Bohemian Rhapsody - InEsergo

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11 Dicembre 2018 - Cinema

I Queen letti, rimaneggiati e interpretati da Bryan Singer

Bohemian Rhapsody
  
Dopo una serie interminabile di traversie Bohemian Rhapsody, discusso biopic sui Queen, è finalmente in proiezione nelle sale cinematografiche italiane. Era infatti dal 2010 che stava in cantiere un film sulla Regina. Sono cambiati registi, attori, produttori, fin quando nel 2015 la New Regency e la GK Films presero il comando delle operazioni assumendo il ruolo di produttori della pellicola. Le riprese sono iniziate nel 2017 e la regia fu affidata dapprima a Bryan Singer, in seguito licenziato (sarà Dexter Fletcher a terminare il tutto).
Come tutti i lungometraggi riguardanti band iconiche della storia del rock o biopic a sfondo musicale in generale, anche Bohemian Rhapsody non è stato esente da critiche, entrando sin da subito nel tritacarne di valutazioni non proprio benevole, talvolta oseremmo dire feroci. Mercury viene dipinto come un omosessuale (era bisessuale, in realtà) dalla condotta dissoluta (è notorio come anche i restanti membri del gruppo fossero a loro volta dediti a una vita fatta di eccessi). Alcuni particolari storici sarebbero stati travisati o romanzati. Mercury dichiarò ufficialmente di aver contratto il virus dell’HIV solamente nel 1989, non qualche mese prima del Live Aid. I contrasti ed i presunti attriti tra i quattro, che portarono il cantante a un distacco per dedicarsi alla carriera da solista, in realtà, sarebbero frutto dell’immaginazione del regista e non di fatti realmente accaduti. Nonostante ci siano alcuni avvenimenti fantasticati riteniamo che Bohemiam Rhapsody vada assolutamente visto. Perché? Il lungometraggio racconta in maniera coinvolgente l’epopea di una band entrata nel mito e lo fa in modo estremamente trascinante e senza cedimenti o cadute di stile. Perché narra 15 anni di storia - dalla formazione avvenuta nel 1970 allo storico concerto del Live Aid - con una sceneggiatura mai banale, diretta e senza fronzoli, una meravigliosa fotografia dalle tinte retrò e grande musica a far da sottofondo - la performance del Live Aid è rappresentata integralmente e, credetemi, è qualcosa che lascia senza fiato.
Emerge prepotentemente la figura di Freddy Mercury, leader indiscusso, dai tratti dell’uomo sregolato, circondato da persone sbagliate ma fondamentalmente solo e dal grande cuore. Emblematica la scena nella quale Rami Malek (l’attore che impersona mirabilmente Freddy) dialoga al telefono con l’ex moglie. I due si trovano in appartamenti separati da una strada e una manciata di metri. Freddy e Mary (interpretata da Lucy Boynton) si lanciano segnali luminosi a intermittenza attraverso l’interruttore dell’abat–jour, squarciando il buio della notte. È in sostanza un film che va visto senza condizionamenti, specie se si è esperti conoscitori della storia dei Queen. Avrà sicuramente l’effetto di far avvicinare i più giovani alla band, autrice di canzoni dalla cifra artistica elevata e dall’estro infinito. Viene sottolineato il talento dei quattro musicisti, capaci di un songwriting solo in apparenza semplice: molti sono stati i brani non propriamente radiofonici. La gestazione e, soprattutto, la fase di promozione dell’omonimo brano che dà il titolo al film vengono esposte mirabilmente; il gruppo si impose con forza perché quei magici sei minuti di musica sublime fossero trasmessi dalle radio di tutto il mondo, cosa che oggi, nel 2018, sarebbe vista come pura utopia. I Queen riuscirono a non piegarsi mai alle leggi di mercato, attraversando quasi vent’anni di carriera, componendo canzoni che sono rimaste e resteranno nella storia della musica pop. David Bowie ha dichiarato: “Di tutti i più teatrali performer rock, Freddie è quello che è andato più lontano... ha superato il limite. Lo vidi solo una volta in concerto, ma come si dice, lui sapeva davvero tenere il pubblico sul palmo della mano”. Roger Daltrey degli Who, lo ha invece definito: "il più virtuoso musicista rock 'n’ roll di tutti i tempi, capace di cantare in qualsiasi modo, cambiando stile di strofa in strofa con una semplicità unica".
Si esce dal cinema con qualche lacrimuccia, con la voglia di rivederlo e di riascoltare l’intera discografia della Regina. E pazienza se parte della critica lo ha stroncato a priori, definendolo un film poco fedele alla storia della band. Ci consoliamo pensando alla ricezione (non certo lusinghiera) di cui godette “Bohemian Rhapsody” all’epoca, una volta entrata nei circuiti radiofonici del globo.


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