Il dramma è donna - InEsergo

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Antigone e Didone, antiche eroine della modernità
 
Il dramma è donna
 
Il dramma è donna. Amara ironia o infausta realtà? Viviamo in un mondo in cui essere donna è ancora, purtroppo, un discrimine forte a livello sociale. Non fraintendetemi: per quanto possa sembrare, questa mia affermazione non porta con sé alcuna vena polemica né alcuna difesa femminista della categoria. Giusto un po’ di rassegnazione e un pizzico di sano cinismo.

Possiamo trovare una miriade di giustificazioni poste nei secoli alla base di questo annoso (e sempre più dannoso) gender gap plurisettoriale, alcune delle quali anche decisamente fantasiose, bisogna ammetterlo. Ma – avendo io dichiarato apertamente nell’incipit di questo testo di volermi tenere lontana dalla polemica – non starò ad approfondirne la natura o la genesi in questa sede. Oggi, piuttosto, vi racconterò chi sono alcune delle donne più forti che io abbia mai avuto modo di conoscere. E, soprattutto, cercherò di spiegarvi perché a mio parere andrebbero prese ad esempio ancora oggi.

Il dramma è donna. Anche se quando è nato, in Occidente, i ruoli femminili erano affidati agli uomini. E non è neppure così scontato che le donne potessero effettivamente assistere alle rappresentazioni. Non è certo un segreto: fino all’avvento della commedia dell’arte, il teatro ha avuto ben poco a che vedere con il mondo femminile. Né attrici né autrici, solo protagoniste (sulla carta, almeno). Si parla di due millenni abbondanti di assenza dalle scene. La tragedia, però, rimane sempre e comunque donna: perché non esiste momento di pathos tanto potente quanto quello in cui una madre, una figlia, una sposa, una dea di una qualunque pièce ti butta addosso tutto il dramma che si trova a vivere.

Il dramma è donna. Ma che donna? Ho cercato di scegliere in maniera consapevole e puntuale quali tra i miei esempi femminili preferiti presentare in questo testo, ma più ci pensavo e meno avevo le idee chiare. Poi, a un certo punto, mi si è accesa una lampadina: Antigone e Didone. Una donna della tragedia e una dell’epica. O forse – volendo parafrasare i concetti espressi dal buon Virgilio – una donna della tragedia e una del dramma epico. Nelle loro voci, l’io narrante si moltiplica e si fa insieme arte e distruzione. E il forte legame con la famiglia e con la sfera affettiva che, in modi diversi ma sempre riconducibili a un nucleo comune, le caratterizza dal primo all’ultimo verso della loro drammatica storia ne rappresenta la realizzazione più concreta. Per la famiglia, per gli affetti danno tutte loro stesse, anche la vita: chi portando avanti amore e sentimenti positivi (Antigone) e chi, con una forte impronta autodistruttiva, mossa dalla più cieca vendetta (Didone).

Il dramma è donna. Il dramma è Antigone.

Antigone è stata il mio primo “amore tragico”. La tradizione la vuole figlia dell’incestuosa e inconsapevole unione tra Edipo e sua madre Giocasta e sorella di Eteocle, Polinice e Ismene. A dare il via alle danze è – molto prima della nascita di Antigone – una profezia dell’Oracolo di Delfi, secondo cui Edipo, figlio dei sovrani di Tebe, una volta cresciuto avrebbe ucciso suo padre Laio e si sarebbe congiunto con sua madre Giocasta. Una profezia che sa più di maledizione e che, benché si sia cercata di evitare, ha alla fine distrutto tre generazioni di persone.

La storia dei quattro eredi – e delle colpe – di Edipo trova la propria acme nel dramma di Antigone. Dopo aver perso i genitori, la ragazza vedrà i suoi fratelli Eteocle e Polinice trucidarsi a vicenda (come ci racconta Eschilo nei Sette contro Tebe) e subire destini diversi. Eteocle, infatti, riceve degna sepoltura, mentre il corpo di Polinice viene invece lasciato fuori dalle mura della città, in balia di uccelli e cani, perché considerato dal nuovo sovrano di Tebe – Creonte, fratello di Giocasta – un traditore della patria. Ma Antigone non ci sta: prende in mano le redini della situazione e dà vita a un accesissimo scontro tra legge umana (rappresentata da Creonte) e legge divina. Più le strofe vanno avanti e più il divieto di seppellire Polinice si fa perentorio, ma lei non si arrende: continua a lottare contro lo zio, non si ferma di fronte all’espressione di una volontà tirannica, basata sul principio della legge del sovrano, riuscendo infine a seppellire il fratello. Il prezzo da pagare, però, sarà salatissimo.

Antigone sceglie di morire pur di poter compiere i riti funebri in onore del fratello. Murata viva in una grotta, difende strenuamente le sue scelte e la sua morale, portando a compimento il proprio destino con la forza e il coraggio di un eroe di guerra. E, così facendo, riesce anche a redimere le colpe dei suoi antenati.

Antigone è l’esempio da cui oggi ogni donna avrebbe bisogno di attingere. Non importa quanto sia forte chi hai di fronte, quanto imponga il suo volere a discapito del tuo, quanto la tua opinione sembri non contare: tu hai un valore, le tue idee e la tua persona hanno un valore. Non sei inferiore in quanto donna: hai gli stessi diritti – e gli stessi doveri – di un uomo, e non saranno di certo differenze biologiche o anatomiche a rendere questo concetto vano. Ricordarlo e portare avanti a testa alta il proprio vessillo ogni giorno è la chiave di volta verso un mondo migliore. Antigone lo sapeva, per questo non si è arresa: e in fondo lo sappiamo anche noi, diversi secoli dopo e al di fuori delle pagine di un testo teatrale, che dentro ciascuna di noi si nasconde una piccola Antigone pronta a farsi sentire.

Il dramma è donna. Il dramma è Didone.

Non una donna della tragedia, ma sicuramente una donna dal destino tragico. Protagonista femminile dell’Eneide di Virgilio – nonostante la sua presenza effettiva all’interno dell’opera sia stata circoscritta solo al libro IV – Didone e la sua eco hanno influenzato la letteratura per secoli e secoli, e continuano a farlo ancora oggi.

Figlia di Belo, re di Tiro, Didone fu regina e fondatrice di Cartagine. Alla morte del padre, lei e il fratello Pigmalione salirono insieme al trono fenicio di Tiro, ma qualcosa andò storto e Didone perse sia il regno che il marito Sicheo, brutalmente assassinato da Pigmalione. Salpando infine alla volta dell’Africa, fondò il reame che per anni ha dato filo da torcere al grande Impero Romano: Carthago.
Una donna potente, risoluta, che dopo Sicheo dedicò la vita al proprio regno. Fino, almeno, all’arrivo di Enea sulle sue coste. Il figlio di Venere e del troiano Anchise conquista subito il cuore della sovrana, regalandole un amore vissuto appieno, che le consuma l’animo come una candela dimenticata accesa. Dopo mesi pieni di passione, però, Enea abbandona Didone all’improvviso, richiamato dalla madre al suo destino: fondare Roma. Ed è allora che l’ira della regina si fa cieca.

Togliendosi la vita per la troppa sofferenza e per salvare il proprio onore, Didone pronuncia alcune tra le parole più forti mai proferite da una donna nella storia della letteratura: Sorgi dalle mie ossa, chiunque tu sia, o vendicatore [Annibale, ndr], e perseguita con il ferro e col fuoco i coloni dardani, ora, in futuro, in qualunque tempo se ne offriranno le forze. Io prego che le sponde siano in guerra con le sponde, le onde con le onde, le armi con le armi. Combattano loro e i loro discendenti.

La maledizione di Didone riecheggia nei secoli, ponendo un sigillo di sangue su quelli che poi sono stati il conflitto tra Roma e Cartagine e la profonda inimicizia tra due dei più grandi imperi del Mediterraneo.

Anche Virgilio si è fatto portatore della forza delle donne, facendo proferire a una delle figure femminili più amate, dibattute e controverse della storia e della letteratura parole che avrebbero segnato per sempre il destino dell’Impero più famoso del mondo. Una donna forte, di carattere, che non si è mai fermata davanti a nulla e che – vinta dall’ingenuità e da un amore distruttivo – ha portato avanti a testa alta la propria posizione, scegliendo di salvare il proprio onore a tutti i costi. A riprova che, ancora una volta, la forza e il coraggio di una donna possono vincere di fronte a qualunque avversità, ribaltando più volte un destino che, forse, di favorevole e facile ha sempre avuto ben poco.

Il dramma è donna. Il dramma è Antigone e Didone. Due facce della stessa medaglia, ma legate da un’amara verità: il vero dramma oggi è non riuscire a capire quanta forza porti davvero con sé l’essere donna.
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