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Dylan Dog, quando l’incubo ci rappresentava - InEsergo

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14 Settembre 2026 - Attualità

A quarant’anni dalla prima apparizione, il ricordo di un fumetto che trasformò le nevrosi di una generazione in fenomeno popolare
 
Dylan Dog, quando l’incubo ci rappresentava
 
Te lo vuoi comprare un cappotto, o no?!?” – “E a che servirebbe? È dentro che sento freddo… (da Dylan Dog n. 88 “Oltre la morte”, gen. 1994)
 
 
Ricordo l’eccitazione, di prima mattina, mentre mi appropinquavo all’edicola nel presunto giorno di uscita del nuovo numero. Cominciavo a sbirciare spasmodicamente tra le riviste esposte, con la copertina fronte marciapiede. Se, tra esse, non lo avessi scorto, la delusione mi avrebbe riempito il cuore nel proseguire mestamente verso scuola. Al contrario, se lo avessi adocchiato in mezzo agli altri fumetti, con i suoi colori vividi e l’inconfondibile logo, un sorriso fanciullesco mi si sarebbe dipinto in volto, avrei tirato fuori le 1.500 lire e me ne sarei impossessato avidamente. Il resto della mattinata sarebbe stato solo una lunga attesa che portava alla lettura, rigorosamente sdraiato sul letto della mia cameretta, per dedicargli il giusto tempo con la dovuta calma e concentrazione. Una sorta di sacro rito che era al contempo personale e collettivo, posto che nei giorni successivi, in classe con i compagni che condividevano questa mia stessa passione, i commenti avrebbero occupato molta parte delle ricreazioni.
 
Parlo di Dylan Dog, il celeberrimo Indagatore dell’Incubo, nato dalla penna di Tiziano Sclavi per la Sergio Bonelli Editore. Proprio in questi giorni, il 26 settembre 2026, Dylan Dog compie 40 anni dalla sua prima comparsa. Per il sottoscritto, una sorta di fratello maggiore che mi ha accompagnato per circa tre lustri della vita.
 
Nell’86, in realtà, avevo appena 9 anni e quindi l’incontro con Dylan - mi raccomando: si pronuncia “dilan”, non “dailan” come qualche mio coetaneo lo chiamava, facendomi imbestialire e incalzare contro il povero malcapitato: Ma tu come lo pronunci Bob Dylan?! Mica “Bob Dailan”, no?!? - lo ebbi un paio d’anni più tardi, durante le scuole medie. E, come avrete capito, fu amore a prima lettura.
 
Ma bando ai ricordi soggettivi; questo articolo nasce per riflettere sull’eredità, se esiste, di quel mitico fumetto che, da un contesto di nicchia, diventò in breve tempo un prodotto nazional-popolare, di massa, dando luogo a collane collaterali (volumi speciali, almanacchi, enciclopedie a tema, videogiochi, ecc.) mode estetiche (tanto per fare un esempio, un vero dylandogiano non poteva non calzare le Clarks!), massivo commercio di gadget e persino trasposizioni cinematografiche (il trascurabile “Dellamorte Dellamore” del 1994 a firma Michele Soavi).
 
Cosa aveva Dylan Dog di così peculiare? Come poté diventare un fenomeno culturale da 500.000-dico-cinquecentomila copie al mese?
 
Per capirlo, credo, bisogna contestualizzare dove stesse andando l’Italia in quegli anni. Se, fino a quel momento, i grandi personaggi bonelliani (si pensi a Tex, Zagor e Mister No su tutti) erano, seppur con sfumature differenti tra loro, coraggiosi eroi positivi, che veicolavano codici comportamentali chiari, stabili e rassicuranti, le giovani generazioni che si affacciavano in quella seconda metà degli anni Ottanta stavano perdendo l’illusione di un mondo più sicuro e giusto, regolato da una politica seria e responsabile. Dopo un decennio così complesso e angosciante come quello dei Settanta, negli anni ’80 le altissime tensioni nucleari tra Usa e Urss, la crisi libica nel Golfo della Sirte e ovviamente il disastro di Chernobyl (aprile ’86), giusto per citare tre tra i tanti eventi drammatici che segnarono quel decennio, avevano sparso tra i giovani, comprensibilmente, un’ansia soggettiva e una disillusione collettiva palpabile.
 
A questa condizione faceva da contraltare la nascita della tv commerciale berlusconiana che provava a narcotizzare le menti sommergendoci di telenovelas, tv shows di plastica e/o demenziali e la celebrazione dello yuppismo e della cosiddetta Milano da bere. Non è un caso che un Carlo Vanzina qualsiasi riuscì a ottenere un incredibile successo girando, in tre anni, tre film che, di quell’ambiente, ne celebravano l’opulenza (“Sotto il vestito niente”, 1985; “Yuppies - I giovani di successo”, 1986; “Via Montenapoleone”, 1987). In quel contesto l’orrore esistenziale, o anche solo la malinconia, non avevano diritto di cittadinanza: il mondo capitalista occidentale, guidato dagli Usa a conduzione reaganiana, avrebbe trionfato e il futuro dei cittadini, che di quel mondo facevano parte, sarebbe stato scintillante. Non c’era spazio per altre narrazioni mainstream.
 
Sclavi, classe ’59, proveniente dalle nebbiose lande dell’Oltrepò pavese, aveva evidentemente idee differenti. Modellato il suo protagonista immaginario sulle fattezze dell’attore britannico Rupert Everett (che infatti interpreterà il Francesco Dellamorte protagonista del film succitato), ne ambienta le gesta in una Londra brumosa, città fantasmatica, luogo più della mente che realistica e concreta ubicazione geografica.
 
Già dal primo, mitico, numero (L’alba dei morti viventi), Dylan Dog si presenta ricco di rimandi culturali (E.A. Poe, H.P. Lovecraft, H.G. Welles, Robert Bloch in ambito letterario; George A. Romero, Wes Craven, Stuart Gordon in quello cinematografico) che ne definiscono poetica e stilemi di riferimento (il gotico britannico, in primis). Dal cinema Sclavi mutua anche la messa in scena delle sue storie, ricche di dissolvenze, piani sequenza senza dialoghi, primi piani drammatici. Dylan si rivela da subito, al contrario dei protagonisti delle altre testate che lo hanno preceduto, un antieroe: guida a malapena, non maneggia armi, non è atletico, risultando spesso goffo nelle scene d’azione ed è pure perennemente in bolletta. E, nonostante l’apparente successo con le donne (dalle quali però viene immancabilmente “scaricato”), il suo sguardo è costantemente malinconico, tradendo un’irrisolta inquietudine che affonda le radici nel suo tragico passato. Solo suonare il clarinetto o dedicarsi alla costruzione del suo galeone in miniatura, lo rilassano. Da sottolineare, poi, la genialità degli altri personaggi che intorno al Nostro gravitavano: il suo strampalato aiutante/maggiordomo, Groucho (una figura ritagliata sul calco del terzo dei cinque fratelli Marx, Julius Henry; in arte, appunto, Groucho); la figura paterna dell’ispettore Bloch, capo di Scotland Yard, uomo integerrimo ma ormai disilluso, vicino alla pensione e che guarda la modernità con frustrato disincanto (e deve assumere antiemetici per non vomitare alla vista del sangue); e, ovviamente, il villain, il mefistofelico Xabaras (anagramma del demone Abraxas), (pseudo)padre biologico e al contempo nemesi di Dylan, ossessionato dal sogno dell’immortalità e col quale, inevitabilmente, si arriverà a uno scontro edipico.
 
Tutti gli elementi su esposti riuscivano nell’intento di raccontare i tormenti, del singolo come di una generazione, portando il fumetto su un nuovo piano concettuale: non più strumento di evasione e rassicurante veicolo di positività, ma sguardo sull’orrore, auto-analisi sull’ombra che è dentro di noi; uno specchio che rifletteva le nevrosi di un pubblico che voleva essere compreso, non rassicurato.
 
Dylan Dog quindi, nel suo indagare l’incubo (non risolverlo) riusciva a parlare direttamente a tutti quegli outcasts lasciati ai margini del modello vincente pubblicizzato (quello degli yuppie, appunto, basato sulla cura dell’aspetto fisico, sull’arrivismo e il conseguente successo professionale ed economico), raccogliendo le istanze dei giovani che non si riconoscevano nella “main frame” patinata e plasticosa del pensiero dominante di allora.
 
Nel paragrafo precedente ho usato il tempo imperfetto perché, fisiologicamente, la collana perse già nella prima metà degli anni 2000 la sua spinta e la sua freschezza sia tematica che concettuale. Ad un certo punto, moltissimi lettori non ritrovarono più, nelle sceneggiature, quei punti di forza che li avevano accompagnati dalla preadolescenza all’età adulta. I numeri, mese dopo mese, sembravano una stantìa ripetizione di clichés, dando un asettico effetto di “mostro del mese”, una carrellata di storie autoconclusive senza quel legame concettuale e umorale che era stato la chiave vincente della prima fase.
 
Sclavi si distaccò dalla sua creatura e le nuove “gestioni” della collana dei pur bravi curatori (Giovanni Gualdoni, Roberto Recchioni e, da ultima, Barbara Baraldi) si barcamenarono tra l’esigenza di “ammodernare”, stilisticamente e tematicamente, le storie per acquisire nuovi lettori (con scarso successo) e quella di conservare lo zoccolo duro dei lettori storici (con lo stesso scarso successo). Tanto che, attualmente, il fumetto vende al mese meno di 40.000 copie (il 92% in meno rispetto ai tempi d’oro), rendendolo un prodotto oggettivamente poco rilevante, al di là dei suoi attuali aspetti qualitativi, sui quali non entriamo.
 
Oggi, infatti, ci interessa solo celebrare il quarantennale di questo personaggio che, per tutto quanto sopra esposto, è stato un fido compagno di viaggio per centinaia di migliaia di giovani italiani; un amico che ci ha fatto sorridere, emozionare, piangere. Ma, soprattutto, riflettere.
 
Buon ingresso negli -anta, Dylan!


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