Perso a Urlapicchio - InEsergo

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04 Luglio 2021 - Storie

Quando le parole perdono significato, ti liberano?
 
Perso a Urlapicchio
 
“Un signore molto piccolo di Como
una volta salì in cima al Duomo
e quando fu in cima
era alto come prima
quel signore micropiccolo di Como.”
(Gianni Rodari)

È arrivata l’estate e la libertà di spostamento ci induce a viaggiare, più gioiosi forse, sicuramente più attenti alla bellezza e, per chi ha fatto bene i conti con se stesso, a scrutare la meraviglia anche dietro le apparenze.

Decisi quindi, nel giorno più luminoso dell’anno, di mettermi in auto e guidare placido senza meta, percorrendo strade ignote di luoghi più o meno familiari.
Distratto dai diversi punti di vista, accadde ahimè che mi persi nei pressi di un villaggio, il cui nome tamburellava nel silenzio: URLAPICCHIO.

Parcheggiai e sotto un sole immobile camminai sulle rive del fiume d’asfalto ondeggiante all’orizzonte.
Ancor prima della strada di casa, anelavo all’ombra di un bar, ma non ne trovai nemmeno uno aperto! Sapevo quindi con certezza di essere ancora in Liguria. Chiesi informazioni ma, cosa strana, non capivo le risposte, né i discorsi tra due persone, tanto meno le scritte sulle insegne e i cartelloni pubblicitari. Eppure la lingua mi sembrava la mia, anche se indecifrabile: non apparteneva a nessun dialetto e non era straniera, era piuttosto un farfugliare nitido, canopio e sbricio. Pensai fosse un brutto scherzo del caldo, della stanchezza, della sete atavica.
Disorientato mi rifugiai nel posto più consono all’utilizzo sensato della parola: una libreria.
“Buongiorno, mi scusi…”
“Scruti, lambicchi e non m’alloppi!” scandì la libraia, scartabellante nel suo daffare.
Mi resi conto che non voleva essere disturbata e mi aggirai confuso tra gli scaffali, cercando di decifrare da me il mistero buffo di quello strambo linguaggio.

“Tanfani… occhialli codesto, che s’imbiba meglio la sapegna”.
Apparsa alle mie spalle, la donna mi porse un volumetto sottile dal titolo cattedratico: “Gnòsi delle Fànfole” di un tal Fosco Maraini.

Che nella Gnòsi si nascondesse il senso che cercavo?
Bevvi pagine quasi fossero liquide ma nemmeno la sete di conoscenza si placava: troppo rarefatte quelle parole per la mia mente pesante e razionale.
Riporto qui un estratto a mo’ di esempio.

IL LONFO
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa legica busia, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui, zuto
t’alloppa, ti sbernecchia;
e tu l’accazzi.

Ma chi era Fosco Maraini, autore di questo sberleffo? Forse il più importante letterato di Urlapicchio?
Lessi in quarta di copertina (per fortuna qualcuno scriveva ancora nella mia lingua!) che fu orientalista, antropologo, alpinista, poeta e teorico della metasemantica. Metasemantica: oltre il significato.

Come spiega lui stesso nell’introduzione al libro: “nel linguaggio metasemantico le parole non infilano le cose come frecce, ma le sfiorano come piume […] il lettore deve contribuire con un massiccio intervento personale. L’autore più che scrivere, propone. Se è riuscito nel suo intento, può dire di aver offerto un trampolino, nulla più.”

Posai la Gnòsi attirato da un altro libro, lasciato aperto. Provai a leggere:

JABBERWOCKY
Twas brilling, and the silthy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the more raths outgrabe.”

Mi fermai alla prima strofa. Sembrava inglese ma anche no.
Il poeta doveva essere un migrante approdato più di cent’anni fa a Urlapicchio. Rispondeva al nome di Lewis Carroll. Propongo una traduzione (se così si può definire) dei versi sopraccitati, eseguita da Milli Graffi nel 1975:

IL CICIARAMPA
Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi
ghiarivan foracchiando nel pedano:
stavan tutti mifri i vilosnuoppi
mentre squoltian i momi radi invano

Mi sentivo inquieto. Dove ero finito, in un limerick di Edward Lear? Possibile che tutto il paese mi volesse prendere in giro per un divertissement fine a sé stesso? Oppure vivevano così per davvero e tutta la loro cultura era nonsense? Il mistero buffo m’invadeva e giocava a mosca cieca con la mente, irridendola come Fo in grammelot.  

L’inquietudine nasceva dalla convinzione che sono le parole a creare la realtà: viviamo come parliamo, o meglio, come parliamo a noi stessi nel segreto dei nostri pensieri. E quanto ci prendiamo sul serio!
Se la filosofia fosse metasemantica, ossia libera dal recinto - per quanto vasto ed elastico - del cogito, potrebbe avvicinarsi di più alla verità? E una descrizione nonsense riuscirebbe a mostrare l’invisibile? “Il formaggio con le pere è femmina?” si chiede da decenni il giocoliere di significati Alessandro Bergonzoni.

In ultima analisi, se le parole pensate perdono senso e si mettono a giocare libere e spensierate, allora anche la realtà e le convinzioni e i problemi e l’ansia del controllo…
Piante, animali, bambini e chi vive realtà diverse sono per noi inferiori perché non possiamo capirli del tutto e ci disorientano? L’eccessiva identificazione nel cogito ergo sum (penso quindi sono) potrebbe essere la corazza di chi è terrorizzato dall’inconoscibile? Dopotutto, come scrisse De Andrè, dietro ogni scemo c’è un villaggio.

Un rumore scrosciante verso l’alto mozzicò il mio elucubrare. Mi affacciai e vidi tutti i bar in fermento.
Rincuorato comprai la Gnòsi, poi uscendo la poggiai aperta sulla testa come un berretto a pagoda, mentre un tale con una molletta sul cappello mi salutò come se mi conoscesse da sempre. Leggero quasi svolazzante, mi librai verso l’ombra di un Caffè dall’aria mediterranea, dove alcuni attempati amici discutevano con un vigile di un certo Antani che avrebbe sistemato tutto, di lì a poco, forse a destra per due.

Ma non ascoltai altro, poiché la mia mente stava recitando già a memoria un’altra Gnòsi, quella da cui è nato l’articolo che tu cara lettrice / caro lettore stai qui a leggere, prima di andare a cercare l’ubicazione esatta di questo insolito villaggio nel nostro mondo conosciuto.

IL GIORNO A URLAPICCHIO
Ci son dei giorni smègi e lombidiosicol cielo dagro e un fònzero gongrutoci son meriggi gnàlidi e budriosiche plògidan sul mondo infrangelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpani e zirlecchiun giorno tutto gnacchi e timparlini, le nuvole buzzìllano, i bernecchiludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchioun giorno carmidioso e prodigiero, è un giorno a cantilegi, ad Urlapicchio in cui m’hai detto “t’amo, per davvero”.
(Fosco Maraini, 1978)

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