libera e senza freni verso la banalità e l’inconsistenza ha fatto il resto.
 
La frittata non è solo completa, è bruciata: siamo passati dalla scuola di Genova alla scuola del purché se ne parli, in un'Italia musicale che non sa più distinguere un capolavoro da un jingle stagionale.
 
Spero solo che sia un momento.  Adda passà 'a nuttata avrebbe detto il grande Eduardo…. Ai posteri l’ardua sentenza.


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