Non è un articolo per nostalgici - InEsergo

Title
Vai ai contenuti
ARTICOLI MENO RECENTI

En attendant l’Absurde… Ma è (di nuovo) qui

Il ciclico ritorno del Teatro dell’Assurdo

Quei giovani ribelli quasi ottantenni

Il tramonto della canzone di protesta nell’era della “nuova normalità”

Lo stagno delle ninfee

Il giorno che Monet precipitò dentro a un suo dipinto

Quasi illeggibile

Un uomo, poco influenzato dal mondo, scelse di possedere solo il presente dei suoi passi. Un altro, troppo influenzato dal mondo, intuisce a modo suo la straniante vastità del presente

La vacuità dell’ indispensabile

Il teatro e la fantasmagoria della modernità

Eterno Don Giovanni

Pulsioni e desideri dietro la maschera del seduttore

Il caso Zanfretta

L’odissea di un uomo sequestrato dal mistero

Siamo fatti di musica

Il valore delle note nel paese dove l’arte è divertimento

Robert Johnson

Le sei corde del diavolo

Il dramma è donna

Antigone e Didone, antiche eroine della modernità

Ponte Morandi: la verità è un anelito a prezzo di costo

Genova vuole credere nella giustizia. Genova vuole rispetto per i suoi morti. Genova chiede la Verità.
23 Marzo 2021 - Musica

Fisicità e liquidità, l’oggetto disco e il valore della musica
  
Non è un articolo per nostalgici
 
Se mi immaginassi all’interno di un’elegante barca a vela, da “navigato” (è il caso di dirlo) musicista, nell’arredo non mancherebbe un ottimo impianto di alta fedeltà, o Hi-Fi, così come non potrebbe mancare una selezionata playlist musicale per delle stupende giornate in barca, magari al largo delle isole Cicladi nel mare della Grecia e poi verso Creta, l’isola che porta indietro nel tempo all’antica civiltà minoica. Al ritorno da questo ipotetico viaggio le immagini rimaste impresse scorrerebbero nella mia mente come incise sul nastro della bobina di un vecchio registratore, e la musica, quella musica che avrei ascoltato, ne sarebbe la colonna sonora.

Prima di andare avanti ricordo: non è un articolo per nostalgici!

L’impianto Hi-Fi può essere ascritto alle icone degli anni ‘70 e ‘80. Per certi aspetti andrebbe considerato un vero e proprio status symbol: in quasi tutte le case c’era in quegli anni l’immancabile giradischi, posizionato in cima a un mobile stretto in larghezza e lungo in altezza, un parallelepipedo con una vetrina che conteneva oggetti metallici rettangolari posti uno sopra l’altro, ricchi di manopole, lucine, lancette che si muovevano. Ai lati due casse di legno dalle dimensioni abbastanza generose per contenere gli altoparlanti.

Immancabilmente all’arrivo di un amico si accendeva quell’albero di Natale tecnologico: i componenti erano stati scelti con cura, acquistati magari facendo qualche sacrificio economico, e sul piatto si metteva l’ultimo vinile portato a casa o la musicassetta nell’apposito lettore.

Ma ripeto: non è un articolo per nostalgici!

Torniamo alla barca a vela, un’effigie di libertà. Pensiamo a come il progresso spinga in avanti il nostro mondo: in campo nautico sappiamo che ci sono motori potentissimi che possono far solcare le onde alla nostra imbarcazione, riusciamo a navigare senza bisogno delle vele, senza uomini sudati, muscoli tesi che issano la randa, senza dipendere dai capricci dei venti e dei marosi.

Ma in ogni porto turistico ci sono centinaia di barche a vela. Centinaia di imbarcazioni la cui propulsione è quella della natura, la stessa natura di migliaia di anni fa. La vela permane nel tempo ma si è trasformata da viatico alla crociera a favore di vento a status symbol (neppure troppo irraggiungibile rispetto ai lussuosissimi yacht dei magnati della finanza, di facoltosi imprenditori e stelle del jet-set), non più indispensabile per navigare.

Anche il nostro impianto stereo era una piccola icona, decisamente abbordabile nel prezzo a meno che non se ne volesse a tutti i costi uno molto avanguardistico. L’Hi-Fi era il massimo della tecnologia applicata all’ascolto, ci permetteva di cogliere tutte le sfumature delle note che fuoriuscivano restituendo alle orecchie la pienezza della creazione sonora.

Oggi imbattersi in un impianto di alta fedeltà è possibile solo se si ha che fare con audiofili o grandi appassionati di musica: è più facile trovarne qualcuno impolverato ai mercatini dell’usato o in qualche discarica. In fondo sono passati solo trenta o quarant’anni da quando audiocassette, vinile e CD erano onnipresenti nelle nostre case. Si nutriva il desiderio di ascoltare la musica con una buona qualità audio e l’industria spingeva per questo, incoraggiava il mercato all’attenzione per il catalogo di un artista. Ricordo che da adolescente con i miei amici compravamo i vinili e ricavavamo sempre uno spazio durante la giornata dedicato all’ascolto. Ognuno portava un disco che veniva poi sottoposto a profonda esplorazione, dalla copertina ai contenuti interni, al booklet, alla grammatura stessa: il peso fisico della musica. Peso più che dimezzato poi con il CD, ma comunque sempre un peso, un oggetto che esiste, materico, davanti agli occhi, con una forma e dei colori. Successivamente procedevamo insieme all’ascolto per discuterne poi i contenuti.

Ripeto: non è un articolo per nostalgici!

Negli anni ‘90 l’avvento dell’Mp3 - il formato digitale compresso che permetteva in pochi megabyte di condensare un brano musicale (eliminando frequenze) - dissolse la fisicità della musica generando i fenomeni del file sharing e della pirateria musicale. Il dissolvimento del supporto musicale portò a poco a poco a regalare la musica al web, grazie al quale oggi possiamo ascoltare in maniera pressoché gratuita tutto quello che vogliamo. La pur illegale pirateria, per assurdo, permetteva ancora di dare un “valore” all’opera d’arte, alla creazione musicale.

Il valore della musica. Come dovrebbe esser misurato questo valore? Vi siete mai chiesti quante figure lavorino alla creazione di un disco? Vi fornisco qualche indicazione: gli artisti, i compositori, i musicisti esecutori, gli arrangiatori, i produttori, i tecnici degli studi di registrazione, i grafici e perfino il corriere che si occupa della distribuzione nei negozi. Un enorme consesso di persone, mezzi, tecnologia, idee, professionalità. Qual è ora il valore che viene dato alla musica? Zero. La dissoluzione del supporto fisico ha condotto allo strapotere delle piattaforme digitali che, con la logica dello streaming, degli scaricamenti, degli ascolti, non permettono assolutamente a un artista di vivere del suo lavoro. Se non si supera il milione di ascolti è praticamente impossibile mettere sul piatto cifre adeguate a ripagare almeno una parte della fatica sottesa alla creazione di un brano musicale. È facile trovare informazioni sui compensi: circa 0,005 dollari in media a riproduzione, di cui una fetta va all’etichetta discografica e il resto all’artista, che ovviamente ci pagherà anche le tasse.

La musica non ha più valore, come non ha più valore l’impianto Hi-Fi se non tra i collezionisti e gli appassionati. Le crudeli e disumane leggi dell’economia predeterminano ormai la qualità delle nostre vite, sancendo che l’ascolto non debba più avere importanza, né valore: la cultura, l’arte, la visione degli artisti, questi artisti che ci fanno divertire come dichiarò l’ex premier italiano in una triste conferenza stampa di circa un anno fa, epiteto indicativo di una decadenza anche rispetto al recente passato. Platone e Aristotele scrivevano del valore paideutico della musica e nelle prime università del XIII secolo si insegnavano le discipline del quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica). E allora: che rimangano issate le vele della nostra barca per portarci nei luoghi cari ai padri della civiltà, viaggiamo, ammiriamo i resti delle antiche rovine e ricordiamo il valore della profondità di quel pensiero che ha costruito l’odierna contemporaneità. Anche attraverso la musica.


Torna ai contenuti