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12 Marzo 2026 - Attualità

Da Vasco Rossi a Sal Da Vinci
 
Mondo sbagliato
 
Nell’inverno del 1980, Pippo Baudo, all’epoca conduttore di Domenica In, si collega col Motor Show di Bologna per trasmettere l’esibizione di un giovane e disallineato cantante, Vasco Rossi. La canzone è Sensazioni Forti, sicuramente dimenticabile come qualità artistica a partire dalla citazione del riff di Jan Dury in Sex & Drugs & Rock & Roll; tuttavia, potentissima per quanto riguarda il messaggio: un invito allo sballo tra i Sex Pistols e gli Who di My Generation, con tanto di esaltazione degli eccessi.
 
Non ci bastano le solite emozioni… Vogliamo bruciare… Non importa se la vita sarà breve… Vogliamo godere…
 
Insomma, il giovane Vasco, barcollando tra il “fatto” e l’alcolizzato, sfodera il tipico armamentario trasgressivo del rock per catturare gli umori e gli istinti della gioventù italiana. Strategia che posso confermare direttamente, avendo avuto la fortuna di vedere un concerto dell’esimio futuro divo nell’estate del 1981 addirittura in prima fila (ma in tutto saremo stati 150 spettatori!) nel teatro tenda che fu montato per un’unica stagione a Salice Terme, il mio paese d’origine. In particolare, ricordo un Massimo Riva un po’ troppo nella parte. E non c’erano telecamere, quei soggetti erano proprio così.
 
Ma tornando al Motor Show, a Pippo e a Domenica In, accade che tra gli spettatori a casa vi fosse tale Nantas Salvalaggio, scrittore e giornalista, che, stravolto e negativamente impressionato dall’esibizione, scrive un articolo durissimo e senza appello per stroncare il personaggio emergente e tutto ciò che aveva l’ambizione di rappresentare. Il pezzo esce sul settimanale Oggi, procurando una inaspettata vampata di visibilità al rocker, ma soprattutto dividendo il pubblico in borghesi moderati e progressisti infuocati. Nantas esprime in modo veramente tragico il suo disappunto verso Vasco, lo umilia, lo demolisce, lo disprezza, va oltre il commento alla canzone, scagliandosi contro la persona (lo definisce un ebete, brutto, malfermo). La situazione si tende al punto che interverrà in risposta addirittura la mamma di Vasco, con una nobiltà e una semplicità disarmante a riferire che Vasco, orfano di un padre integerrimo e grande lavoratore, non è né drogato né santo, ma è onesto come suo padre, e questo a lei basta. Vasco si rifarà a Sanremo due anni doppo cantando Vado al massimo, in cui citerà indirettamente il Salvalaggio: «Meglio rischiare che diventare come quel tale che scrive sul giornale…». Il resto è storia.
 
Ma ecco allora che, a proposito di Sanremo, facciamo un salto in avanti di ben 46 anni e arriviamo nientedimeno che al trionfatore attuale: Sal Da Vinci. La sua canzone, Per sempre sì, ha tutte le caratteristiche del già sentito sia dal punto di vista musicale (tipico il fatto che venga spontaneo associare i break di batteria a Se bruciasse la città, scritta dagli immensi Savio/Polito/Bigazzi per Massimo Ranieri nel 1969) che testuale (con tutti i luoghi comuni del genere popolare neomelodico partenopeo).
 
Ma, al netto della vittoria, che, come quasi sempre accade a Sanremo, si deve a una concomitanza di fattori anche accidentali, per cui la canzone migliore non vince mai, e al netto del fatto che trattandosi di festival della canzone italiana bisogna accettare che siano rappresentati vari generi per varie tipologie di ascoltatori (sia per stile sia per generazione), sulla canzone del buon Salvatore si è scatenata una demonizzazione extramusicale davvero allarmante. Perché a mettere in croce questa canzone non sono tanto gli appassionati e i critici musicali, per i quali è pacifica l’insignificanza artistica, ma, anche in questo caso come per Vasco, i concionatori di costumi, gossip, tendenze: leoni e capre da tastiera, opinionisti, tuttologi, femministe, lgbtqpiuisti, individualisti, laicisti, autoerotisti e compagnia cantante.
 
A poli invertiti rispetto alla polemica del 1980, stiamo assistendo a un nuovo caso di antropologia stocazzesca, sigillata da quel nuovo Marzullo che è diventato Cazzullo sul Corriere della Sera. Insomma, nel 2026 dire alla persona che ami:
 
«Saremo io e te Per sempre Legati per la vita che Senza te Non vale niente Non ha senso vivere
Con la mano sul petto Io te lo prometto Davanti a Dio Saremo io e te Da qui Sarà per sempre sì
»
 
suona come la peggiore delle bestemmie. Un messaggio pericoloso e devastante per l’equilibrio psichico e l’autostima dell’italiano medio, a cui evidentemente non è più concesso di innamorarsi, di sognare, di progettare, di fare figli, di credere in un futuro anche solo vagamente sorridente, addirittura sorretti e impegnati dalla promessa davanti a Dio (chi era Costui?). Che poi il testo nelle strofe possiede la classica forza delle immagini semplici che si evocano quando si è innamorati, e alzi la mano chi non c’è mai caduto in quel tipo di kitsch. Faccio notare inoltre che, tra gli autori, questa canzone annovera anche Federica Abbate (35 anni) e Alessandro La Cava (26 anni), autori pop consumati e non certo incasellabili nel pubblico di Sal Da Vinci.
 
Insomma, sembra che il dogma che governa l’attuale società debba essere quello di bastare a se stessi, autoproducendo valori soggettivi da imporre al vicino di casa in un utopico clima di pace sociale e mentale. Ma in questa grottesca borghesizzazione del Superuomo di Nietzsche, ecco che tutti i paperini italiani possono sentirsi alti come i papaveri, però ricordandosi di chiedere il consenso per un umile cunnilingus, combattere il patriarcato, chiamare fascisti tutti quelli che hanno un’opinione diversa dalla loro, applicare la pietà selettiva per categorie umane e nazionali, scendere in piazza quando chiama Landini. E ad andarci di mezzo, per l’ennesima volta, è un’espressione artistica, che viene presa a simbolo del male. Addirittura ho letto in una critica che le canzoni di Sal Da Vinci piacevano a Silvio Berlusconi. Ma forse le parole migliori le ha proprio dette il cantante quando ha cercato di chiudere le polemiche dicendo queste parole: «Io ho semplicemente portato una canzone che parla d’amore, se poi l’amore è una cosa violenta allora forse siamo nel mondo sbagliato».
 
In conclusione, la polemica di costume del momento credo descriva bene la portata del mutamento di paradigma nella società degli ultimi decenni, dimostrando i medesimi pregi e difetti di ogni radicalizzazione in cui ci si dichiara democratici e poi si pretende di imporre agli altri una visione precisa e totalizzante, distribuendo stigma e zolfo verso le minoranze. Invito quindi il lettore a mettersi al riparo dalla tentazione di credere che il sistema di pensiero che condivide sia esclusivo frutto del suo raziocinio e della sua naturale consapevolezza, perché non è mai così, e spesso gli estremi si toccano.



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