La “Elena” di Euripide, uno sguardo sulla modernità - InEsergo

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06 Ottobre 2020 - Attualità

Intrecci e riflessioni su tragedia greca e contemporaneità, tra la messinscena di Davide Livermore e la cultura che si fa catarsi

La "Elena" di Euripide, uno sguardo sulla modernità
  
Elena non è fuggita insieme a Paride. Elena non è fedifraga, una donnaccia. Anzi. Per dieci anni a Troia s’è combattuta una guerra sanguinosa e bestiale a causa di un eidolon, di un fantasma, di una replicante della vera Elena, la quale in realtà si trova da diciassette anni in Egitto, sull’isola di Faro, alla foce del Nilo. Sedotta dal re Teoclimeno, ella non ha alcuna intenzione di concedersi alle avances del sovrano egiziano, nutrendo ancora la speranza di ricongiungersi all’amato Menelao.

Un incipit esplosivo quello della Elena di Euripide, un avvio dirompente: come se il vero Napoleone non avesse mai perso a Waterloo o la Shoah avesse dispiegato la sua onda nera agli ordini di un sosia in tutto e per tutto identico al Führer. Euripide ci pone dinanzi alla prima dissociazione nota nella storia del teatro tra la realtà e ciò che della realtà si dice, tra la verità delle cose e come le cose vengono raccontate. È il 412 a.C., quasi duemilacinquecento anni fa: se i classici si definiscono tali è perché sono, appunto, eternamente attuali.

Siamo nel 1928. Nel suo saggio Propaganda, il nipote di Freud, Edward Bernays, scrive: “La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica. Coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese. Noi siamo in gran parte governati da uomini di cui ignoriamo tutto ma che sono in grado di plasmare la nostra mentalità, orientare i nostri gusti, suggerirci cosa pensare”. Per le prospettive di Bernays, insomma, ciò che appare non può ontologicamente corrispondere a ciò che è.

Il nome di Bernays non è da poco. Annoverato tra gli uomini più potenti del secolo scorso, universalmente riconosciuto come il creatore dell’ingegneria del consenso, padre degli attuali spin doctors, tra i suoi successi professionali si annoverano l’invenzione della prima colazione “uova e pancetta” americana, lo sdoganamento delle sigarette come simbolo di emancipazione femminile (per il gaudio dell’American Tobacco Company) e il colpo di stato del 1954 in Guatemala ai danni del presidente Jacobo Arbenz Guzmán, democraticamente eletto.

Euripide e Bernays, Elena e l’uomo contemporaneo. Un unico fil rouge, straordinariamente attuale: la realtà come un proscenio potenzialmente fasullo, il dubbio come la bussola nel mare in tempesta. Anche per Socrate, coevo di Euripide, il dubbio rappresentava un imprescindibile strumento di indagine e conoscenza. In Elena il gioco del doppio sfocia nei dubbi teosofici del coro, che si interroga su cosa sia o non sia quel Dio che ha permesso a due popoli di scannarsi per dieci anni a causa di un fantasma. Messaggio certamente antimilitaristico, dal momento che la giustezza assolutistica della guerra viene messa in discussione alle radici, ma anche profondamente filosofico nello svolgere una trama che nasce da un inganno degli dèi, dalla manipolazione degli eventi.

Nello straordinario e avveniristico allestimento di Elena a cura di Davide Livermore, si ipotizza in realtà che sia la stessa protagonista, ormai giunta alla fine della vita, a raccontarsi il plot di Euripide per dare un nuovo senso alla sua penosa esistenza, autoassolvendosi dal disastro di Troia. Qualcosa insomma che ricorda da vicino, con un altro salto temporale, ardito quanto doveroso, il capolavoro di Tim Burton, Big Fish, e più in generale le istanze di qualsiasi vecchio che disponga lecitamente del suo vissuto come di una tela la cui fantasia sia il pennello dell’artista.

Nella Elena di Livermore allo spettatore viene dispensato un palcoscenico filologicamente affogato nell’acqua, privo di quinte e fondale, sovrastato da un gigantesco schermo ad alta risoluzione dal quale le immagini sgorgano insieme ai suoni e alle voci, talvolta effettate: il testo viene interamente restituito alla sua modernità nel rispetto rigoroso del senso originario. In fondo nel rappresentare le loro tragedie i greci facevano sfoggio di tutta la tecnologia disponibile, abbracciando quell’idea di gesamtkunstwerk, di teatro totale, che è musica e drammaturgia, poesia e arti figurative. Dunque – s’è detto Livermore –, perché non procedere esattamente con lo stesso approccio, ponendo il pubblico davanti a una fantascientifica astronave in cui ogni ingranaggio è sincronizzato al millimetro e perfino lo scroscio dell’acqua si fa suono grazie al sofisticatissimo software del compositore e tecnico del suono Andrea Chenna, autore di quasi tutte le musiche?

Davanti a tanta meraviglia viene da chiedersi quale sia il valore della cultura oggi in Italia. Qual è la sensibilità istituzionale verso gli artisti che per il Presidente del Consiglio “ci fanno tanto divertire?”. Domande quantomai attuali, specialmente dopo la riapertura dei teatri e dei cinema, dei luoghi adibiti alla musica, pur con tutte le limitazioni connesse all’emergenza sanitaria. Resistono gli spazi più ampi, strutturati, che possono permettersi di andare avanti anche con la sala mezza vuota (o mezza piena, se preferite). È il caso, ad esempio, del Teatro Nazionale di Genova, uno dei più importanti teatri pubblici nostrani, che ha inaugurato la nuova stagione proprio con la Elena euripidea inscenata da Livermore. Gli altri, le piccole realtà, spesso tenute in piedi quasi esclusivamente dalla passione e da un certo afflato per quell’associazionismo che sa di condivisione e nutrimento personale, rischiano di scomparire dall’ecumene per sempre.

Permane il sospetto che in un contesto storico intricato e ferino come non mai, in un quadro che puzza di reset antropologico globale e di vessazione degli equilibri socioeconomici tradizionali, la cultura non solo non sia percepita in tutto il suo appeal anche remunerativo ma venga addirittura tacitamente osteggiata. L’arte, il cinema, la musica, il teatro, si sa, hanno un difetto sistemico: oltre a divertire fanno anche pensare. Attività assai pericolosa, specie se di dominio pubblico, specie in un’epoca di riorganizzazione verticistica e di scientismo fideistico. Per questo conta resistere, difendere con le unghie e coi denti ogni occasione di elevazione interiore: la cultura tanto fa, rende migliori. Se certe distopie profetizzate da alcuni grandi romanzieri del ‘900 si affacciano all’orizzonte, la Resistenza 2.0 consisterà esclusivamente in questo: restare umani.

"Elena" di Euripide, nell'allestimento di Davide Livermore, è in scena fino al 12 ottobre presso il Teatro Nazionale di Genova.
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