Verrà la morte?
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è una toccante e disperata poesia di Cesare Pavese, pubblicata postuma, dedicata alla fine di un grande amore. In questi pochi versi la malinconia dell’autore traligna in depressione, descrivendo la morte come una presenza costante, incombente, che nell’estrema solitudine dell’abbandono rende vacua ogni speranza. La vita e il nulla si sovrappongono, e scomparire nel vuoto sarà come “smettere un vizio”: e per tutti la morte ha uno sguardo.
Fin qui il poeta, ma io quel singolo verso iniziale l’ho sempre valutato in altro modo, e cioè che se un ultimo sguardo ci deve essere, che siano occhi di pace e serenità, occhi di chi amo e mi ama, che riflettano un po’ di quella luce che spero mi accolga dopo l’ultimo respiro. Insomma, non voglio morire depresso, pieno di rancore, dubbioso: voglio morire con fiducia.
Questo impeto di liricità mi si è suscitato pochi giorni fa, in quel di Bologna, dove ogni due anni si tiene la fiera internazionale del settore funebre, un luogo non solo di affari e compravendite, ma anche di “educazione alla morte”, cioè di convegnistica tanatologica di livello ormai universitario. E, conversando con una professionista di tanatoestetica nonché nota influencer su Instagram, ho riassunto il mio punto di vista declamandole quel verso di Pavese, che oltre voler essere un complimento, rappresenta la sintesi della mia posizione di fronte al battito finale.
Durante le mie giornate bolognesi ho avuto modo di appropriarmi e scorrere l’ultimo corposo report sulla morte (dati statistici raccolti nel 2024) collazionato dal Prof. Asher Colombo, sociologo e docente all’Università di Bologna nonché Presidente dell’Istituto Carlo Cattaneo: “Gli italiani e la morte. Pratiche, opinioni, credenze”.
Un dato che ha colto di sorpresa tutti i presenti alla conferenza del Prof. Colombo è stato questo: nonostante un evidente crollo dell’interesse per la religione, confrontando i dati del 1991 con quelli del 2024, risulta stabile l’idea che dopo la morte ci sia una qualche forma di sopravvivenza. Oltre il 60% degli italiani crede che dopo la morte fisica ci sia ancora vita. Ma su quale vita la confusione, o meglio l’indeterminatezza, regna sovrana. Perché, e questo è il punto, in Italia la morte è ancora un tabù. Non se ne parla, non si approfondisce, non la si misura, contempla, riflette, nonostante i lutti che ci circondano. E, a differenza degli altri Paesi europei, non la si pianifica: cioè prevale la tendenza a non curarsi della propria fine, dando per scontato, anche apotropaicamente, che altri se ne occuperanno. Solo molto di recente le persone cominciano a capire che in epoca in cui non si fanno figli e si vive lontano dal luogo d’origine si corre il concreto rischio di putrefarsi in cucina. Ma per ora, vista la bassa richiesta italiana di anticipare i costi del funerale, non ci sono sul mercato prodotti assicurativi consolidati per gestire la situazione, perché il gioco non vale ancora la candela.
Un altro punto determinante riguarda la cremazione. La legge nazionale che regola questa pratica risale al 2001, un’epoca in cui si cremava il 2% della popolazione italiana. Il dato del 2024? Si sfiora il 40%! Con punte al Nord, in città come Varese, Milano, Brescia superiori al 70%. Ma non solo, alla cremazione, a cui può essere associato un indubbio risparmio sulla cassa (quella che va nel forno non ha alcun senso che sia di pregio e quindi si passa dal rovere massello al truciolato di paulonia) e sulla concessione cimiteriale del loculo, consegue sempre più spesso la dispersione in natura.
E su questo punto è necessario capirci bene. Pochi sanno che per la legge italiana un corpo ridotto in cenere vale sempre come un corpo, tant’è che separare le ceneri di un defunto vuol dire commettere un reato di vilipendio di cadavere, in pratica come se avessimo smembrato un corpo per nasconderlo meglio in una valigia. Ragion per cui non è infrequente che un vigile urbano o altro funzionario comunale accompagnino i parenti del defunto per boschi e montagne o per mare al fine di verificare lo sversamento completo dell’urna.
Perché vi è un fatto definitivo: con la dispersione delle ceneri la conservazione delle spoglie mortali rimane esclusivamente nell’immaterialità del ricordo personale e della memoria collettiva. Di noi non resta più traccia. Si toglie il disturbo in tutti i sensi, al limite ci si trasforma in compost, ma tecnicamente perdiamo ogni caratteristica che ci faccia risalire ad essere stati corpi che hanno abitato il pianeta occupandone una piccola porzione. Ed è a questo punto allora che le prospettive sul post-vita si scatenano: resurrezione della carne, trasmigrazione dell’anima, reincarnazione, energie universali, ecc. O, più semplicemente, il nulla.
Ma qualunque sia il rapporto che un essere umano scelga di avere con la morte, rimane un’umbratile aura di disagio, una materia che si intuisce senza comprendere, si afferra sanza trattenere, e ci induce a comportamenti di cui ci rendiamo consapevoli solo ex post. Rimane il fatto che l’unico modo per capire, anzi comprendere, la morte, resta quello di “celebrarla” parlandone, scrivendone, facendoci sopra dell’arte. Tutto questo per renderla famigliare, praticabile, accettabile, razionalizzabile come momento ineluttabile e necessario nell’incessante processo di trasformazione della materia. Mi azzarderei a dire che la morte non fa paura solo quando “risuona”, per non cadere nel non-essere depressivo del povero Pavese che conclude la sua poesia scrivendo che morire è come ascoltare un labbro chiuso (in pratica un koan dello Zen giapponese) e che scenderemo nel gorgo muti.