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19 Dicembre 2021 - Musica

Quando il rock si fa rassicurante
  
L'affaire Maneskin
 
Fredda giornata di dicembre. Primo pomeriggio, appena uscito dall’ufficio. Me ne sto alla fermata aspettando il mio bus, imbacuccato con scaldacollo, guanti e cappello per difendermi dal famigerato ventaccio genovese e ascoltando, con le mie inseparabili cuffiette, Wiped out dei Raven, anno di grazia 1982.  

Star fermi al ritmo forsennato delle composizioni della band inglese è cosa ardua e quindi lo assecondo con un controllato headbanging e muovendo freneticamente le dita della mano sinistra come se stessero scorrendo sulla tastiera di una chitarra elettrica. A quel punto un canuto signore, ad occhio tra i 65 e i 70, si avvicina e mi dice qualcosa che ovviamente non sento. Se c’è una cosa che detesto è quando vengo interrotto da estranei che vogliono attaccar bottone mentre sto ascoltando musica ma, per educazione e rispetto, stoppo il lettore e, con un sorriso forzato, gli chiedo di ripetere la domanda.

“Balli per la musica o per il freddo?”, fa lui. “No no, per la musica”, rispondo io. “E cosa ascolti?”. Ecco, e ora che gli dico? Provo con la verità: “I Raven”, pronunciando proprio reivən. “Chiii?”, mi fa l’anziano. Porc… lo sapevo, ma non posso rimangiarmi la parola: “I Raven, scritto r-a-v-e-n”, scandisco. “Aaah, si!”, “Grande, li conosce?!”, mi illumino incredulo! “Con chi suonano?” Doh! “No, non suonano con nessuno: loro sono già una band…”. “Intendo di che periodo sono? Suonavano con i Rolling Stones?”. “Beh, non proprio, sono usciti nella prima metà degli anni ottanta”. “Ok, fa lui, io conosco quel periodo. Ma allora non suonavano con i Rolling Stones?”. Per fortuna, prima che l’imbarazzo salga a livelli eccessivi, sopraggiunge il suo bus costringendolo a chiosare: “Io prendo questo, comunque ora ci sono i MANNECHIN che sono bravi!”.

Rimango trafitto per il triplo salto mortale dell’anziano che, cresciuto coi Rolling Stones, mi tira fuori a tradimento l’associazione con i Mannechin

Ci rimugino mentre torno a casa, basito non tanto dalla testimonianza del simpatico signore quanto per come sia stato possibile che i Måneskin siano diventati il fenomeno che sono diventati. Mi chiedo se può bastare a spiegarlo il fatto di essere esplosi nella società dominata dall’astrattezza dei social media, nella quale il successo può arrivare tramite il semplice apparire su uno schermo, partecipando a contest ed eventi mediatici (X Factor, Festival di Sanremo, Eurovision, MTV Music Awards, ecc.), piuttosto che partendo dal “basso”, facendo parte di una “scena” e la gavetta in piccoli locali polverosi.

E non basta neppure a spiegarlo l’egida di Manuel Agnelli prima o il supporto di un colosso discografico come la Sony e il lavoro dei promoter dopo; agenti che, oltre a creare hypes ad arte, sono riusciti a confezionare un prodotto con tutti i crismi per essere apprezzati dalla massa: giovanissimi, adolescenti, loro genitori e, come abbiamo visto, persino loro nonni.

No, ci dev’essere qualcosa di più.

Ora, non ci appassiona dibattere su quale genere suonino i Måneskin (fanno o non fanno “rock”?), né sulla qualità della loro proposta. Alla fin fine, credo che lo scopo ultimo della musica sia suscitare emozioni e se i 4 romani le provocano con canzonette di due/tre minuti con un songwriting piatto come una sogliola, allora buon per loro e per i loro fans.

No, quello che stona è lo iato esistente tra la loro immagine (ribelle, provocatoria e provocante), e la rassicurazione che al contrario emana la loro musica. Ossimoro plastico che nessuna band, che si voglia rock, abbia avuto in passato. Nel corso di tutta la seconda metà del XX secolo, infatti, il Rock, nelle sue varie declinazioni, ha avuto una funzione di rottura e rinnovamento nei gusti, nei valori e nell’interpretazione della realtà socio-politica del loro tempo: penso a Elvis e Little Richard nei cinquanta, ai vari Bob Dylan, Jim Morrison e Lou Reed a fine sessanta, il punk a fine settanta, il metal a inizio ottanta, il grunge a inizio novanta, giusto per fare un rapido e incompleto elenco di generi che in modo diverso hanno saputo esprimere disagi e mal di vivere di intere generazioni di giovani.

Con i Måneskin invece, a parte qualche beghino a cui le canotte bucherellate di Damiano susciteranno indignazione (un’indignazione comunque funzionale al “gioco” complessivo dell’immagine della band), ci troviamo davanti a un totale consenso, se non quando a un’esaltazione (pare esista pure il fan club delle mamme, le Måmmeskin! Chapeau per il nome…) che però mi porta a un’amara chiave di lettura: e cioè che il rock, per genitori e nonni che lo hanno vissuto in modo divisivo e conflittuale in gioventù (mia madre ce l’ha con Vasco Rossi che bolla tuttora come “deviante e pericoloso”), è oggi al contrario un porto sicuro, un “ponte dorato” che conduce a braccetto tutte le generazioni verso un senso di aggregazione e conforto rassicurante che appare come un'àncora salvifica nei confronti di tutti quei pericoli della modernità (in primis dipendenza da social e smartphones, influenza da youtubers, adorazione di trappers che vomitano contenuti violenti, sessisti e materialisti) molto più complicati da “maneggiare”. E quindi dannatamente pericolosi.
 
Molto, ma molto meglio le canzonette dei Måneskin, good fellows che, per quanto ipertatuati e androgini nel look, non sono animati da “valori di rottura” ma, al contrario, sono profondamente “inclusivi” e politically correct.

E pazienza per lo spessore artistico della proposta musicale: per adesso, quella, si può mettere da parte.




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