Terrence Malick: la Grande Bellezza - InEsergo

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21 Febbraio 2021 - Cinema

L'albero della vita del regista statunitense

Terrence Malick: la Grande Bellezza
  
Abbiamo un bisogno ancestrale, disperato, di bellezza: che sgorghi dal solco di un vecchio giradischi, dalla rifrazione dei raggi solari che generano infinite istantanee di luce naturale, oppure ancora dalla sequenza di un film talmente frastornante nella sua messinscena da darci l’illusione di essere stata girata con la tecnica dello slow motion. Restando in ambito cinematografico, se dovessi indicare un nome, un regista, che fa della bellezza la condicio sine qua non per la sua arte, non ci penserei più di una frazione di secondo: Terrence Malick è la personificazione di questo ideale. Qualche tempo fa chiesi a un caro amico cosa pensasse di The Tree of Life: la risposta fu un laconico quanto emblematico “certo, mi è sembrato di vedere un continuo screen saver!”. Ho trovato in questa definizione una sorta di “manifesto” del cinema malickiano: la fotografia, di una bellezza raramente osservata prima, immortala sequenze nelle quali la luce naturale filtra ovunque, contornando i visi dei protagonisti sullo sfondo di panorami in cui la natura viene ripresa in tutta la sua magnificenza. Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia, ha lavorato praticamente in quasi tutti i film del regista, sceneggiatore e produttore statunitense: i due ricercano l’incanto in ogni singolo frame, la fotografia diventa parte integrante del tessuto filmico, vero collante e mastice della narrazione.

Ci sono registi che, incuranti del tempo che passa, continuano con cadenza pressoché annuale a impressionare la pellicola dando alla luce film godibilissimi; altri invece in una forbice temporale di circa cinquant’anni hanno girato molto meno, proprio come Malick o David Lynch. Sono cineasti che hanno dato alla luce solo una decina di lungometraggi, alimentando così il loro stesso mito. Li accomuna anche un carattere che definire schivo è un eufemismo. Pochi sono a conoscenza dell’estrema riservatezza dell’uomo Malick, che non permette nemmeno alla moglie di varcare la soglia del suo studio e che ha firmato un contratto per impedire di usare la propria immagine a fini promozionali: comportamenti che hanno contribuito a creare una sorta di aura mitologica che ne ha ingigantito la statura artistica nel corso del tempo.

Malick ha girato il primo lungometraggio, La rabbia giovane, nel lontano 1973, gettando i prodromi del suo cinema futuro, disseminandolo di elementi che sarebbero poi divenuti essenziali. Su tutti l’uso esteso della voce narrante fuori campo, a figurare i monologhi interiori degli attori acuendone la solitudine, le suggestioni, i dubbi primigeni e lo stato di perenne sofferenza psicofisica.

Tra il secondo lavoro, I giorni del cielo (che vinse l’Oscar per la fotografia e il premio per il “Miglior Regista” al Festival di Cannes del 1979), e il capolavoro universalmente riconosciuto, La sottile linea rossa, passano quasi vent’anni. Durante questo lungo lasso di tempo Malick praticamente scomparve e quando si sparse la voce che il regista stava cominciando a lavorare a un nuovo film, attori di grido dello star-system hollywoodiano si proposero a titolo gratuito (Brad Pitt, Kevin Costner, Leonardo Di Caprio – tutti scartati - solo per fare qualche nome) pur di poterne fare parte.

Ma è con The Tree of Life del 2011, summa del suo pensiero, che Malick colpisce pienamente gli occhi e i cuori degli spettatori. Ed è qui che voglio focalizzare maggiormente la mia attenzione, per analizzare a fondo le componenti e le caratteristiche che fanno di questo film un vero caposaldo della cinematografia mondiale. The Tree of Life è stato girato quasi interamente in Texas nel 2008 ma ha visto la luce solo nel 2011 e d’altra parte l’atavica meticolosità del regista ha spesso comportato l’uscita posticipata di molti film (pensate che per The New World erano stati girati la bellezza di un milione di metri di pellicola, rendendo il montaggio un’impresa a dir poco titanica). La storia ruota attorno alla vita di Jack, dall’innocenza, propria della fanciullezza, al disincanto dell’età adulta. I genitori del ragazzo cercano di educarlo nel migliore dei modi, ma in maniera diametralmente opposta. Per ottenerne la fedeltà, infatti, il padre (Brad Pitt) mette in atto comportamenti duri, brutali, che finiscono per incutere terrore nel ragazzo; la madre, al contrario, più affine all’indole del figlio, lo educa all’amore e alla misericordia. Ed è proprio con gli occhi della madre (Jessica Chastain) che Jack vede inizialmente il mondo. Questa dicotomia fra padre/natura brutale e madre/grazia e misericordia finiscono col frastornarlo e simboleggiano, in ultima analisi, lo stato naturale dell’essere umano, condannato a coesistere con sentimenti tra loro opposti, banalmente con il Bene e con il Male. Col classico stile ermetico, creativo e visivamente ineccepibile, Malick ci conduce gradualmente all’età adulta del protagonista, che sembra aver definitivamente abbandonato il mondo puro e incontaminato della fanciullezza. Jack cresce vagando come un’anima in pena nei meandri della vita, senza riuscire a trovare pace, portandosi dietro l’enorme fardello legato al difficile rapporto col padre che acuisce ancor più la sua crisi spirituale. A intensificare l’agonia dell’uomo è anche la prematura scomparsa di uno dei due fratelli, evidente rimando alla vita privata del regista: Malick, infatti, ha perso il fratello (Larry) prematuramente. Ferita, evidentemente, non ancora rimarginata.

Tornando alla bellezza, tema centrale del mio articolo, in The Tree of Life la possiamo rintracciare ovunque: nella ricercatezza delle inquadrature (non una uguale all’altra, proprio come in Suspiria dove Dario Argento si era imposto di non riprendere mai le sequenze dalla stessa angolazione), nella magnificenza di ogni singola ripresa, nelle atmosfere eteree che i silenzi, spezzati dai monologhi interiori, rendono ancora più avvolgenti e conturbanti. Ma lo splendore risiede anche nel messaggio di speranza finale del film, quando Jack, ormai uomo (Sean Penn), in una sequenza onirica di rara avvenenza, perdona il padre e trova definitivamente la pace con se stesso e il mondo. Il film ha ricevuto ben tre candidature agli Oscar (miglior film, regia e fotografia), vincendo la “Palma d’oro” al Festival di Cannes. Ritengo, a oggi, The Tree of Life il miglior film del regista statunitense.

Nei successivi To the Wonder, Knight of Cups e Song to Song (questi ultimi due girati insieme), Terrence Malick continua a deliziarci col suo cinema, riproponendo le tematiche a lui care: la ricerca del sé, della felicità, l’uso esemplare della steadycam (mai invadente e sempre in funzione delle immagini e della fluidità della narrazione) attraverso immagini estatiche, l’immancabile voce fuori campo che si fonde in un tutt’uno con i suoni e i rumori della natura. Natura il più delle volte indifferente alle sorti dell’umana fragilità, spesso sfuggente e struggente nei suoi colori vividi, ma immortalata in tutta la sua eterna bellezza.

La ricerca del bello, la condivisione di esperienze attraverso immagini, suoni, pagine, dovrebbero essere il nostro pane quotidiano, l’esergo della nostra vita. Malick ne rappresenta l’emblema.


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