Jim Morrison e i Doors: un'allegoria dionisiaca - InEsergo

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16 Dicembre 2020 - Storie

Ritrovare l'umano oltre le porte della percezione

Jim Morrison e i Doors: un'allegoria dionisiaca
 
Questa è la fine, amica bella
Questa è la fine, unica amica, la fine
Dei nostri progetti complicati, la fine
Di tutto ciò che esiste, la fine
Né salvezza né colpi di scena, la fine
Non guarderò nei tuoi occhi, mai più

Jim Morrison ondeggia davanti al microfono. È l’agosto del 1966 e i Doors furoreggiano ormai da due mesi e mezzo al Whisky a Go Go di West Hollywood, California. Cantano della fine imminente, ipnotizzano i presenti con una musica eterea che sembra arrivare da altre dimensioni. O forse proprio ad altri mondi conduce. Loro sono le porte, perché “se le porte della percezione fossero purificate, la realtà apparirebbe all’uomo per come è: infinita”. Morrison padroneggia il genio di William Blake quanto gli esperimenti di Aldous Huxley per alterare gli stati di coscienza. Droghe, mescalina, sciamanesimo. Jim, strafatto di LSD, viene trascinato a fatica sul palco dopo essere stato rintracciato in un motel in condizioni pietose. L’atto dell’evocazione edipica, improvvisata, vomitata rabbiosamente sul pubblico in trance fa deflagrare tutto: Padre? Sì figliolo. Voglio ucciderti. Madre? Voglio scoparti tutta la notte. La fine, certo, ma solo dell’esperienza al Whisky a Go Go: l’epopea dei Doors comincia proprio ora. Inaccettabile una così brutale celebrazione di Freud in chiave rock: le porte stanno dischiudendosi, ma nessuno è pronto a confrontarsi con ciò che attende dall’altra parte. Nemmeno Morrison.

The End non è solo elegia della morte, della liberazione ultima dai fardelli. Non si tratta esclusivamente di celebrare il sacro momento della chiusura del cerchio. The End è la fine di un mondo ordinato, sterile, svuotato di senso. Tutta la cultura beat dagli anni ’50 in poi freme di compulsiva contestazione e diniego della struttura sociale dominante. Jack Kerouac lo esplicita impudicamente: “la beat generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”. Allen Ginsberg lo grida in un Urlo dalla forma di poema: scandaloso, osceno, destabilizzante per quel conformismo impolverato. Istanze rivoluzionarie manifestatesi dalla notte dei tempi, aneliti a distaccarsi dalle gerarchie e dal potere assoluto che nel Novecento raggiungono il loro apice massimo, specie dopo le due guerre mondiali. Un’impalcatura capace di generare solo morte, violenza, sofferenze, all’interno della quale l’essere umano insoddisfatto e irretito sussiste come ingranaggio minimale, parte intercambiabile di un apparato usurpatore che va spazzato via, anche con la forza, anche con la musica.

Sai che il giorno polverizza la notte
La notte divide il giorno
Hai provato a correre
Hai provato a nasconderti
Irrompi verso l’altra parte
Irrompi verso l’altra parte

Come fare dunque? Morrison è figlio di un ammiraglio della marina militare degli Stati Uniti, proviene dallo stesso ordine che tenta di distruggere. Il progetto è disinnescare la dimensione apparente del mondo, uscire dall’illusione della dualità (descritta nitidamente sin da Break On Trough (To The Other Side), brano d’apertura del disco d’esordio) ampliando appunto le porte della percezione. Il leader dei Doors discende idealmente da William Blake, Friedrich Holderlin, Novalis, Arthur Rimbaud: una tradizione poetica che si pone in ascolto dell’invisibile, dell’ulteriorità, delle dimensioni sottili. Tramite l’ispirazione, l’istinto, l’uso di sostanze stupefacenti, il poeta induce il contatto con l’intangibile, disvelando la vera natura del reale. Morrison provoca il pubblico, giunge a insultarlo pesantemente dandogli dello schiavo e del gregge belante (come a Miami nel marzo del 1969), mima atti sessuali, gioca con l’oscenità e la violenza verbale. È il culto di Dioniso, contrapposto su ispirazione nietzschiana alla visione apollinea della società: l’energia pura, informe, la libertà feroce, la brutale vitalità, il caos fanno da contraltare a una forma e a un ordine ormai stantii. Nessun argine, nessun vincolo: attraverso l’invocazione delle forze primordiali della natura Morrison si fa sciamano oltre le porte della percezione, guida la dissoluzione dell'ordinamento costituito trasportando il suo pubblico in uno stato alterato di coscienza, nell’intento di farlo deflagrare e rinascere.

Le istanze del Re Lucertola si scontrano però con gli esiti autodistruttivi di chi si limita a invocare energie travolgenti senza la piena comprensione del percorso iniziatico intrapreso. In mancanza di un ordine l’uomo è destinato a soccombere, senza equilibrio tra Apollo e Dioniso vi sono unicamente la follia e la morte. Nietzsche stesso impazzisce, ma non è il solo. Ampliare la consapevolezza, disgregare la soggettività, smantellare la sfera sensoriale, in maniera più o meno consapevole, non è affatto innocuo: si entra in contatto con forze annichilenti in grado di dissolvere l’Io. Non è un caso che molti dei più grandi poeti degli ultimi due secoli abbiano concluso tragicamente la propria esistenza: Nerval, Esenin, Majakovskij, Trakl, Dylan Thomas giusto per citarne alcuni. Un funesto necrologio di menti fervide quanto livide, capaci di intuizioni letterarie altissime coniugate a vite moribonde, da pezzenti disperati.

Cavalieri nella tempesta
Nati in questa casa
Gettati in questo mondo
Come cani senza osso
Attori senza parte

Non può esservi alcuna liberazione con il disfacimento ma solo con la trasformazione alchemica. Non è questione di sterminare il proprio sentire ma di cambiarne la chiave interpretativa. La tematica è quanto mai attuale oggi, mentre sperimentiamo l’abominio tecnicistico di un mondo antropologicamente insensato. L’essere umano è ridotto a ingranaggio del meccanismo, depredato dei suoi connotati, manipolato in profondità al punto da dubitare lecitamente della genuinità dei suoi pensieri: Welcome To The Machine per rimandare agli incubi modernistici del diamante folle pinkfloydiano. Una volta proclamati il pandemismo e la nuova religione scientista, il sistema ha preso a cannibalizzarsi conservando però intatta l’identità. All'opposto, l’individuo ormai apolide e senza punti di riferimento si lascia sbatacchiare tra l’anelito alla normalità e l’emergenza come condizione esistenziale. La disperazione, il sempre maggior ricorso a supporti chimici e psicologici sono indice di un malriuscito tentativo di identificarsi col mondo senza la capacità di accollarsene lo strazio. Chissà cosa direbbe Jim Morrison della musica e della contemporaneità, di questo peso ineludibile sulle coscienze.
 
L’equilibrio tra apollineo e dionisiaco potrebbe tuttavia risultare nuovamente vincente, proprio come nell’antica tragedia di Eschilo e Sofocle: accettare il disastro riuscendo a immaginare nuove possibilità per il reale. Recuperare la cultura e la dimensione immaginifica, nel loro portato anche dirompente, coniugandole a una sensibilità intima e spirituale. Essere come granelli di sabbia che fanno scricchiolare il meccanismo, imprevedibili e temerari: enfatizzare il valore relazionale laddove il sistema vorrebbe solo monadi autarchiche, rifuggire la spinta all’accumulo come perversa panacea di ogni male, accogliere l’altro non nella dualità ma come parte del Tutto. Riconciliazione, fusione, riunione del singolo in un’armonia universale: ecco la suprema Beatificazione, l’ebbrezza Soprannaturale. Il Re Lucertola è oltre le porte, più vivo che mai.
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