26 Marzo 2026 - Attualità
Pensiero delegato, intelligenza proclamata e declino molto umano del pensiero
Funzioniamo, dunque siamo
“Non credo più all'ingegno del popolo italiano
Dove ogni intellettuale fa opinione
Ma se lo guardi bene, è il solito coglione”
Giorgio Gaber, La razza in estinzione
Le notizie più importanti, quelle che ci riguardano da vicino, come da tradizione passano in secondo piano. Talvolta anche in terzo. È il caso delle dichiarazioni del signor Jensen Huang, CEO di Nvidia, rilasciate recentemente durante un podcast. «Abbiamo raggiunto l'intelligenza artificiale generale» ha tuonato, sornione, mr. Huang. Parole di fuoco: Nvidia fornisce l'intera infrastruttura necessaria per sviluppare e addestrare le IA moderne, in particolare quelle generative. L’AGI (Artificial General Intelligence), a cui il deus ex machina di Santa Clara fa riferimento, è un'intelligenza ampia e versatile, dotata di capacità di ragionamento, pianificazione, apprendimento autonomo e facoltà di trasferire conoscenze da un ambito all'altro. Qualcosa, insomma, di infinitamente più evoluto rispetto all’AI attuale, operativa solo in ambiti specifici.
Ho scelto di principiare questo breve articolo con una notizia di strettissima attualità. Ho sempre pensato che scrivere fosse (anche) un modo di resettare e ripartire. Ho fondato InEsergo per provare a portare un punto di vista non dico diverso, ma almeno disinteressato. Nel nostro spazio non ci sono popup pubblicitari e non solo perché infastidiscono la lettura, ma, soprattutto, perché non vogliamo condizionamenti, non vogliamo qualcuno che ci dica cosa scrivere e, soprattutto, come farlo. Vi siete accorti che il pensiero critico non si usa più? O si è divisivi o si è capziosamente buonisti. Tertium non datur.
Essere divisivi è funzionale al successo social, e lo dico con cognizione di causa: se alimenti il moto di pancia, cavalchi l’onda della polemica, magari con un po’ di smorfiette assortite, seguito e followers sono garantiti. Non serve credere in qualcosa o compiere un’indagine preliminare: l’importante è essere contro qualcuno (quello giusto), possedere una favella martellante, montare il tutto freneticamente, piazzare il titolo cialtronesco e il gioco è fatto. L’alternativa è volerci tutti immensamente bene: uno vale uno e ognuno dice la sua; sapere o meno di cosa si stia parlando è perfettamente irrilevante. Finire sepolti da un’onda di baluginante buonismo è il piano zero per aprire varchi di spiritualità posticcia, meraviglioso egualitarismo e ritorno all’Uno ecumenicamente garantito.
In questo quadro, dove l’informazione è stata quasi cancellata dalla tela, non solo perché quelli che sanno farla sono rimasti in pochi, ma soprattutto perché non serve, il livello medio si abbassa sempre di più. Non so se lo avete notato. In ogni campo dell’ingegno umano, basta veramente poco per essere celebrati come i guru della nuova generazione. Dalla musica all’arte, dalla politica al giornalismo, è tutto un fiorire di paillettes, araldi di regime, macchiette e saltimbanco. S’è persa la proporzione delle cose e farlo notare significa passare automaticamente per passatisti: brutti, cattivi e certamente pallosi.
Lo abbiamo visto anche qui: Accursio Cortese ha fatto sommessamente notare che se Lucio Corsi vince contemporaneamente la Targa Tenco per il miglior album e la miglior canzone, qualcosa non va; non perché Corsi non sia un autore più che valido, ma perché se lui sbanca il Tenco, Samuele Bersani con - ad esempio - L’oroscopo speciale (già miglior disco dell’anno) avrebbe dovuto essere dichiarato patrimonio UNESCO e sottratto al dibattito. E non perché i gusti sono gusti, ma perché nella musica ci sono anche parametri dal valore intrinseco (melodia, armonia, timbro, arrangiamento, dinamiche e via dicendo) slegati dalle valutazioni soggettive.
Apriti cielo. Non che non si possa avere un’idea diversa (ci mancherebbe), eppure argomentare è impossibile: ci si offende subito e si scivola sul personale. Le nostre identità sono costituite da una panoplia di idee inculcate surrettiziamente, comportamenti altrui e gesta idealizzate dell’eroe di turno: questo è il livello generale, e vale per tutto. L’uditorio non vuole sentirsi dire nulla che non sappia già, vuole solo conferme delle opinioni già maturate (?).
L’essere umano si sta perdendo. Se mi si concede la licenza, si sta rincoglionendo. Basterebbe prendersi la briga di spulciare tra i minuti di un capolavoro della televisione di Stato d’antan come I bambini e noi, durante il quale Luigi Comencini intervistava i giovani esponenti delle periferie e delle povere campagne italiane del 1970: basterebbe ascoltare la loro proprietà di linguaggio, la capacità di argomentare, di sostenere un pensiero anche davanti alla telecamera. Oggi se ci fate caso è un florilegio di boh, adrenalina, strafalcioni e battute riprese da meme e influencer.
Negarlo è inutile: il mutamento antropologico cagionato da sovraccarico cognitivo, frammentazione dell’attenzione, sovraesposizione, scrolling compulsivo e prometeici schermi colorati conduce verso un orizzonte di costante e smisurata superficialità. Se non si esce dal circolo vizioso, o non si impara a uscirne, si sprofonda nel gorgo dell’alienazione (dis)funzionale, un mundillo miserrimo dove tutto si semplifica all’estremo perché la profondità di pensiero non è più possibile. Rimangono solo schieramenti manicheamente contrapposti e chi vince lo fa perché sa attivare meglio il suo gregge, dandogli in pasto il foraggio giusto.
Mentre ci accapigliamo in malo modo sull’esito del referendum, la famiglia nel bosco, il narcisismo di Trump e l’Inno di Mameli cantato da Laura Pausini, a San Francisco, capitale mondiale dell’intelligenza artificiale, finestra sul futuro di cui qualcuno vorrebbe gentilmente farci cadeau, i taxi girano senza conducente, gli scanner perlustrano l’iride, gli uffici sono semivuoti, il male interiore si anestetizza con gli oppioidi e per le strade i senzatetto albergano tra serrande sbarrate e attività commerciali fallite.
Is this the life we really want? si domandava Roger Waters quasi dieci anni fa. Ma a noi non importa. A noi interessa farci guidare, muoverci meccanicamente come involucri vuoti sempre più dispensabili. Delegare il pensiero, esternalizzare il dubbio, abdicare alla responsabilità: purché qualcuno – o qualcosa – pensi al posto nostro. Così scivoliamo docili in un presente a gestione automatica, dove l’efficienza sostituisce il senso e la velocità cancella la direzione. E mentre tutto funziona sempre meglio, noi ci limitiamo a funzionare. A quando un nuovo rinascimento?