Il guardiano del cimitero - InEsergo

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15 Gennaio 2023 - Storie

Una storia notturna
 
Il guardiano del cimitero
 
Mi chiamo D. e faccio il guardiano del cimitero, ho una scrivania, tre e dico tre cassetti, una lampada da tavolo e una libreria, un giradischi che funziona, un Pc, un bagno e un letto matrimoniale. Se la situazione fosse rimasta questa avrei potuto guardami allo specchio e considerarmi più o meno felice.
 
Una notte cercavo un film da guardare, succede sempre così, stai ore a scegliere un film e poi finisce che guardi Fantozzi. Diamo la colpa al fatto che abbiamo troppa scelta, forse è vero, però c'è dell'altro. Siamo tutti come bambini e spesso se abbiamo un giocattolo ne vogliamo un altro, è difficile mettere d'accordo i desideri specie se ci piace crearci dei conflitti; è così che siamo, dei bambini che non sanno scegliere e questa teoria è, molto banalmente, applicabile a tutti i campi.  
 
Saranno state le quattro del mattino quando qualcuno bussò, il vetro si scosse un po', quel tanto che bastava per farmi venire un infarto. Non volevo aprire, è questa la verità: è bello mostrarsi coraggiosi, ti rende interessante, poi arriva il primo attacco d'ansia e tutto crolla miseramente. Ma magari qualcuno era rimasto chiuso dentro il cimitero, che ne so, era svenuto e adesso si era svegliato tra i lumini e i fuochi fatui e si era chiaramente spaventato a morte. Mi alzai dalla poltrona prendendo l'oggetto contundente più a portata di mano che avessi, un ombrello con una decorazione a trama scozzese. Toccava accontentarsi. Avevo il cuore dalle parti della trachea. Aprii la porta e vidi qualcosa che non mi aspettavo, le gambe mi stavano per cedere e il resto del corpo si stava adeguando, stavo per svenire. D'improvviso l'ombrello che avevo in mano si mostrò in tutta la sua inutilità: inutile, come svenire davanti a un tizio quasi sicuramente armato di cattive intenzioni.
 
Mi svegliai con una mano ossuta che mi buttava dell'acqua in faccia, ero svenuto, il tipo che aveva bussato mi aveva soccorso, era davanti a me, aveva una giacca bianca, gli occhi lattiginosi e una camicia aperta sul petto, che più che petto ormai era proprio lo sterno con l'osso visibile e nudo davanti a me in tutta la sua marrone tangibile realtà. La pelle dalla parte destra del viso era scomparsa lasciando un buco sulla guancia, i capelli invece c’erano, la lacca aveva resistito più di quanto lui potesse sperare, era pettinato come Toto Cutugno. Mi disse che voleva raccontarmi una storia.
 
Realizzai che forse era un brutto incubo e decisi di assecondarne l'andamento, mi rimisi composto sulla sedia. Lui sembrò sollevato anche se la mimica facciale era parecchio difficile da interpretare, si staccò la mano sinistra e si grattò la fronte, lo fece per mettermi a disagio, sorrise e iniziò a raccontarmi la sua storia.
 
“Erano gli anni ‘90, le spalline, il cinismo, i soldi, l'eroina. Ebbi l'idea di aprire uno Strip Club, un locale di merda dove un sacco di ragazze si spogliavano per soldi, alcune si prostituivano anche ma io non ne sapevo niente, l'avrei saputo dopo, esattamente il giorno in cui la polizia mi venne a prendere a casa alle cinque del mattino, ero strafatto, avevo gli occhi come quei pesci che vedi sul bancone in pescheria e loro non mi presero sul serio, all'epoca mi arrabbiai molto, ma sai, morire aiuta a sviluppare una certa saggezza.  
 
I soldi non mi bastavano mai anche se il locale andava bene. L'eroina era diventata una priorità, ero metodico nel farmi, mi facevo una volta al giorno, una volta al giorno prima di andare a dormire per circa trent'anni, c'era chi si masturbava, chi beveva camomilla, io mi facevo di eroina.
 
Una mattina stavamo sistemando il locale, non ero riuscito a dormire, troppa cocaina, sì, ogni tanto mi concedevo anche quella per bilanciare gli stati d'animo. La porta del locale si aprì e vidi entrare due gambe meravigliose. Il locale era completamente al buio e dalla porta era entrato un fascio di luce che accompagnava i passi della ragazza; se fossi stato credente avrei gridato al miracolo, anche se riflettendoci non penso che la Madonna mi avesse permesso di guardarle le gambe.
 
La voce della Ragazza era uguale alle fusa di un gatto. Mi chiese se poteva sedersi, i capelli le nascondevano metà del viso, le mani sembravano dipinte, l'unico occhio che le si vedeva era di un verde intenso. Mi chiese se avevo un lavoro per lei, avrei voluto dire di no perché un posto del genere non meritava una bellezza così devastante, ma ero disperato. Le risposi di sì, disse che sapeva ballare, la cosa non guastava, ma bella com'era non era poi così importante, la gente avrebbe pagato anche soltanto per vederla, avrei potuto esporla in una teca.
 
Faceva caldo, c'era un odore acre di dopobarba scadente, fumo di sigarette e gel per capelli. C'era solo un occhio di bue quando il sipario si aprì e la canzone era Fade Into You di Mazzy Star. Era sempre quella.
 
Da quel momento tutto quanto divenne meno sporco, meno triste, lei si faceva spazio tra gli atomi, ondeggiava. Non si spogliava, non si toccava, nessuno sentiva il bisogno di essere volgare. Lei rimase lì per cinque minuti, sembrava un'apparizione. Quella gente non era abituata alla bellezza, probabilmente non l'aveva mai vista, era gente che pensava che con centomila lire avrebbe potuto comprarsi tutto ma si vedeva chiaramente nelle loro espressioni l'assoluta certezza che con quella bellezza sarebbe stato diverso. L’esibizione finì nel più totale silenzio, non si era tolta niente, però aveva tolto tutto lo schifo del mondo. In breve tempo la voce iniziò a girare e ogni sera veniva sempre più gente a vedere quei cinque minuti di bellezza che ci erano concessi. Una volta finito il numero lei tornava nel camerino, nessuno osava dirle niente, nessuno le offriva dei soldi, le regalava fiori o le offriva da bere.
 
Una sera entrai nel suo camerino, lei era lì, si stava cambiando, il suo corpo era abbagliante: è la mia maledizione ricordarmi tutto di lei.
 
La presi alle spalle con la stessa foga che hanno i bambini quando scartano i regali, la strinsi forte e la baciai, le spostai i capelli e vidi una cosa che mi gelò il sangue. La metà del viso coperta dai capelli era grottesca, pelosa e rugosa, quella metà di viso era un brutto scherzo di Dio. Lei era ancora lì, nuda e indifesa, dopo i primi secondi ero tornato a vederne soltanto la perfezione, avrei voluto dirglielo ma come negli incubi la voce non usciva”.
 
Chiesi al morto se sapeva almeno come si chiamava la ragazza, lui rispose di no e che non voleva saperlo, in fondo non era nemmeno certo se la faccia da scimmia l'avesse avuta per davvero o se fosse stata tutta una specie di allucinazione. Per l'eternità avrebbe avuto quel dubbio: quella faccia era stato uno scherzo delle droghe e dell'alcool oppure solo un modo di Dio di dirgli che lui la bellezza non la meritava?





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