Quando la Rai inscenava il mistero - InEsergo

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10 Marzo 2021 - Cinema

Il fascino dell'insolita televisione anni ‘70

Quando la Rai inscenava il mistero
  
C’era un tempo in cui la televisione di stato mescolava l’intrattenimento alla cultura. Non ci riferiamo nello specifico all’indimenticabile Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi con cui migliaia di concittadini negli anni ’60 trascesero l’analfabetismo. Pensiamo invece a una decade inaugurata dieci lustri fa, dal 1971 al 1982 per l’esattezza. Un periodo in cui Mamma Rai incantava milioni di spettatori con racconti gotici, paranormali e di fantascienza, inscenando fantasmi, reincarnazione, magia nera e profezie. Qualcosa di assolutamente impensabile ai giorni nostri, narcotizzati come siamo ab illo tempore da prodotti televisivi costellati di pessimi attori e narrazioni tanto nazionalpopolari quanto pedestri e inconsistenti.

Inutile dilungarsi sulle motivazioni per cui il piccolo schermo ha contribuito ad affogare negli anni il cervello italiano medio nello sciroppo di orzata del becerume e del cialtronismo. Le finalità di questo articolo sono altre e mirano a riportare alla luce un’epoca lontanissima e preziosa della nostra televisione di stato, in cui le storie narrate procedevano spesso dalla letteratura (Poe, Dick, Lovecraft per fare qualche nome) e venivano interpretate da attori presi a prestito dal teatro, con tempi lenti e modalità stilistiche tipicamente teatrali. Prima in bianco e nero e poi a colori, sostenuti da riprese e montaggi davvero essenziali, questi sceneggiati luccicanti di dialoghi forbiti e atmosfere immaginifiche fanno parte del patrimonio culturale del nostro paese e sono oggetto ormai da diversi anni di una progressiva riscoperta sfociata in taluni casi in un vero e proprio culto.  

21 aprile 1817, notte, ore 11. Esperienza indimenticabile, luogo meraviglioso, piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini, messaggero di pietra, musica celestiale, tenebrose presenze
 
Il Segno del Comando, di cui il prossimo maggio ricorreranno i cinquant’anni esatti dalla messa in onda sul “Programma Nazionale”, è assurto nel tempo allo status leggendario dello sceneggiato più importante nella storia della Rai. La regia del grande Daniele D’Anza rese immortale il soggetto di Flaminio Bollini e Giuseppe D’Agata: un professore inglese (Ugo Pagliai), alla ricerca dei diari perduti di George Byron, si muove per i vicoli di una Roma decadente ed eterea circuito dalle misteriose apparizioni di Lucia (Carla Gravina), diafana quanto magnetica. Quindici milioni di spettatori ammaliati da trame occulte, culminate nell’inquietante sequenza della seduta spiritica, tra passato e presente, sinistre coincidenze e il celebre din don della sigla (Cento Campane, nella versione di Nico Tirone).

A come Andromeda del 1972 sta alla fantascienza come Il Segno del Comando al paranormale. La sognante colonna sonora di Mario Migliardi puntella una vicenda che si svolge in Inghilterra l’anno prossimo: una serie di segnali provenienti dalla nebulosa di Andromeda e captati da un modernissimo radiotelescopio vengono interpretati dal professor Fleming (Luigi Vannucchi) come precise istruzioni per la costruzione di un calcolatore di tecnologia aliena. Una volta messo in opera, il supercomputer genererà una creatura dalle fattezze umane ma dalle capacità mentali infinitamente superiori, benché totalmente anaffettiva.

ESP (1973), acronimo di Extra-Sensory Perception, diretto nuovamente da Daniele D’Anza con la consulenza del parapsicologo Emilio Servadio, racconta le vicissitudini realmente accadute di Gerard Croiset (Paolo Stoppa), sensitivo olandese consultato anche dalla polizia per risolvere i casi più intricati. Medium, ciarlatano o entrambe le cose? Il theremin tratteggia arabeschi sonori per un soggetto profondamente intrigante e passato alla storia come indagine sul paranormale in forma di fiction per la televisione.  

Ritratto di Donna Velata (1975) è un altro capolavoro senza tempo. Per la regia del già citato Flaminio Bollini, tenne incollati allo schermo qualcosa come venti milioni di spettatori, con il conforto ancora una volta di musiche memorabili (opera del compositore Riz Ortolani). Di nuovo atmosfere suggestive e gotiche per la conturbante storia d’amore tra Nino Castelnuovo (protagonista di un noto spot della Olio Cuore negli anni ’80) e la compianta Daria Nicolodi, compagna all’epoca di Dario Argento, divenuta famosa per la parte della giornalista in Profondo Rosso. Un misterioso dipinto del Settecento che ritrae il volto di una donna reincarnata è il pretesto per una serie di intrighi metafisici con al centro una tetra necropoli etrusca.

Basato sugli esperimenti condotti sulle piante dal ricercatore americano Cleve Backster nel 1966, La Traccia Verde (1975) racconta come una piccola dracena, alle cui foglie vengono applicati gli elettrodi della macchina della verità, permetterà di individuare l’assassino di una donna palesando orrore e angoscia, emozioni tipicamente umane: anche i vegetali posseggono dunque una coscienza?   

Gamma (1975), su soggetto del chirurgo affiliato alla P2 Fabrizio Trecca, si spinge laddove nessuno aveva ancora osato: il trapianto di cervello. Mentre oggi questa possibilità viene sondata con sempre maggiore convinzione dalla chirurgia ultra-avanzata, all’epoca lo sceneggiato ipotizzava che spostando l'encefalo da un essere umano all’altro si ereditasse anche l’intero bagaglio dei ricordi e della personalità del donatore, fino quasi a ripercorrerne il destino. Si indaga sugli aspetti etici di una scienza che si crede onnipotente tra atmosfere cupe e un futuro distopico superato ormai dall’attuale presente. Troneggia la colonna sonora di Enrico Simonetti, padre di quel Claudio divenuto noto con i suoi Goblin per le colonne sonore dei film di Dario Argento.

I Racconti Fantastici (1979) basati su Edgar Allan Poe, per la regia ancora una volta di Daniele D’Anza con l’evocativa soundtrack dei Pooh, mescolano liberamente i racconti dello scrittore americano con un soggetto ambientato nel presente. Un’antica e misteriosa villa, dai dettagli oscuri, è il teatro in cui si narrano le vicende di vari personaggi che giungono sul posto come richiamati da un mefistofelico incantesimo, fino alla catarsi finale.

Il Filo e il Labirinto (1979) sono quattro episodi sospesi tra giallo e mistero scritti dall’eccelso Biagio Proietti e Diana Crispo che fanno un po’ il verso a The Twilight Zone (in Italia noto come Ai Confini della Realtà) di Rod Serling. La realtà potrebbe essere molto diversa da come appare, rivelando significati reconditi e onirici anche attraverso piccoli particolari. Budget a basso costo ma grandissima qualità realizzativa e ottimi attori: tanto basta per tenere incollati allo schermo ancora oggi.

Il Fascino dell’Insolito (1980-1982), serie di telefilm anche a colori considerati un vero cult della nostra televisione, studiati presso università prestigiose come il DAMS di Bologna, chiude la nostra breve carrellata. Da Poe a Lovecraft, da Dick a Bradbury e Matheson, un retaggio letterario enorme venne portato al sabato sera su RaiDue con ascolti costanti intorno ai due milioni di spettatori. Il vero canto del cigno della televisione del fantastico e dell’immaginazione, prima di un inesorabile declino con la complicità delle emittenti private.

Le finalità di questo articolo verrebbero travisate se, al di là del rapido excursus appena completato, si desse conto del fenomeno degli sceneggiati italiani degli anni ’70 nella sua interezza. Titoli come Dov’è Anna? (il prodotto di maggior successo della storia della televisione italiana, con punte di 28 milioni di spettatori), L’amaro Caso della Baronessa di Carini, Albert e l’Uomo Nero, Ho incontrato Un’Ombra, La Porta sul Buio (prodotto da un ancora sconosciuto Dario Argento) e molti altri, pur sfociando nel thriller più che nel paranormale, non sono secondi a nessuno. Sono anzi la testimonianza di un’epoca irripetibile, percorsa dall’inventiva e dal coraggio di osare. Chi allora faceva televisione aveva gusto e cultura: la Rai offriva ampi margini di sperimentazione, compiaciuta dal gusto mediamente raffinato e un po’ disadorno del suo pubblico. Un’austera semplicità rimpiazzata dai ritmi contemporanei di un tempo raramente capace di riservare ancora magia.

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