I luoghi del teatro - InEsergo

Title
Vai ai contenuti
ARTICOLI MENO RECENTI

Fuori tempo

Trattato fuori stagione sul Capodanno. Con storia annessa

Il Joker, tra follia e libertà

La follia come principio di autodeterminazione

Persi a Urlapicchio

Quando le parole perdono significato, ti liberano?

Macbeth, le cose nascoste

Percorso interiore di ritorno alla funzione catartica del teatro

Come un cammello in una grondaia

Franco Battiato e il paradosso della modernità

Sicilia, isula d’amuri

Istantanee di un siciliano innamorato

Africa dei Toto

Max Siedentopf e la distruzione del silenzio nel deserto del Namib

En attendant l’Absurde… Ma è (di nuovo) qui

Il ciclico ritorno del Teatro dell’Assurdo

Quei giovani ribelli quasi ottantenni

Il tramonto della canzone di protesta nell’era della “nuova normalità”

Lo stagno delle ninfee

Il giorno che Monet precipitò dentro a un suo dipinto

Ponte Morandi: la verità è un anelito a prezzo di costo

Genova vuole credere nella giustizia. Genova vuole rispetto per i suoi morti. Genova chiede la Verità.
09 Settembre 2021 - Teatro

Un’indagine su cosa realmente definisca gli spazi del teatro
 
I luoghi del teatro
 
Facciamo un gioco: chiudete gli occhi e immaginate un setting teatrale.
Che cosa vi è venuto in mente?
 
Probabilmente avrete pensato a un palcoscenico, a una platea di poltrone possibilmente in velluto rosso, a un sipario, anch’esso in velluto rosso, a un grosso lampadario che pende dal soffitto. Insomma, un contesto classico da associare alla comune idea di teatro, anche un poco stereotipata. È naturale che nella mente si prefiguri immediatamente uno scenario del genere che ha a che fare con un ambiente classico, formale, quasi austero. Un po’ come quando si chiede a un bambino o a una bambina in giovanissima età di disegnare una casa: esistono case di ogni tipo, ma ciò che verrà fuori dalla matita o dal pennarello sarà il solito quadrato, il tetto a triangolo, le due finestre perfettamente simmetriche e rettangolari, la porticina alla base che sarà invece curvilinea. Per non parlare dell’immancabile canna del camino che spunterà da un lato del tetto, di solito il destro. Un luogo comune intrinseco alla mente del fanciullo/a che emerge inevitabilmente quando viene messo/a alla prova, forse perché inconsciamente teme di deludere le aspettative del richiedente e gli stereotipi, si sa, rendono la vita più semplice. O forse perché in lui/lei è stata inculcata talmente tanto l’idea della casa fatta in un certo modo, in quel modo, che non riesce - o comunque fatica molto - a pensare ad altre tipologie di case.

Ebbene, lo stesso discorso vale per il teatro e per i suoi luoghi. Se vi dicessi infatti che sono molteplici, per non dire infiniti, i luoghi dove si può fare teatro? Non sono il palco, le poltrone e il sipario in velluto rosso, le quinte, a definire il teatro. “E allora cosa lo definisce?”, domanderete voi. Lo definiscono le persone o più specificamente gli attori e gli spettatori. Laddove vediamo rappresentata una situazione con relazioni umane in cui è possibile rispecchiarsi abbiamo “teatro”. Ne converrete che ciò non debba necessariamente avvenire al Piccolo o alla Scala. Basta dare un breve sguardo indietro alla storia per rendersene conto: il teatro per un consistente periodo è stato in strada, è stato itinerante, è stato in mezzo alla gente. Il teatro può comparire in una grossa spiaggia sassosa con alle spalle il mare al chiaro di luna, il teatro può essere in piazza, sui gradini di una chiesa, in mezzo a un bosco o anche, perché no, in una grande discarica. Come esistono tanti tipi di case potenzialmente disegnabili dai bambini, esistono anche tanti tipi di ambientazioni teatrali perché il teatro non è distante da noi e dalle nostre quotidianità, ma di fatto coincide con la nostra quotidianità. Non andiamo a teatro per vedere cose che non esistono, non si tratta di un mezzo per fugare la realtà. Il teatro è uno strumento per sondare la realtà con una lente di ingrandimento speciale, per guardare “da fuori” le diverse situazioni e relazioni umane. Insomma, si potrebbe dire che laddove abbiamo uno “specchio” abbiamo “teatro”.

Proprio per il suo essere reale, umano e talvolta crudo, il teatro è anche storia. Ciò che vediamo è in grado di condurci indietro nel tempo e farci vivere un momento che anagraficamente non abbiamo mai vissuto, utilizzando lo “specchio” di cui parlavamo poc’anzi. E qui torniamo a parlare di luoghi. Abbiamo già asserito che non sono i luoghi a costituire il teatro ma le persone che interpretano e quelle che osservano, basta questo. Ma è altrettanto incredibile la suggestione che può generarsi dall’installare un palcoscenico in determinati spazi fisici. Prendiamo ad esempio Genova, la mia bellissima città. Il passato di Genova è già ampiamente raccontato dall’architettura del suo immenso e stupendo Centro Storico, nonché dal Porto Antico. Basta fare una passeggiata in questi luoghi per salire su una macchina del tempo e tuffarsi nel passato. Immaginate allora quale valenza possa avere organizzare una regia teatrale in queste località.

Carlo Sciaccaluga, del Teatro Nazionale di Genova, non si è lasciato sfuggire l’occasione di inscenare, difatti, La congiura del Fiesco nella splendida piazza di San Lorenzo utilizzandone lo spazio antistante alla Cattedrale e le scale della Cattedrale stessa. Era impossibile non farsi catturare e coinvolgere dalla magnificenza di quel setting, con luci così suggestive e gli attori che camminavano in mezzo agli spettatori trasformandoli in parte dello spettacolo. Indimenticabile la scena in cui Fiesco si rivolge alla popolazione genovese dinnanzi alla porta della Cattedrale: a quel punto noi spettatori non stavamo più guardando, bensì vivendo ciò che accadeva. In questo particolare caso il testo stesso, di Friedrich Schiller, è ambientato a Genova e riporta il fatto storico della “notte di sangue del gennaio 1547”, congiura appunto ordita da Gianluigi Fieschi contro Andrea Doria. Aver rappresentato un pezzo del genere proprio in una delle piazze più belle e importanti del Centro Storico della città della Lanterna ha rappresentato un colpo da maestro.

Ma Sciaccaluga non è stato l’unico a utilizzare gli spazi genovesi come scenari teatrali per le proprie regie. L’Isola delle Chiatte, vicino all’Acquario di Genova, ha anch’essa ospitato delle bellissime rappresentazioni. Ogni estate, infatti, vi viene organizzato il Sea Stories Festival a cura di Igor Chierici e Luca Cicolella. Questo ciclo di rappresentazioni annuali è caratterizzato da messe in scena ambientate in contesti marini (come suggerisce appunto il nome del festival). Inutile dirvi quanto essere stata spettatrice di Novecento di Alessandro Baricco su quell’isola, con il vento, lo sciabordio dell’acqua contro le barche, il profumo di salsedine e il leggero dondolio della chiatta, mi abbia regalato emozioni che vanno ben oltre il guardare.

Possiamo dunque concludere che l’esperienza teatrale, grazie al realismo delle interazioni umane e alla molteplicità dei suoi luoghi, non risulti qualcosa di passivo: gli spettatori possono infatti rivestire un ruolo anche decisamente attivo nel condurla. Laddove si ha la sensazione di “subire” più che di “interagire” o “vivere” quanto si sta osservando, vi è probabilmente una mancanza nella regia. Il teatro non è qualcosa di asettico e distante perché è parte integrante di noi esattamente come noi ne siamo parte. Non crediate che sia il contrario: qualora vi capitasse di provare una spiacevole percezione di freddezza, diffidate del fatto che abbia realmente a che fare con il teatro.  


Torna ai contenuti