Questi tempi folli - InEsergo

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28 Settembre 2022 - Attualità

Deliri e contraddizioni di un’epoca grottesca
 
Questi tempi folli
 
“Preferite la pace o il condizionatore acceso?”
Mario Draghi

“Presidente, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Presidente, lei o la smette o la pagherà cara, molto cara. Questo è un avvertimento ufficiale"
Henry Kissinger ad Aldo Moro

“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”
George Orwell, “1984”

“Ti auguro tutto il meglio”
Henry Kissinger a Mario Draghi

Ammetto che questi sono tempi meravigliosi. Forse è il Kali Yuga della tradizione vedica, forse un’epopea fantozziana su larga scala. Già Ennio Flaiano era solito ripetere che “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”. Certo, osservare il novantanovenne Henry Kissinger qualche giorno fa a New York, in occasione del premio World Statesman Award consegnato al premier uscente Mario Draghi, fa quasi sorridere: accartocciato, con la testa incassata tra le spalle, bloccato sulla sedia da un tendine malridotto. Lui, l’uomo nero della politica statunitense, il deus ex machina del colpo di stato in Cile del 1973, con conseguente salita al potere di Pinochet e massacro di dissenzienti. Ma giusto per raccontarne una presa a caso dal mazzo, giacché l’amnesia storica è uno dei cancri mortali di quest’epoca grottesca.
 
Anche il bellissimo premio allo statista dell’anno è un segno dei tempi: una statuetta di vetro rappresentante un globo sormontato da un volatile (un cigno? una colomba?), le cui ali stilizzate assumono una posizione del tutto innaturale che sembra richiamare un paio di corna. “Bafometto!” esclamano i soliti agitatori, subito bollati come miserabili complottisti dall’ineffabile mainstream nostrano guardiano della Verità assoluta.
 
D’altra parte l’ex premier, per Francesco Cossiga “vile affarista”, per altri (chiedere in Grecia e a breve anche da noi) vero e proprio sicario dell’alta finanza transnazionale, osannato dai più come salvatore dell’italica patria a causa di una pervasiva sindrome di Stoccolma collettiva, già lo scorso ottobre aveva incassato le felicitazioni del fantasmagorico Joe Biden: hell of a job, stai facendo un lavoro infernale, mentre intorno all’inutile green pass prendeva forma la strategia di ghettizzazione più aberrante dal dopoguerra.  
 
A tal proposito, ricordate quando per entrare in un negozio o in una banca occorreva sfoggiare il famigerato QR code che avrebbe garantito agli italiani – ipse dixit - la “garanzia di ritrovarsi tra persone non contagiose”? Le vetrine degli esercenti sono rapidamente passate dall’arcobalenico andrà tutto bene, alla discriminazione feroce perché è la legge, fino alle attuali pantagrueliche bollette di luce e gas in bella mostra. Non è difficile immaginare il prossimo passo. La colpa è esclusivamente del tiranno russo, ovviamente.
 
Eppure, nella realtà avulsa dall’ipnosi propagandistica, Eni (non più un’azienda di stato) continua a comprare il gas dalla Russia, che è quello che costa meno al mondo, allo stesso prezzo di prima. Peccato che poi lo rivenda indicizzato alle cifre stabilite dalla borsa olandese TTF (Title Transfer Facility), i cui prezzi in poco tempo, e comunque già prima della guerra, si sono incrementati di almeno cinque volte. E peccato anche che il prezzo dell’energia elettrica venga scientemente legato a quello del gas naturale. Un placido acquerello politico immerso nell’immobilismo governativo, ispirato forse da quella distruzione creativa messa nero su bianco e tanto cara al consesso dei G30 di cui fa parte, naturalmente, anche lo statista dell’anno.  
 
Mi vengono in mente le parole di Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, quando nel 2015 a un incontro pubblico presso l’ateneo di Firenze, confessò serenamente che le cose non si decidono più a livello politico perché la visione non è più politica. E lo diceva a ragion veduta, in quanto invitato a partecipare a una quattro giorni del Gruppo Bilderberg.
 
Una consapevolezza probabilmente maturata anche in buona parte degli italiani, dal momento che durante l’ultima tornata elettorale, tra un astensionismo inusitato e un 3% di schede bianche o nulle, ben il 40% degli aventi diritto al voto ha scelto di non scegliere. In effetti, mai come nelle ultime tre legislature si ha avuta la sensazione di un Parlamento totalmente esautorato a colpi di DPCM, decreti e voti di fiducia (cinquantacinque solo dell’ultimo governo), come se le decisioni venissero prese altrove, con il consenso della stragrande maggioranza delle forze politiche.
 
Per questo i millantati sospetti di rigurgiti fascistoidi fanno al massimo sorridere: la Meloni fiammeggiante, fresca di un’impeccabile riverniciatura e del benestare dell’Istituto Aspen della famiglia Rockefeller, in cui è stata accolta nel febbraio del 2021, si appresta a proseguire le politiche neoliberiste di Maastricht dei governi precedenti. Altro che antiamericanismo e sovranismo: la simpatia atlantista di FdI è ben attenzionata a Washington. Se le cose non stessero in questi termini, d’altra parte, “abbiamo gli strumenti per rimetterle a posto”: vox Ursula, vox dei.  
 
L’Italia nel frattempo prepara lo stanziamento di 700 milioni di euro (sic) di assistenza finanziaria all’Ucraina, mentre Mosca sta per dare alla luce un nono distretto federale con le quattro regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhya annesse tramite i tanto contestati referendum. Qui da noi influencer e pseudo-artisti blaterano a vanvera di fascismo, operando la classica demonizzazione controllata del finto oppositore di turno; nella realtà la situazione generale si fa incandescente (il sabotaggio del gasdotto del Nord Stream è un altro segnale) e ci porta a un passo dalla Guerra Mondiale. Tra distrazioni di massa, propaganda e manipolazione pervasiva il gioco – pace alla buonanima di John Belushi – si fa davvero duro.
 
Come ebbe a dire Vittorino Andreoli nel suo Homo stupidus stupidus, stiamo assistendo all’agonia di una civiltà. Un intero mondo, quello globalista e unipolare, cede il passo e la costante crescita del gruppo dei BRICS (che rappresentano più del 40% della popolazione mondiale) lo dimostra inequivocabilmente. Il futuro dietro l’angolo ci parla di multipolarismo e di ritorno alla sovranità monetaria, non per scelta ma per necessità improcrastinabile. Prima però occorrerà ascoltare suonare molti requiem. A cominciare dal neonato governo di centro-destra, che verrà stritolato in una morsa ferina da crisi energetica, scandali post-covid, tensioni sociali e internazionali da brividi. L’Italia oggi è un paese ingovernabile e lo statista dell’anno lo sapeva bene: “tra il cuore di un venticinquenne in splendida forma e uno di un banchiere centrale di ottantasei meglio il secondo, perché non è mai stato usato”, raccontò sornione lo scorso luglio alla cena per i corrispondenti della stampa estera. Noi invece il cuore continuiamo a usarlo: è l’unico elemento che ci distingue da loro.  


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