Vai ai contenuti

La musica nell'era della visibilità - InEsergo

Salta menù
Title
Salta menù
ARTICOLI MENO RECENTI

Vincere non è l'unica lezione

Nel road movie tennistico “Il Maestro” la vera partita si gioca tra adulti e ragazzi

La resistenza. Oggi

Cronaca di una fine del mondo mai avvenuta

Il lato gentile della produttività

Dallo zazen al quotidiano, come portare consapevolezza in azienda

Api, complottisti e alieni

La fine dell'umanità secondo Lanthimos

Cinque secondi

L’abisso secondo Virzì: il silenzio, la colpa, la grazia

Liturgia della pace

Il rituale del potere nell'era del nuovo globalismo

Le domande dei bambini

Quella ricerca di senso che ci inquieta

Vivere con autenticità ed empatia

La saggezza tolteca dei 4 accordi

Ponte Morandi: la verità è un anelito a prezzo di costo

Genova vuole credere nella giustizia. Genova vuole rispetto per i suoi morti. Genova chiede la Verità.
16 Febbraio 2026 - Musica

Quando l'immediatezza uccide l'Arte
  
La musica nell'era della visibilità
 
Tra un’automobile che va piano ed una musica che urta la mia sensibilità, preferisco il rumore dell’automobile.
Franco Battiato (Tecnica mista su tappeto, 1992)
 
 
È sotto gli occhi di tutti che viviamo immersi in una cultura che ha trasformato l’attesa in un difetto, la lentezza in un’anomalia, la maturazione in una perdita di tempo. La musica, ma anche il cinema, non sono indenni da questa trasformazione antropologica che ha inciso profondamente sul modo in cui produciamo, consumiamo e perfino concepiamo l’arte. Se oggi tutto deve essere disponibile subito, per cui ogni desiderio deve trovare una soddisfazione immediata, anche l’arte viene risucchiata in una logica di performance continua che non tollera silenzi, attese, fallimenti, deviazioni.
 
Questa dinamica ha ridefinito il nostro vocabolario e, con esso, la nostra capacità di percepire la realtà. Viviamo nell’era del now, un tempo contratto in cui il futuro è già vecchio e il passato viene cancellato con uno swipe. Inseguiamo l’hype, quell’inflazione artificiale dell’aspettativa che brucia il valore di un’opera prima ancora che venga alla luce. Contiamo i follower come se la quantità di sguardi virtuali potesse sostituire la qualità della presenza. Ci lasciamo trascinare dallo scrolling infinito, come dei naviganti senza una senza bussola in cui l’attenzione viene frammentata in microdosi di dopamina. Alimentiamo il culto del clout nell’ottica di un’influenza sociale che evapora nello spazio di una storia su Instagram.
 
Tutto deve essere virale, metafora biologica che descrive perfettamente come l’idea non debba più essere compresa, ma infettare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile, conducendo al logorio emotivo chi tenta di restare al passo con un ritmo che non appartiene alla misura umana.
 
E, come se non bastasse, siamo prede della FOMO (Fear Of Missing Out), l’ansia di restare esclusi da eventi, interazioni o esperienze che animano la vita virtuale alimentata dai social, spingendoci a confrontare costantemente la nostra esistenza con quella (apparentemente migliore) degli altri e generando un bisogno di connessione permanente.
 
Fino a qualche decennio fa, l’industria discografica, pur dentro dinamiche commerciali e con la prospettiva più che legittima di guadagni futuri, accettava l’idea che un artista fosse un progetto in divenire: un’arte ancora acerba da far germogliare, sviluppare e accompagnare nel tempo. Proprio in quella dimensione di fiducia e nella prospettiva di un rapporto durevole nel tempo sono potute crescere figure imponenti della musica italiana come Lucio Dalla e Franco Battiato.
 
Quando Lucio Dalla esordì al Cantagiro nel 1964, presentato da Gino Paoli che lo aveva scoperto, l’accoglienza del pubblico non fu semplicemente fredda, fu violenta: difficile accettare un personaggio così strano, troppo anti-estetico per i canoni dell’epoca. Si racconta che a ogni tappa venisse subissato di fischi e che, in alcune occasioni, il pubblico gli lanciasse ortaggi e spazzatura. Eppure, nel 1977, raggiunse il successo con Come è profondo il mare, diventando poi il Dalla che tutti conosciamo. È un esempio limpido di come il tempo della maturazione sia l’unico vero alleato del genio. Probabilmente oggi, nell’era dello swipe e dell’approvazione istantanea, un talento come il suo verrebbe scartato dopo il primo minuto di audizione.
 
Franco Battiato iniziò negli anni Sessanta con brani pop leggeri (come L’amore è partito), ma comprese presto che quel tipo di successo rischiava di diventare una gabbia, una forma di esistenza inautentica. Negli anni Settanta, mentre molti colleghi scalavano le classifiche, pubblicava album elettronici e cerebrali che la critica dell’epoca definiva rumore o follia. In termini contemporanei, il suo hype era pari a zero: niente classifiche, pochi consensi, nessuna esposizione mediatica. La sua ricerca artistica era incentrata esclusivamente sulla musica e quella interiore sulla meditazione e sullo studio dei grandi maestri spirituali. Quella stessa ricerca lo condusse, senza compromessi, al successo straordinario de La voce del padrone, primo album in Italia a superare il milione di copie vendute, che rimase nelle classifiche per sei mesi consecutivi, portando nella musica pop citazioni colte, filosofiche e mistiche.
 
Oggi, al contrario, le autocelebrate fucine di talenti, i talent show, non incarnano altro se non l’accelerazione dei nostri tempi e, spesso, lo svuotamento dei contenuti. Essi costruiscono attorno all’artista vetrine mediatiche che producono grande visibilità in tempi brevissimi, ma questa esplosione di presenza raramente coincide con una reale sedimentazione artistica. L’artista viene lanciato prima di essere maturato, trasformato in simbolo mediatico senza aver attraversato quel tempo di solitudine necessario alla creazione.
 
Queste bolle mediatiche, salvo alcune rare eccezioni, nella maggior parte dei casi riducono la carriera a un esperimento di mercato, non più a un autentico percorso umano di crescita e sviluppo dell’arte.
 
L’industria non accompagna un’identità in costruzione: la sostituisce appena smette di essere performante, secondo l’implacabile verdetto dell’algoritmo. L’identità artistica si riduce così a performance quantificabile, non conta più la qualità del prodotto musicale ma la rapidità dell’impatto della forma artistica nel mondo virtuale.
 
Ma l’arte è il frutto di un uomo. Il filosofo Martin Heidegger ci ricorda che l’uomo è un progetto in divenire, definito attraverso l’errore, l’angoscia e la responsabilità delle proprie scelte. Un sistema come quello dei Talent che non tollera il fallimento, il ripensamento, l’attesa, la scelta artistica differente dal mainstream, nega all’artista la possibilità stessa di rivelarsi nella sua verità, mentre l’opera d’arte dovrebbe essere proprio il luogo in cui la verità accade, una Lichtung, una radura che si apre nel bosco dell’esistenza e ci costringe a fermarci, a guardare, ad ascoltare davvero.
 
Oggi, invece, lo swipe continuo trasforma la musica in Gerede, in chiacchiera: un brusio costante che scorre senza mai sedimentarsi. Si passa da un brano all’altro con la stessa velocità con cui si scorrono immagini e notizie. E si corre il rischio di immergersi nel Das Man, il Si impersonale: quella dimensione quotidiana in cui non decidiamo davvero in prima persona, ma facciamo ciò che si fa. Si ascolta ciò che “si ascolta”. Si guarda ciò che “si guarda”. Si condivide ciò che “si condivide”. Non perché qualcuno ci obblighi, ma perché è più semplice aderire al flusso che metterlo in discussione, in una modalità per cui le scelte sembrano nostre, ma sono già orientate dalle mode e dalle tendenze.
 
Nel momento in cui acconsentiamo a un modello musicale che deve funzionare all’istante, sottomettendo la bellezza alla dittatura dei numeri e delle visualizzazioni, riducendo l’opera a semplice sottofondo dell’esistere, stiamo abdicando anche alla nostra capacità di abitare il tempo.
 
Se la musica è solo un sottofondo veloce, non la abitiamo: la consumiamo come può essere un veloce pasto nelle pause pranzo di lavoro. Abitare la musica significa concederle spazio e durata affinché possa rivelarsi.
 
Se l’arte non richiede più attesa smettiamo di essere progetti in divenire e diventiamo consumatori di istanti senza memoria. Perché ciò che vale davvero (nella vita come nell’arte) non coincide quasi mai con ciò che si mostra e si consuma velocemente, ma con ciò che, lentamente, trova la forza di restare.

Torna ai contenuti
Icona dell'applicazione
InEsergo Installa questa applicazione sulla tua schermata principale per un'esperienza migliore
Tocca Pulsante di installazione su iOS poi "Aggiungi alla tua schermata"