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Il silenzio dell’artista è davvero neutrale? - InEsergo

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22 Giugno 2026 - Musica

La musica come spazio di coscienza civile, tra emozione, consenso e pensiero critico
  
Il silenzio dell’artista è davvero neutrale?
 
Tra le tante trasformazioni che il nuovo secolo sta portando nelle abitudini e nei comportamenti del mondo occidentale, una delle più evidenti riguarda il modo in cui opinioni, idee e prese di posizione diventano pubbliche. Oggi, grazie ai social media e alle piattaforme digitali, una dichiarazione, un’intervista o persino un semplice pensiero possono raggiungere milioni di persone in pochi minuti.
 
Proprio da questa nuova realtà è nata una recente polemica nel mondo della musica, in seguito ad alcune dichiarazioni di Francesco De Gregori. Il cantautore romano ha affermato che, nella complessità del mondo contemporaneo, «un proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, lo lascia abbastanza indifferente». Il riferimento era alle recenti prese di posizione di Bruce Springsteen contro il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
 
Secondo De Gregori, un artista dovrebbe concentrarsi sul proprio lavoro (scrivere musica, testi, creare opere), senza utilizzare la propria visibilità per orientare il pubblico verso cause sociali o politiche. Un cantante o un uomo di cinema – sostiene ancora De Gregori - «non hanno titoli» particolari per intervenire nel dibattito pubblico: forse sarebbe preferibile leggere un filosofo.
 
Possiamo chiederci: è legittimo che un artista utilizzi il proprio potere mediatico per sensibilizzare il pubblico su questioni sociali?
 
Per affrontare davvero questa domanda, bisogna allargare lo sguardo oltre la polemica del momento. L’idea che l’artista debba limitarsi esclusivamente alla produzione estetica trova infatti pochi riscontri nella storia della musica contemporanea.
 
In realtà il dibattito non è nuovo: oggi appare più urgente soltanto per la velocità con cui ogni dichiarazione raggiunge il pubblico globale. Se da una parte è comprensibile chi invita gli artisti a non sostituirsi agli studiosi o agli intellettuali, dall’altra risulta difficile sostenere che musica e intervento pubblico siano sempre stati mondi separati.
 
La storia racconta il contrario.
 
Numerosi artisti hanno utilizzato la propria notorietà per sostenere battaglie civili, denunciare ingiustizie o dare voce a gruppi rimasti ai margini del dibattito pubblico.
 
Senza entrare nel merito della sincerità delle convinzioni personali degli artisti (né della possibilità che alcune posizioni possano essere influenzate da logiche politiche o mediatiche), si può osservare come negli ultimi anni molti musicisti abbiano scelto di portare nei propri spettacoli temi legati ai diritti LGBTQ+, all’autodeterminazione e all’inclusione sociale. Altri hanno trasformato il palco in uno spazio di riflessione sulle disuguaglianze di genere, sul concetto di patriarcato e sulla rappresentazione del corpo. Gli artisti non si limitano più al contenuto dei brani: spesso il concerto stesso diventa uno spazio di attivismo culturale. Discorsi dal palco, simboli proiettati sugli schermi, campagne social e precise scelte scenografiche mirano a promuovere diritti civili, inclusione, sostenibilità ambientale e partecipazione politica. In alcuni casi anche la dimensione visiva diventa parte integrante del messaggio artistico.
 
Ricordiamo inoltre, nel periodo della recente pandemia, i tanti artisti ingaggiati dalle varie trasmissioni TV a pubblicizzare le politiche sanitarie imposte, ridicolizzando quelli che ponevano semplicemente dei dubbi.
 
Se guardiamo indietro, troviamo esempi ancora più radicali. Durante la Guerra Fredda, nella Germania Est, fare musica politica significava spesso mettere a rischio la propria libertà personale. Diversi cantautori e artisti legati ai movimenti alternativi sfidarono apertamente il controllo statale sulla produzione culturale, pagando con la censura, l’arresto o l’esilio.
 
Emblematico fu il caso di Wolf Biermann: nel 1976, dopo un concerto a Colonia, il governo della Germania Est gli revocò la cittadinanza impedendogli il rientro nel Paese e provocando una delle prime grandi proteste pubbliche del mondo intellettuale tedesco-orientale.
 
Dagli anni Ottanta in avanti, molte band rock, punk, rap e alternative hanno costruito parte della propria identità attorno alla critica del potere economico, delle guerre, del razzismo e delle disuguaglianze sociali.
 
Due tra i brani più celebri degli U2, Sunday Bloody Sunday e Pride (In the Name of Love), affrontano rispettivamente la strage di Derry nell’Irlanda del Nord, dove i soldati britannici spararono a 26 civili disarmati che stavano protestando pacificamente, e la figura di Martin Luther King. Ancora oggi risultano divisive le posizioni di Roger Waters, che per le proprie idee ha visto annullare alcune date dei suoi tour.
 
Anche in Italia non sono mancati esempi di musica impegnata: dal cantautorato satirico di Rino Gaetano agli spaccati sociali del primo Eugenio Finardi, dalla poetica di Fabrizio De André al rock di Edoardo Bennato, passando per l’esperienza dei CCCP e poi dei CSI, fino ai Subsonica con Sole Silenzioso, dedicata ai fatti del G8 di Genova.
 
Il 1º agosto 1971 il Concert for Bangladesh, organizzato da George Harrison insieme a Ravi Shankar al Madison Square Garden di New York, fu il primo grande concerto concepito per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale. Per l’occasione Harrison riunì artisti come Bob Dylan, Eric Clapton e Ringo Starr, ed era la prima volta che una grande star utilizzava in modo esplicito il proprio nome non per promuovere un’opera artistica ma per attirare attenzione su una questione politica e umanitaria: la crisi provocata dalla guerra d’indipendenza del Bangladesh.
 
Quell’evento mostrò che il musicista poteva essere qualcosa di diverso da un interprete o da un intrattenitore: una figura capace di convocare masse, orientare il dibattito pubblico e trasformare la popolarità in responsabilità collettiva. Quattordici anni dopo, nel 1985, il Live Aid organizzato da Bob Geldof e Midge Ure portò questa dinamica a un livello completamente nuovo. Trasmesso in mondovisione per circa sedici ore e seguito da oltre un miliardo e mezzo di persone, il concerto trasformò definitivamente il grande evento musicale in uno spazio globale di partecipazione civile.
 
Da quel momento l’artista smise di essere percepito soltanto come produttore di contenuti culturali e assunse il ruolo di soggetto pubblico capace di incidere sulla formazione dell’opinione collettiva.
 
Negli anni successivi il modello si è consolidato: concerti benefici, campagne per i diritti umani, eventi per la pace, raccolte fondi e tournée tematiche hanno reso sempre più sottile il confine tra performance artistica e intervento pubblico.
 
Gli artisti contemporanei che parlano di diritti civili, sostenibilità ambientale o questioni sociali dal palco non rappresentano quindi una rottura con la tradizione musicale, ma l’evoluzione più recente di un percorso iniziato oltre cinquant’anni fa.
 
Del resto, già Aristotele considerava la musica uno strumento fondamentale per la formazione dell’individuo e per il sollievo dalle fatiche della vita. La musica nasce dalle emozioni, proprio per questo possiede una forza particolare: agisce come linguaggio universale capace di influenzare sensibilità, comportamenti e visioni del mondo. Anche Platone attribuiva alla musica un ruolo decisivo, pur guardando con maggiore prudenza agli artisti professionisti. Nella Repubblica criticava l’arte che si limita all’intrattenimento senza orientarsi verso il vero e il bene comune.
 
Forse allora il punto non è stabilire se un artista abbia o meno il diritto di parlare di politica o di questioni sociali. Quel diritto appartiene a ogni cittadino. La vera questione riguarda il modo in cui questo potere viene esercitato.
 
Un artista non è necessariamente un filosofo, uno storico o uno scienziato, ma possiede una capacità rara: raggiungere emotivamente milioni di persone. Quando usa questa possibilità per aprire domande, generare attenzione o dare voce a temi ignorati, la musica può diventare uno strumento di crescita collettiva. Diverso sarebbe pretendere che il pubblico sostituisca il pensiero critico con un’adesione automatica all’autorità simbolica di una celebrità. Non spetta all’artista rinunciare alla propria voce, né al pubblico accoglierla senza interrogarsi.
 
Tra il silenzio e il proclama esiste uno spazio più complesso: quello della responsabilità culturale.
 
È lì che l’arte continua a svolgere ciò che ha sempre fatto nella storia dell’uomo: non fornire risposte definitive, ma aiutare a formulare domande.


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