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La pratica del reparenting - InEsergo

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16 Giugno 2026 - InterEssere

Imparare a prendersi cura di sé da adulti

La pratica del reparenting

“Siamo formati dai nostri pensieri. Noi diventiamo quello che pensiamo”
Buddha

“Ama il prossimo tuo come te stesso”
Matteo 22:37-39

Quando veniamo al mondo siamo in profonda connessione con i nostri sentimenti e i nostri bisogni. Essi sono autentici, immediati e spesso richiedono di essere accolti con urgenza. Crescendo impariamo che anche gli altri hanno dei desideri e iniziamo a sviluppare la capacità di entrare in relazione con loro, creando un ponte tra ciò che sentiamo noi e ciò che provano gli altri.

A volte, tuttavia, questo equilibrio si rompe. I nostri condizionamenti, la nostra storia familiare e culturale, e l'educazione ricevuta ci portano a credere che, per incontrare alcuni bisogni vitali, sia indispensabile rinunciare alle nostre esigenze per privilegiare quelle altrui. E così, l’amore diventa condizionato: ci sentiamo degni di essere amati solo se soddisfiamo determinate aspettative, se siamo gentili, disponibili, generosi. In sostanza, impariamo velocemente che, se vogliamo ricevere amore, è fondamentale non essere pienamente autentici e annullare la nostra essenza più profonda.

Questo meccanismo è inizialmente adattivo perché, soprattutto nei momenti di maggiore vulnerabilità, ci aiuta a sopravvivere: mantenere il legame con gli altri significa garantire appartenenza al gruppo e, di conseguenza, sicurezza, protezione e nutrimento. Con il tempo, però, possiamo imparare a credere che, per continuare a essere visti, riconosciuti e amati, sia necessario indossare delle maschere e conformarci alle aspettative altrui. Questa convinzione però comporta un costo molto elevato: ci allontana da ciò che sentiamo realmente, ostacola il contatto con i nostri desideri più autentici e, in ultima analisi, indebolisce la fiducia nel nostro intuito e nella nostra guida interiore.

Per questo, ogni volta che una situazione risveglierà la nostra ferita, anche in risposta a stimoli dal basso impatto emotivo, ad esempio una persona che ci supera in coda, un messaggio visualizzato senza risposta o una parola poco gentile, reagiremo come se ci trovassimo di fronte ad una grave minaccia. In realtà non stiamo rispondendo alla situazione ma stiamo reagendo al pericolo percepito. Così, restare in silenzio oppure parlare, agire o rinunciare ad agire, non è una vera scelta. È una questione di vita o di morte, una drammatica strategia di sopravvivenza. Come ci ricorda Sigmund Freud, nella maggior parte dei casi non scegliamo per essere felici, ma per sentirci al sicuro.

Eppure, sotto questo bisogno di protezione, continua a vivere un meraviglioso desiderio di pienezza e sincerità. All’inizio è solo un sussurro, quasi impercettibile, ma col tempo diventa un richiamo impossibile da ignorare. È un suono primordiale che ci riconnette alla nostra essenza, ricordandoci chi siamo davvero. La sua melodia ci invita a guardarci con onestà, ad attraversarci senza difese, per ritrovarci. In definitiva, ci incoraggia a offrirci quell’amore di cui avevamo bisogno e che, forse, non abbiamo mai ricevuto fino in fondo.

Non si tratta di criticare i genitori, di cadere in una lamentela sterile o nel vittimismo rispetto a un passato che percepiamo come ingiusto. L’intenzione è piuttosto quella di rivolgere lo sguardo dentro di noi, per ascoltare quelle voci che ancora chiedono attenzione, empatia e gentilezza.

Dare ascolto alla nostra famiglia interiore
Le nostre parti, se ignorate, continuano a influenzare inconsapevolmente i nostri comportamenti, portandoci a ripetere gli stessi schemi. È come correre senza sosta nella ruota di un criceto: ci muoviamo, ma senza andare davvero da nessuna parte. Quando invece ci prendiamo cura delle nostre parti più fragili e nascoste, possiamo interrompere gli automatismi appresi e donarci una narrazione nuova di noi stessi.

L'IFS (Internal Family System) di cui ho parlato in un precedente articolo, chiama queste parti scartate o represse, “esiliati”: “personaggi” che non hanno ricevuto l'ascolto, l'accoglienza e la delicatezza che desideravano e, per questo, continuano ad agire, spesso inconsapevolmente, con reazioni emotive intense e basate sulla paura.

Ed è qui che entra in gioco il reparenting, un approccio basato sulla consapevolezza e sulla compassione, che richiama la presenza della nostra parte adulta amorevole: la nostra parte genitoriale, accogliendo quel dolore rimasto a lungo inascoltato, non solo favorisce l’integrazione, ma dà luce a quel luogo sacro in cui la tenerezza e la presenza permettono all’energia vitale, lì custodita, di tornare a fluire e a dispiegarsi pienamente.

Attraverso lo sguardo accogliente e benevolo del genitore, la resistenza e la contrazione si allentano, permettendoci di sentire fino in fondo la qualità emotiva che ci abita. In quel luogo, dove la vita torna a scorrere nella sua totalità, può avvenire la guarigione.

Non serve comprendere ogni cosa: la vera riparazione inizia quando il cuore lascia cadere l’armatura e trova il coraggio di aprirsi. La capacità di "rigenitorizzazione" è, in fondo, uno degli atti più amorevoli e trasformativi che possiamo donarci. Qui, ci può essere un ritorno, non a ciò che si era, ma a ciò che si è sempre stati. In questo spazio, possiamo iniziare a costruire quel senso di sicurezza e validazione che non dipende più dal passato e dagli altri: diventare genitori delle nostre vulnerabilità, significa reintegrare tutte le nostre parti e adottare una funzione interna adulta, stabile e comprensiva.

Tecniche usate nel reparenting
Il reparenting utilizza diverse tecniche volte a offrire, a livello emotivo e relazionale, ciò che è mancato o è stato carente nelle prime esperienze di attaccamento con il care giver. L’obiettivo è, fondamentalmente, quello di sviluppare una presenza interna adulta, capace di superare la trasmissione educativa del trauma.

Rimando ad alcuni approcci esclusivamente a scopo informativo:
entrare in contatto con le proprie parti “bambine” attraverso visualizzazioni, scrittura o meditazione, ascoltando bisogni ed emozioni profonde;
allenarsi a parlarsi con gentilezza ed empatia, trasformando la voce critica interiorizzata in una presenza più accogliente e rassicurante;
riconoscere sentimenti e bisogni fondamentali, come sicurezza, validazione, affetto o la capacità di porre confini sani, imparando gradualmente a riconoscerli, soddisfarli nel presente e comunicarli in modo più consapevole (rimando agli approcci della Comunicazione Nonviolenta di Marshall Rosenberg);
praticare la respirazione consapevole, il grounding, la mindfulness e l’ascolto del corpo per favorire un maggiore senso di sicurezza interna e una migliore regolazione emotiva;
usare approcci come l’Internal Family System per promuovere il dialogo con le diverse parti della personalità, comprese quelle protettive e quelle più vulnerabili;
entrare in una relazione terapeutica empatica e coerente al fine di contribuire allo sviluppo di modalità relazionali più sicure e a una maggiore integrazione emotiva;
usare rituali simbolici e la scrittura terapeutica, come lettere al sé bambino, pratiche quotidiane di cura o piccoli gesti riparativi che possono sostenere il senso di continuità interiore e presenza verso sé stessi.

Qualsiasi sia l'approccio che sceglieremo, riconoscere i nostri automatismi ci aiuta a trovare il coraggio di guardare al nostro passato, non tanto come qualcosa da curare, ma come un vissuto verso cui essere grati, in quanto opportunità di crescita.

La gratitudine ha un ruolo fondamentale nel processo di guarigione, in quanto ci invita a restare accanto al dolore, nostro o altrui, senza esserne travolti. Ascoltare e osservare le nostre fragilità dalla nostra parte adulta, ci sprona a lasciarci attraversare da esse con curiosità e senza identificarci con esse. La gratitudine, nel percorso di reparenting, non nasce, come abbiamo visto, dal negare il dolore vissuto né dal dover giustificare ciò che è mancato. Ma piuttosto dalla possibilità di riconoscere che, anche dentro le ferite più profonde, esiste ancora una parte vitale che ci guida verso quel posto sicuro che chiamiamo “casa”.

Quando la persona impara a diventare presenza amorevole per sé stessa, qualcosa si ricompone: il bisogno di essere visti smette lentamente di essere pretesa, e diventa relazione interiore, richiesta di cura e ascolto. In questo modo la gratitudine emerge spontaneamente, non come obbligo morale, ma come esperienza viva. Gratitudine per la propria capacità di restare, di sentire e di non abbandonarsi più.


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