Il ritorno dei demoni
“Il diavolo lotta con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo”
F. Dostoevskij
“Nedo (Fiano, NdR), meno male, si è risparmiato questo spettacolo. Non ha visto questa spaventosa nuova ondata di antisemitismo”
Liliana Segre (27/01/2026)
50 anni fa esatti, per la sua La collana dei casi (a tutt’oggi attiva), la casa editrice Adelphi pubblicò il saggio Il catechismo del rivoluzionario – Bakunin e l’affare Nečaev, opera di Michael Confino. Confino, ebreo-bulgaro nato cent’anni fa tondi tondi nella Sofia dell’ex Regno di Bulgaria, è uno dei più importanti storici della Russia del XVIII e XIX secolo; celebre, soprattutto, proprio per aver analizzato uno dei fatti di cronaca politica più rilevanti della Russia zarista: l’assassinio, avvenuto nel novembre del 1869, del giovane Ivan I. Ivanov, studente universitario ucciso, peraltro con modalità atroci, da una cellula rivoluzionaria anarchica, la Narodnaja Rasprava (Legge Popolare). La cellula era capeggiata da Sergej Nečaev, condannato poi a 20 anni di carcere per l’omicidio di Ivanov.
Confino racconta nel suo saggio l’incontro tra il giovane Nečaev, descritto come un rivoluzionario puro e radicale, capace di qualsiasi bassezza pur di imporre la sua Idea e raggiungere gli scopi della sua Causa, e l’anziano Michail Bakunin, padre dell’anarchismo moderno.
La nascita de I Demoni di F. Dostoevskij
Fëdor Dostoevskij, all’epoca dell’affaire Ivanov, aveva 48 anni. Fu impressionato da questo evento; ne colse, anche in chiave psicologica, la pericolosità, la sua paradossale ambiguità che aveva portato all’omicidio brutale di un giovane accusato di “tradimento” e quindi necessariamente da eliminare. Tanto impressionato, appunto, da trarne lo spunto per uno dei suoi capolavori, “I Demoni” (1873).
Nota a margine: ricordiamo che dèmoni è il plurale di dèmone (le entità spirituali della tradizione greca, non necessariamente malvagie), non di demònio (cioè il diavolo comunemente detto). Dèmone e demònio sono due sostantivi, quindi, ben distinti.
Nel romanzo, Dostoevskij mette in scena la tragedia dell’uomo moderno che, nel tentativo di fondare la propria esistenza su un’Idea assoluta, finisce per esserne distrutto. Sia essa di natura politica, filosofica o morale, l’Idea come ossessione (l’accezione più calzante del dèmone del titolo) nel momento in cui diventa “atto consapevole”, “volontà realizzata”, trasformandosi in potenza distruttiva, corrompe la coscienza di chi l’ha generata. Attraverso personaggi come Aleksej Kirillov, Pëtr Verchovenskij e Ivan Šatov, lo scrittore russo ammonisce riguardo al pericolo che occorre quando l’uomo, eliminato Dio dal suo orizzonte esistenziale, assolutizza nichilisticamente la sua libertà, facendosi strumento di un principio astratto, perdendo la propria interiorità e portandolo inevitabilmente alla morte, sua o del suo Prossimo.
In questo senso, come rileva il grande studioso di Dostoevskij, Nikolaj Berdjaev, I Demoni è una riflessione profonda sul rischio di assolutizzare un’idea e portarla a compimento, estraniandola dal rispetto per la vita e per la dignità del prossimo, dimenticando che ogni principio deve essere incarnato nell’umano, e non imposto contro di esso.
I demoni dell’antisemitismo post-7 ottobre 2023
La diffusione a macchia d’olio nelle società occidentali, soprattutto negli ultimi due anni (ma in realtà sempre presente nel continuum storico delle società europee), della violenza antiebraica è, oggettivamente, un fenomeno drammatico che ci spaventa e riporta attuali, ahinoi, certe dinamiche vissutesi nel cuore dell’Europa degli anni ’30 del XX sec. Parliamo, infatti, di decine di migliaia di episodi di vario tipo ben documentati (minacce, aggressioni, vandalismi, molestie) verso organizzazioni, luoghi-simbolo e comuni cittadini ebrei fatti oggetto di umiliazioni di vario tipo (come, tra le altre, sputi in faccia e le cacciate a suon di insulti da bar e ristoranti). Dal Canada all’Austria, dagli Stati Uniti alla Germania, passando da Francia e Gran Bretagna, l’impennata dei casi di antiebraismo è stata eccezionale. Per arrivare alla cronaca più recente, quella del brutale attacco terroristico a Sydney di metà dicembre e alle vandalizzazioni del cimitero ebraico di Barcellona alla vigilia del Giorno della Memoria. Il nostro Bel Paese, in questo nauseante rigurgito antisemita, non si è di certo fatto passare inosservato visto che gli episodi di violenza e odio anti-ebraico si sono sprecati: Più Dachau - meno Netanyahu, Ebrei di m£%*a, bruciate tutti!, Israeliano subumano, Fuoco alle sinagoghe, Ebrei maledetti, vi cercheremo per sgozzare voi e i vostri bambini, oltre all’immarcescibile Juden Raus, sono solo alcune delle minacce e degli insulti che abbiamo letto sui muri delle nostre città, mentre nelle manifestazioni e cortei della scorsa estate/autunno è risuonato a più riprese lo slogan “From the Jordan to the sea, Palestine will be free” (praticamente l’obiettivo statutario dei terroristi di Hamas di cancellare lo stato di Israele dalla mappa geografica) fino ad arrivare all’agghiacciante “7 ottobre giornata della Resistenza palestinese”. Persino sul mio posto di lavoro, di fronte a un’aula di insegnamento, ho dovuto leggere la scritta “Picchia il sionista!”. I nostri concittadini ebrei sono così costretti a recarsi nelle sinagoghe scortati dai blindati della Polizia di Stato e, nel quartiere ex ghetto di Roma, hanno dichiarato, comprensibilmente, di non sentirsi più tranquilli a passeggiare con la kippah perché stanno diventando ordinarie le minacce dirette alle persone e le vandalizzazioni di saracinesche e insegne degli esercizi commerciali ebraici. Un clima che ha come naturale portato la normalizzazione di retoriche antiebraiche sia nel dibattito politico e pubblico che nelle piazze, il tutto acuito dai consueti canali on-line che hanno sparso benzina sul fuoco a piene mani.
Chi vuol fare l’angelo, fa la bestia, scriveva Dostoevskij ne I Demoni, intendendo con questa frase, come abbiamo su accennato, denunciare la pericolosità dell’aspirazione verso una causa e/o un’ideologia che si ritenga di perfezione assoluta, e che, qualora realizzata, può invece portare alla distruzione del Sé come del Prossimo. Una lezione che risuona con inquietante attualità oggi in cui le semplificazioni di stampo ideologico trasformano le persone in simboli e presunte colpe collettive. Così, la legittima e sacrosanta indignazione per determinati avvenimenti perde il suo volto umano e diventa adesione cieca a un’idea che demonizza, che rifiuta la complessità e taglia la Realtà con l’accetta.
Dostoevskij ci ricorda che il vero campo di battaglia è “il nostro cuore” ed è lì, in ultimo, che ciascuno di noi deve guardare per provare a estirpare quella tentazione al Male, quel demone che puntualmente sembra riuscire ad avere la meglio nel momento in cui si perde la volontà e la capacità di guardare all’Uomo che ci sta di fronte nella sua concretezza, lasciando invece che sia l’Idea(le) a divenire il fine ultimo.
Ogni volta che accade, la Storia, anche quella più recente, smette di essere esempio e monito per essere tragicamente ripetuta.