Lui, Pietrone - InEsergo

Title
Vai ai contenuti
ARTICOLI MENO RECENTI

Dell'amore puro

Gli occhi degli animali e la nostra umanità smarrita

La ferita dell'umiliazione

La terza ferita evolutiva

C'è ancora domani

La rivoluzione silenziosa: il dialogo “a bocca chiusa” tra generazioni

Il vecchio e il conclave delle ombre

Quando un incontro casuale svela il lato oscuro della notte di Valpurga

Tra mente e anima

L’analisi bioenergetica come chiave di accesso al benessere

Jules Verne e l’epopea vandeana

Il libro “fantasma” di Verne e il primo genocidio della Storia Contemporanea

Gold pop era

Tra melodie indimenticabili e la sfida del presente musicale

Il grande scacchiere globale

Le forze occulte della guerra in Medio Oriente

Detenuto, in fondo

Tu stai in galera. Io no

Ponte Morandi: la verità è un anelito a prezzo di costo

Genova vuole credere nella giustizia. Genova vuole rispetto per i suoi morti. Genova chiede la Verità.
27 Febbraio 2023 - Storie

Un amico decisamente eccentrico
 
Lui, Pietrone
 
"Ma sei hai tutti sti problemi, perché non parli con Pietrone?" Eccolo lì, ha buttato la bomba. È solo uno che ho conosciuto da poco; ma lui dice che siamo amici e questo per lui è un consiglio da amico, benché me lo dica con aria scocciata. Io non ci sto a pensare più di tanto.
 
"Hai ragione, mi sa" dico con condiscendenza. "Eh, ho ragione sì" dice lui.  Convintissimo, invece. E con la palma della vittoria in mano mi lancia un “Ciao!” e mi lascia solo nella stanza. Lo dicevo che mi sembrava seccato. Uno espone i suoi problemi e questo qui ti ascolta due minuti e ti pianta. Però il suo consiglio riecheggia dentro di me come un sasso in uno stagno. Parlare con Pietrone forse è davvero la cosa giusta; ma fosse facile. Innanzitutto, l'idea non è mia e son cose che vanno intraprese con la massima serietà, con la massima convinzione.
 
Eppure, lentamente, mi lascio convincere: facciamolo. "Pietrone!" penso ad alta voce. Posso dire di essere stato udibile: comincio a contare. Uno, due tre, quattro... otto, nove, dieci... ventuno, ventidue. Eccolo. È come un fruscio, ma più pesante, che si sente a intermittenza. Qualcosa che schiaccia l'erba assetata e la sgualcisce come fosse carta. Senza farsi attendere, il rumore si intensifica in forza e frequenza; comincio a immaginare il peso di ciò che sta per arrivare: un peso notevole. Da dove verrà fuori? Con lui non si sa mai.
È vicino, è vicino! Ormai è un fragore quasi di cascata e aumenta. Mi pare di capirne la direzione di arrivo, mi allontano e mi preparo all'impatto. Non faccio in tempo a mettere le dita nelle orecchie che la parte del muro che tiene la finestra si sgretola con un rombo di tuono e un trionfo di frammenti di mattoni forati.
 
In una nuvola di polvere il pietrone oblungo fa il suo ingresso in casa mia, rotola sul tappeto, attraversa la stanza per scortecciare il muro opposto, rimbalza più o meno al centro e lì tentenna fino a fermarsi. Attendo che la polvere si posi. Intanto penso, contemplando il disastro, che sarebbe potuto semplicemente entrare dalla finestra. Deve essersi offeso del fatto che era chiusa. Comunque. Mi avvicino a Pietrone, lato terra (come è giusto, l'altro lato è il lato verde, facile da riconoscere grazie ai muschi che vi crescono). La sua superficie scabrosa, sbozzata, bernoccoluta e terrosa attende di sapere il motivo della convocazione.
 
"Pietrone, ho delle domande." dico con franchezza. Se parli con il cuore in mano, se hai davvero una necessità, Pietrone ti ascolta. E però non ha un carattere facile. È severo, innanzitutto, e pronto a dare giudizi taglienti. Parla col contagocce e magari interrompendoti, di modo che se non hai l'umiltà e la pazienza di fermarti o anche solo se perdi il momento giusto, rischi di non capire le sue poche e preziose risposte.
 
Sul momento la cosa da fare è valutare se sia disposto ad ascoltarmi o meno. Mi sembra che si sia fermato in piena luce; è un buon segno. Se mentre parlo non cade polvere, è il caso di smettere immediatamente. Ma vedo che un filo di sabbiolina scorre davanti alla luce come in una clessidra e prendo coraggio. Inizio a parlare con cautela, tenendo d'occhio se la sabbiolina continua a cadere; man mano prendo sicurezza, sento che è ben disposto. E come a giustificarmi per la seccatura che gli arreco, pian piano lo spolvero della terra residua - secca, terra polverosa come sabbia - che gli riempie le cavità. Il suo aspetto ne risulta ancora più severo.
 
Le mie domande sono tante: su quel mio amico-conoscente che mi deve 200 traldi e vedo già che, alla faccia dell'amicizia che millanta, quei soldi li ho già salutati; su mio padre, che mi vuole fuori di casa; sul mio destino di non più giovane disoccupato. Il buon sasso nella luce del pomeriggio è quasi tutto di un colore dorato, chiaro e brillante. In quella luce maestosa lo sento parlare. Lo sento nella mia testa, la sua voce nella mia mente è ovattata, come se parlasse da dietro un muro, ma con tono chiaro e sicuro. Parla del mio comportamento da ragazzo viziato, mi dice che è il momento di crescere. "Lo so" gli dico. "Lo so, su questo hai ragione tu, ma che potevo farci? Io sono così... sì, hai ragione. Ma, sai...". Lui non sente ragioni: vuole assolutamente che prenda una
decisione. Quasi non riesco a finire le frasi. "Pietrone, aspetta! Se mi lasci parlare...". Ma sono contento della sua vicinanza. Si vede che mi ha preso a cuore: non è sempre così. Forse ho toccato qualche sua corda personale, forse sono solo fortunato; ma è meraviglioso vedere con quale attenzione mi ascolta e come mi risponde prontamente, come un maestro venerabile e buono; e non mi importa che sia severo con me, perché almeno mi ascolta: è sceso giù dai monti per ascoltarmi e so che a modo suo vuole darmi una mano.
 
Man mano che parliamo, sento di vedere me stesso in modo più chiaro, più lucido. Vedo le mie debolezze e sento che davanti a lui posso ammetterle. E pian piano il peso dal mio petto scivola via. È una sensazione indescrivibile per chi non l'ha provata: è il fuoco del conforto. Ah, Pietrone! Sono proprio un fiume in pena. Parliamo così tanto che neanche mi accorgo che intanto è scesa la sera. La terra su di lui ha smesso di cadere e la luce della lampadina scava delle ombre intorno alle sporgenze della roccia. Le sue risposte si sono fatte più rade già da un po', ma, preso com'ero, non me ne sono accorto. "Ho esagerato, eh?" gli dico. Senza aspettare la sua risposta - lo so che è stanco, ci mancherebbe - penso che il meglio sia di congedarci e comincio a rotolarlo fuori per dove è entrato, con uno sforzo notevole, perché la sua figura è alquanto bitorzoluta e assomiglia più a un gigantesco tubero di pietra; ma ho la felicità nel cuore.
 
Siamo quasi arrivati al muro quando a un tratto qualcosa si oppone ai miei sforzi. Mi fermo e rimango in rispettosa attesa. Mi permetterà di farlo uscire? Vuole dirmi ancora qualcosa? Lo lascio e mi allontano. Lui ruota faticosamente di novanta gradi, si ferma e un secondo dopo inizia a correre contro il muro di fronte; lo sfonda, naturalmente, e si allontana nella campagna buia con il fruscio sommesso di un serpente sulla terra lavorata di fresco. Si vede che sta andando da qualcun altro che ha bisogno di lui. Io sono estatico. L'ho stancato più del giusto, ma ne avevo bisogno. Tutti abbiamo bisogno di Pietrone, una volta nella vita.
 
Mia madre intanto è appena entrata; deve aver sentito il botto. "Hai parlato con Pietrone, vero?" dice soltanto, mentre si guarda intorno con rassegnazione. Mi mette una mano sulla spalla e dice sommessa: "Buoni 4000 traldi di danno, Wjaski! Questa come la diciamo a papà?"

Torna ai contenuti