Cloruro di Polivinile
Una volta, una che conoscevo mi ha mandato un messaggio; il testo recitava: Sai, stasera sono sola. Io le ho risposto: Tranquilla, lo siamo tutti. Anni dopo, mentre facevo la doccia, ho realizzato che forse non voleva giocare a carte. Sono un idiota, è una caratteristica peculiare della mia personalità; ho una personalità sfaccettata e varia, tendente all’idiozia, alle occasioni perse e alla gravissima mancanza di tempismo.
Quando capitano queste cose il Karma lo sa, se lo appunta. Il Karma è come un esattore delle tasse: non dimentica niente, niente di niente. Non è come me, che dimentico di aver mangiato e ceno due volte. E poi, inevitabilmente, ho una pancia che sembro Tony Soprano; ma poco male, la pancia è l’ultimo dei problemi.
È buffo come a volte le occasioni che hai perso ti piovano addosso, ti rendi conto che il destino ti aveva apparecchiato la situazione perfetta e tu, come un cretino, hai guardato altrove. Ti sei distratto, tenevi in mano il telefono, pensavi a qualcuno che lì non c’era; si pensa sempre a qualcuno o a qualcosa che non c’è. A volte noi esseri umani semplicemente non sappiamo essere contenti, non siamo in grado.
La commessa del sexy shop è bella e triste. Credo che le cose le siano sempre andate male: ha lo sguardo annoiato e spento, non ha slanci, mastica la gomma e sembra che stia guardando il paesaggio di Marte, ma senza entusiasmo, come se lo avesse già visto. Se la gente esplodesse di colpo non cambierebbe espressione; anzi, se la gente esplodesse credo che potrebbe esserne in qualche modo responsabile. Sicuramente non muoverebbe un muscolo per evitarlo.
Mi aggiro dentro al negozio come se dovessi nascondermi da occhi indiscreti, occhi indiscreti che, peraltro, non ci sono nemmeno. È sempre stato il mio problema quello di volermi nascondere. Nascondere da chi, poi? Credo che nessuno mi abbia mai davvero visto, o visto bene, o voluto vedere. Forse la ragazza che mi aveva scritto quel messaggio sì, ma sul momento non avevo capito. Io spesso non capisco.
La vita può cambiare in molti modi: un terremoto, un incidente, un meteorite, l’amore. E di queste casualità che ho appena elencato, l’amore per me resta sempre quella meno probabile. O dovrei dire era quella meno probabile, perché poi ho visto lei.
Eva, la mia Eva. Lucida, bellissima, con i capelli biondi e l’espressione basita, si stagliava meravigliosa con la sua pelle finta e immacolata. Come se il tempo non la toccasse, come se fosse perfetta. E perfetta lo era: era una bambola, non di quelle gonfiabili però, cerchiamo di non essere volgari; era una bambola che sembrava reale, ma reale davvero. La scienza ha fatto passi da gigante: dove arriveremo, mi chiedo.
Eva era perfetta e costava un capitale. La commessa ha accennato un sorriso quando le ho detto che la prendevo: forse mi giudicava, forse aveva incassato la cifra che si era prefissata di incassare quel giorno, poco male.
Uscii dal sexy shop con Eva sottobraccio. La portavo in giro come i francesi portano la baguette, come dice la leggenda: chi li ha mai visti i francesi? Con Eva succedeva una cosa strana, però: la gente mi notava, la gente mi vedeva. Non ero più invisibile. Era una sensazione straniante ma bella.
Un signore tutto contrito mi ha puntato l’indice addosso dandomi del porco schifoso, ma io a Eva non avevo ancora fatto niente. Come potevo avere la colpa di essere un porco se ancora non avevo compiuto nessuna azione? E poi io Eva la amo, non le farei mai niente di male. Avrò piccole attenzioni, tipo che non la lascerò mai in macchina al sole, si potrebbe rovinare. E le laverò i capelli, perché lei ovviamente non può.
[…]
Un mese con Eva, oggi festeggiamo. La porterò al ristorante, un bel ristorante. Ho prenotato, l’ho vestita bene, è bellissima.
Sarebbe bello se parlasse, ma confido nella scienza e nella tecnologia, vi confido molto. Il mio cuore batte. I tasti del pianoforte sono 88, l’ho letto poco fa; leggo molto, leggo molto perché Eva non parla e spero che un giorno impari.
Dal ristorante ci hanno cacciato, anche in maniera poco educata.
Adesso siamo seduti su un marciapiede, tutti vestiti eleganti e tirati come se fossimo Ginger e Fred. La piazza è vuota, è tardi e siamo soli.
Non lo siamo tutti? Io sicuramente più degli altri.
Tra le tante cose che impari sperando che qualcuno arrivi nella tua vita, una è ballare. Me lo aveva consigliato mia madre: «Impara a ballare,» diceva «non sai mai cosa potrà succedere». E così decido che quello è un bel momento.
Prendo Eva sottobraccio e andiamo al centro di quella piazza deserta. Ci sono tre gatti randagi che ci guardano, e noi iniziamo a ballare. Canticchio una vecchia canzone e balliamo, ci muoviamo leggeri, e per quel momento mi sento felice. Eva è bellissima e poco importa se è semplice plastica, poco importa se mi sopravviverà, se il tempo ucciderà me ma non lei. Poco importa se non imparerà mai a parlare: magari, per farla sentire meno in imbarazzo, disimparerò io.
Io adesso sono felice. Ho un po' di fame, ma sono felice.