Centrale elettrica - InEsergo

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28 Febbraio 2021 - Storie

Una distopia contemporanea tra fanciullezza ed età adulta
 
Centrale elettrica
  
Come sapete, in quel periodo il governo era impegnato a tenere tutto sotto controllo. Aveva sventato a stento l'invasione nemica e, come era da immaginarsi, si stavano cercando complicità interne. In realtà, gli estremisti che avevano provocato il guaio non erano così popolari da avere un vasto seguito tra la gente comune, benché certo ancor meno lo fossero il reggente e il suo entourage al governo.

A quell'epoca, quando stavano cessando gli ultimi disperati tentativi del nemico contro le nostre difese sfinite ma ancora in piedi, ero poco più che un bambino. I giovani di oggi non sanno come si viveva allora. C'era stato un regresso tecnologico di almeno un secolo. Sembrava di stare nel 1980. Ma soprattutto, eravamo soli. Una banda di ragazzini in un mondo spopolato. Almeno, così era da noi, provincia di seconda linea. Era normale aver perso uno o tutti e due i genitori. Alcuni li avrebbero ritrovati più avanti nel tempo, come io ho ritrovato mio padre, ma erano del tutto cambiati. Anche lui lo era.
 
Il nuovo arrivato, Tommy, era uno di quei fortunelli che aveva ancora tutta la famiglia. Solo un suo fratello maggiore era scomparso e ne aveva uno molto piccolo, troppo per venire con noi. Del resto, venivano da Sàrpani Nova, seconda linea anche loro, ma tutta un'altra storia. Lui fu subito chiamato Il pivello. Quando arrivò, già da qualche tempo ci chiamavamo tra noi con orgoglio I veterani; giravamo con le stelle di latta colorata sui giubbotti kelvici. Eravamo tra i pochi che potevano dire di essere rimasti al loro posto; perciò ci sentivamo a buon diritto padroni e custodi di una vasta zona.
 
Giravamo per kilometri, dalla mattina all'ora del Collegamento. E un giorno, da solo su un'altalena, trovammo Tommy. Era già quasi inverno e per il momento non ebbi modo di conoscerlo meglio, ma seppi che ogni tanto andavano da lui Calv e Signore. Scommetto che andavano lì per scroccare la merenda, come del resto facemmo tutti, finché potemmo (poi qualcuno in famiglia ritenne che mantenere quotidianamente cinque ragazzini affamati fosse troppo esoso; per fortuna Signore riuscì a prendere due o tre cose l'ultima volta che ci fecero entrare). Così passò quell'inverno che fu poi ricordato come uno dei più rigidi mai visti.

E poi arrivò la primavera e potemmo vederci tutti in libertà. Era caduto il coprifuoco e il Collegamento era di nuovo serale e non più così lungo e faticoso. Arrivava aprile e ci furono altre piacevoli sorprese. Per alcune settimane trovammo co.to.dil. Polarizzato in quantità mai viste prima e non sapemmo darci una spiegazione; sapevamo però che avremmo fatto I soldi veri, stavolta, alla fiera del 23. Eravamo euforici. Non sapevamo che la guerra era già finita da un mese e i rottami non servivano più a nessuno, perché le industrie stavano riprendendo a produrre materiale nuovo di zecca. Lo venimmo a sapere proprio lì, alla fiera. Ne uscimmo depressi e ci sedemmo sul marciapiedi, tutti in fila, con I nostri sacchi ancora pieni.
 
“Ma allora è davvero finita?” chiesi io a chiunque di noi avesse avuto la forza di rispondermi.
“Ma dici la guerra, se è finita?” disse Il pivello, che era con noi ormai da tre mesi, ma ancora non aveva capito niente.
“Tutto” rispose Ribo. “Tutto è finito. La guerra, la nostra vita di prima... Ci daranno dentro col Collegamento e torneranno a trattarci come dei mocciosi.”
“Sì, ma torneranno anche I nostri genitori, no?” dissi io.
Nessuno mi rispose, ma pensavamo tutti la stessa cosa.
“Sarà anche peggio di prima, ve lo dico io” esordì Signore. “Tanto vale fare un'ultima escursione finché possiamo, no?” disse guardandoci negli occhi. Lo capimmo al volo e, quando si alzò, eravamo al suo fianco.
“Ma dove andiamo?” disse spaventato il pivello.
Il nostro obiettivo era abbastanza lontano; ci voleva un'ora buona di cammino, ma non era un problema; al contrario, saremmo arrivati proprio con il buio della sera.
 
Era stato un ex quartiere residenziale, quello. I palazzoni ormai del tutto bui erano piantati a intervalli lungo I lati di una strada che sembrava non finire mai. In fondo, però, all' improvviso la strada si sdoppiava a destra e a sinistra come un'onda che incontra uno scoglio troppo grosso ed è costretta ad aggirarlo. Quello scoglio lo chiamavamo La centrale. Che posto! Era stranamente bassa (tre piani con il piano terra) e molto larga, una quarantina di metri. Mentre il piano terra era arretrato e liscio, lungo i due piani, tra una finestra e l'altra, sporgevano dei pilastri spigolosi di cemento grigio che le davano l'impressione di una fortezza. Ogni finestra poi sembrava uno di mille piccoli occhi che ti scrutavano; e dentro ad ogni finestra, una lucina rossa o verde; in alcune due, sfalsate. Tante volte ci eravamo andati davanti, ma tenendoci a distanza, incantati e turbati al tempo stesso. E quante volte era tornata anche nei sogni a tormentarci, con quelle luci che indicavano chiaramente che, a dispetto dello scenario desolato intorno, lì dentro c'era energia!
 
“Sicuro qua non ci faranno venire più”, disse Calv. Metteranno una cancellata alta così, con le punte in cima.”
“E' la nostra occasione” dissi io convinto.
Eravamo noi cinque: io, Signore, Calv, Ribo e Maxwell. Sesto il Pivello, che se la faceva sotto. Fummo costretti a minacciarlo di buttarlo fuori dal gruppo e lasciarlo da solo. “Niente storie, questa cosa la facciamo tutti quanti” disse Signore. Rompemmo l'ultima finestra del primo piano a sinistra con le pietre. Signore prese la scala estensibile dallo zaino di Calv e fu il primo ad entrare, seguito malvolentieri dal Pivello e poi dagli altri di noi.
 
Ricordo ancora il lungo corridoio, i quadrati di luce delle finestre a sinistra e tutta la parete a destra occupata da cavi e circuiti che ronzavano nel silenzio assoluto.
In fondo al corridoio c'era una luce. Illuminava una scala che portava al piano terra e poi una porta massiccia. Prima di aprirla sentimmo tutti un brivido.
“Ragazzi, questa è grossa” disse Maxwell, detto La bocca della verità, perché parlava poco e sempre a proposito.
Tutti annuimmo. Toccò come sempre a Signore risolvere la situazione.
“Che volete fare? Ci ritiriamo?” disse con tono di sfida. Maxwell tacque.
“Allora andiamo. Al tre!” disse Signore.

Spalancammo la porta.

Sulla prime vedemmo solo i primi metri di un cortile di terra battuta. Poi ci abituammo al buio e allora vedemmo i corpi. Tanti, scomposti; alcuni ammucchiati.
Nessuno gridò. Io cominciai a piangere in silenzio e non capivo perché. Uno di noi scappò via senza che potessimo fermarlo. Era il Pivello.

“Via, ragazzi, via” disse con voce lenta e sconvolta Signore mentre iniziava a correre. “Via, via!” si mise a gridare; e noi a corrergli dietro, nel buio, verso la finestra da cui eravamo entrati.
Finalmente eravamo fuori. Vedemmo il Pivello lontano sulla strada e Signore inseguirlo con il suo passo da grande, ma era già troppo lontano.
 
Ovviamente, al governo non piacque che quel fatto fosse diventato di dominio pubblico.
Iniziarono delle indagini discrete e Signore pagò per tutti, nonostante avesse solo due anni più di me. A tutti voi che state leggendo queste mie memorie, chiedo di ricordarlo.


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