25 Maggio 2026 - Attualità
La Dichiarazione d’Indipendenza e un Paese che non smette di discutere se stesso
La promessa tradita dell’America
“Noi sosteniamo che queste verità sono per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili, tra i quali sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini dei governi, che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che, ogni qualvolta una forma di governo diventi perniciosa a questi fini, è nel diritto del popolo di modificarla o di abolirla.”
(Thomas Jefferson, 1776)
“Portano droga, portano criminalità, sono stupratori. E qualcuno, immagino, è anche una brava persona”
(Donald Trump riferito ai messicani, 16/06/2015)
“Gli Europei sono stupidi. Sono parassiti che non arriverebbero da nessuna parte senza gli USA”
(Donald Trump a Davos, 21/01/26)
Il prossimo 04 luglio si celebreranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, l’atto formale attraverso il quale le 13 colonie britanniche affacciate sull’Atlantico, il 04/07/1776 in quel di Philadelphia, si staccarono ufficialmente dalla Madrepatria dando luogo agli Stati Uniti d’America.
U.S.A che, in realtà, in quel momento ancora non esistevano come Stato vero e proprio. Né come potenza, né come progetto condiviso. Ma nondimeno si era gettato il seme di un’idea all’interno di un manifesto politico tra i più influenti della Storia Moderna prima e di quella Contemporanea dopo.
Oggi lo si può utilizzare, anche, come una sorta di amara e impietosa lente attraverso cui leggere le contraddizioni del presente. Perché? Proviamo a illustrarlo.
Il fulcro del testo, redatto principalmente da uno dei Padri Fondatori, Thomas Jefferson, mette in fila principi e verità, “di per sé evidenti”, come possiamo leggere in esergo: uguaglianza degli uomini alla nascita, sacralità della vita, libertà personale e la celeberrima ‘ricerca della felicità’ (locuzione piuttosto fumosa ma dalla grande efficacia evocativa). Elementi che oggi diamo per scontati ma che, allora, da un lato erano concetti socialmente e politicamente deflagranti di per sé (l’autorità che non deriva dal sovrano, bensì dal popolo; il Potere che perde legittimità se vìola i diritti fondamentali) e dall’altro erano un ‘gancio’ diplomatico per un appoggio europeo, soprattutto francese.
L’incongruenza, o meglio la contraddizione fondativa della Dichiarazione, constava nell’esistenza della schiavitù, nell’esclusione politica delle donne, nell’espansione violenta verso le popolazioni native. Nei fatti, l’atto di nascita della democrazia moderna conviveva, quindi, con l’accettazione di un Sistema che ne negava i presupposti. E non fu un caso che essa verrà utilizzata nel corso dei secoli da parte di chiunque volesse rivendicare diritti civili: lo fece Lincoln per l’abolizione della schiavitù (1865), le suffragette per rivendicare il diritto di voto delle donne (1920) e, ovviamente, Martin Luther King per la sua battaglia contro la segregazione razziale, culminata con la marcia su Washington nel 1963. Questo solo per sottolineare come ogni generazione americana, in fondo, ha riletto quel documento come una promessa non mantenuta e/o come un’eredità da difendere.
Oggi, in questa profondissima crisi del sistema democratico e istituzionale americano, la Dichiarazione torna al centro non solo come memoria storica, ma, purtroppo, come terreno di scontro culturale, plasticamente esemplificato dallo slogan trumpiano “America First” che, abdicando alla narrazione (ovviamente fallace nella sostanza ma potente nella forma) degli Stati Uniti come modello di Democrazia per una visione nazionalistica di un Paese che va difeso, restringe drasticamente il perimetro dei diritti e dell’inclusione. Corollario di ciò, nel linguaggio e nell’azione degli Usa di Trump, è che la stessa idea di indipendenza si estrinseca, come abbiamo visto sin dal primo mandato 2016-2020, nel rifiuto di vincoli esterni: trattati, organizzazioni internazionali, regole condivise sono viste con grande diffidenza, quando non spregiate e insultate apertamente.
Se la Dichiarazione d’Indipendenza nasceva come rivolta contro un potere distante e non rappresentativo (quello della Corona britannica), Trump ha strumentalizzato quell’ impulso per indirizzarlo contro le stesse istituzioni interne, arrivando persino a qualcosa che si riteneva impensabile: fomentare l’assalto a Capitol Hill del gennaio 2021. In questo gioco al massacro delle istituzioni democratiche (dinamiche che stiamo conoscendo bene anche qui in Europa, e in Italia in particolare), nessuna Istituzione è risparmiata: Washington, la burocrazia federale, i media, Atenei e Centri di Ricerca…chiunque sia visto come un ostacolo al potere decisionista del Presidente, viene indebolito, quando non soppresso.
In definitiva, ci troviamo davanti a una riscrittura, radicale e divisiva, in quanto eversiva, del Mito Americano (di per sé in grande crisi, come abbiamo già avuto modo di illustrare su InEsergo): l’indipendenza come liberazione dalle mediazioni, dai controlli e dai limiti dei checks and balances, più che come garanzia di diritti.
Ma nonostante le criticità contingenti, non possiamo sottovalutare, nella nostra analisi, la sua importanza. Questo in quanto essa è un documento vivo, attuale, che pone delle domande ancora oggi ‘aperte’ dimostrando che la sua eredità è nel suo non tracciare un traguardo, un qualcosa di scontato e/o ottenuto. Anzi, i suoi princìpi delineano un orizzonte da raggiungere, delle promesse da implementare nella quotidianità del vivere civile, nella gestione della Cosa Pubblica, dei valori da realizzare nella pratica, sia sociale che politica.
Ed è con questa speranza che vorremmo chiosare: e cioè che qualsivoglia tradimento, per non dire “stupro”, della Dichiarazione da parte del Presidente pro-tempore di turno, sia un inciampo della Storia che lasci presto spazio, invece, a una tensione di progresso e avanzamento verso la promessa in essa contenuta.