Ridevamo per l’aneddoto - InEsergo

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18 Aprile 2021 - Musica

L’Estetica bianca di Lucio Battisti e Pasquale Panella
  
Ridevamo per l’aneddoto
 
29 settembre 1994, forse una coincidenza forse no. L’ultimo album di Lucio Battisti esce proprio il giorno incastonato nel titolo di uno dei suoi più grandi successi. Dalla 29 settembre firmata con Mogol sono passati oramai quasi trent’anni e di quel Battisti non v’è più alcuna rimembranza: l’Hegel scritto con Pasquale Panella è l’album che vende di meno, il più ostico e algido. Il quinto bianco, la chiusura del cerchio: la demolizione del mito battistiano, la dissoluzione della forma canzone tradizionale in un flusso incessante di parole e musica, lo scollamento tra versi e metrica, la riforma del cantare d’amore sulla base di presupposti inediti. Quale spazio ancora per il sentimentalismo in musica? Non più amore semmai, ma disillusione amorosa, intima, soprattutto unica grazie al poetare ermetico di Panella e al fiuto musicale avveniristico del genio di Poggio Bustone.  

Una ‘E’ gigante, su un fondale bianco. Questa la misteriosa copertina di Hegel. Non una ‘H’ come sarebbe stato logico aspettarsi, non un disegno a mano o una scritta come nei quattro album precedenti, ma un carattere tipografico. La quinta lettera dell’alfabeto, il quinto disco. Con Battisti-Panella tutto è studiato all’inverosimile, nulla è casuale. Un modo per giocare con la fonetica del nome del filosofo tedesco? O forse un rimando proprio all’estetica, cioè alla filosofia dell’arte, che al quinto parto discografico del duo (sempre di otto canzoni, sempre ogni due anni) si è fatta infine rigida e routinaria, continuativa e troppo rassicurante? È quest’ultima la condivisibile tesi interpretativa di Alexandre Ciarla, che nel suo ottimo saggio Battisti – Panella: da Don Giovanni a Hegel (ilMascellodonte, 2015) rimanda proprio al dualismo tra la fredda riproducibilità del carattere scritto a macchina o con il computer e l’irripetibilità del gesto artistico.  

È successo quello che doveva succedere.
Ci siamo addormentati, perché è venuto il sonno
A fare il nostro periodico ritratto.

L’Estetica, penultima traccia di Hegel, è un brano di malinconica e scostante bellezza. Suggella la fine del sodalizio artistico con Panella, che qui ne fa cantare le motivazioni. Potrebbe sembrare l’istantanea terminale di una relazione di coppia ma, come Ciarla acutamente nota, manca in effetti ogni connotazione sessuale. Ripensando a ciò che è stato con Battisti si delinea piuttosto l’immagine di una distilleria abusiva, di un laboratorio in cui si è operato per conferire dignità artistica al cantar leggero, a un contenuto molto più sostanzioso della sua apparenza.

Ecco che siamo.
La viva immagine di una
Distilleria abusiva che
Goccia a goccia
Secerne puro spirito.

È noto che Battisti-Panella non gradissero fornire spiegazioni o chiavi interpretative delle loro canzoni. Piuttosto se la ridevano bellamente della critica e delle recensioni, spesso malevole. Secondo alcuni i cinque bianchi sono esclusivamente uno sterile esercizio intellettuale, un modo incomprensibile di prendere le distanze dalla produzione con Mogol, l’autoreferenziale onanismo stilistico di uno dei più grandi nomi della musica italiana che, già a fine anni ’70, aveva preannunziato che non avrebbe più rilasciato interviste perché “un artista deve parlare solo con la sua arte”. Per chi scrive naturalmente le cose stanno in maniera diametralmente opposta: gli album pubblicati dal 1986 al 1994 non solo intercettano anzitempo le nuove sonorità della musica popolare di quegli anni ma operano un impressionante svecchiamento della canzone nostrana secondo canoni estetici del tutto nuovi, con le note ad ammantare una prosa che diviene via via poesia sempre più ardita e inaudita. E non è nemmeno questione di fortuna ma di precisa volontà, perché due nomi di quel calibro intersecano le loro traiettorie solo una volta a secolo.

E poi sulla fortuna.
La fortuna non c'entra
Quando una cosa
Per terra si posa.
E vale sia per l'estetica
Che per l'allodola.

La critica italiana in realtà non ha mai compreso fino in fondo la portata di questa parabola artistica coraggiosa e irriverente. Solo ora, a distanza di molti anni, si cominciano a registrare le prime avvedute marce indietro (o in avanti). Il presunto nonsense panelliano è stato foriero solo di aneddotica e battute mordaci che mostrano la totale incomprensione – tra l’altro - della natura duale e profondamente distinta dei dischi bianchi, nei quali testo e musica si fondono insieme mantenendo però clamorosamente le distanze, come due entità separate, come il frutto di un’alchimia tanto irriverente (se si pensa al Battisti nazionalpopolare) quanto miracolosa. E così, mentre il pubblico progressivamente si disaffezionava dall’artista, non riconoscendovisi più, il nuovo atto creativo passava attraverso raffinatissimi e serrati confronti sull’estetica, le emozioni, la logica.

E ci contrastavamo amabilmente
Su verde, rosa e viola del pensiero,
Su mente giudicante,
Su lampo e riflessione,
E sul limpido e il cupo e il commovente

Appare evidente l’intento di non porsi limiti, di non restringere il campo ma anzi di assimilare gli opposti, contrapponendoli, in un continuo gioco di rimandi che allargano gli spazi, mostrando possibilità logiche diverse, inconcepibili per il comune sentire insito nella canzonetta. Si pensi al Don Giovanni seduttore che ribalta Cartesio (non penso quindi tu sei, questo mi conquista), ai Ritorni senza cuore della parola amore che diventa un limite che ci divide, alla Sposa Occidentale che sembra quasi ridere e invece respira. Ma gli esempi potrebbero essere molteplici, praticamente interminabili.
 
Se lo spirito s'eccita,
Per caso esilarando,
Oppure ardendo,
Bruciando bruciando.
E chi dei due
Ha le parti fredde
Cercando le tue.

Come nella distillazione il condensatore serve a riportare il vapore allo stato liquido, così la presunta freddezza dei bianchi sembra funzionale all’opera di secrezione dello spirito. Al netto di una certa autoreferenzialità, magari di un eccessivo indulgere allo straniamento da coup de théatre linguistico, aveva davvero senso muovere accuse del genere? Chi possederebbe le parti fredde? Forse Battisti, che riceveva il testo e poi lo musicava, cantandolo senza espressività? Oppure Panella, preso da se stesso e dai suoi paradossi letterari? La critica musicale italiana, storicamente, non è quasi mai andata oltre la curiosa superficialità, senza comprendere davvero ciò che sta sotto il cofano, foraggiando in tal senso l’idea che l’ascoltatore medio non sappia distinguere un do maggiore da una sedia. Per citare Frank Zappa, “il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere”. Ecco perché non è affatto difficile immaginare i Nostri immersi in un’austera solitudine leggere le obiezioni e ridere insieme per l'aneddoto mimetico, drammatico, faceto, ditirambico.

Panella era stato chiaro: “la canzone non va discussa, perché è fuori da ogni discussione e perderebbe ciò che dovrebbe essere: inafferrabile”. Questo articolo, pertanto, intende fissare il punto di partenza: la fine, quell’estetica di fondo che emerge nel momento di sciogliere il sodalizio artistico. Da qui occorre procedere, a ritroso, fino a giungere a quel Don Giovanni del 1986 che Francesco De Gregori considera una pietra miliare per aver aperto una via di scrittura “con cui fare i conti”. Non troverete i bianchi su Spotify perché non avrebbe dovuto finirci neppure il periodo con Mogol se non fosse stato per una lunga battaglia legale. Cercate pertanto i dischi fisici e abbandonatevi all’ascolto, senza pregiudizi e con il cuore aperto: fatevi avvolgere dall’enigma, dalla vertigine letteraria, assorbire da un abisso il cui vestito è solo apparentemente quello della canzone leggera. Nulla di quello che pensate della musica italiana sarà più lo stesso.



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