Nomadland e il self-made man - InEsergo

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Nomadland e il self-made man
  
Furgoncini in mezzo al deserto
Furgoncini di materiali scadenti
Furgoncini in mezzo al deserto
Furgoncini tutti diversi
Ce n’è uno bianco e uno bianco
E uno bianco e uno a fiori
E sono fatti di materiali scadenti
E sono tutti diversi
E le persone sono vagabondi su ruote
Le persone più gentili del mondo
E non si faranno mettere in gabbia
E non saranno tutte uguali
Siamo amichevoli
Siamo una famiglia
Ci piace stare nel deserto
Nel deserto, nel deserto
Dove tutta la terra è uguale…
E non abbiamo alberghi diurni, palchi centrali
Ma abbiamo un bivacco attorno a cui nascono le amicizie
Siamo tutti fatti di materiali scadenti
E la pensiamo tutti in modo diverso


Sono sempre stato attratto dalla “mitologica” figura del self-made man, “l’uomo che si fa da solo”, (l’uomo del ghe pensi mi, per intenderci, di berlusconiana memoria), ovvero che si inventa un lavoro dal nulla e diventa ricco sfondato. Tralasciando i blogger e gli influencer, nutro una profonda ammirazione per le persone che, con una “semplice” intuizione e partendo dal basso (un lavoro statale come il mio, ad esempio) sono riuscite a costruire un vero impero. Penso a figure come Piero Armenti, un ragazzo di Salerno che ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per aprire un’agenzia di tour operator (l’unica italiana a New York) con una relativa pagina Facebook che, solo in Italia, è seguita da quasi due milioni di persone. Nei suoi innumerevoli video motivazionali spinge i suoi followers a inseguire i propri sogni, a non farsi ingabbiare dai classici cliché di una vita monotona, a provare a evadere dalla routine quotidiana e avere uno spirito imprenditoriale. New York viene dipinta come l’emblema della città dove tutto è possibile. Facile a dirsi, difficile a farsi. Una recente ricerca universitaria ha rivelato come la maggior parte dei genitori italiani preferirebbero per i propri figli un lavoro “convenzionale”. Il classico lavoro in banca attrae ancora molti perché fa rima con sicurezza e guadagni assicurati. Non è un caso che si registrino tantissime iscrizioni a facoltà come Giurisprudenza o Economia che, tuttavia, non fanno affatto rima con lavoro assicurato.

La realtà dice altro. Siamo in recessione, peggio del 2008. Il costo della vita in Italia (e in tutta Europa) continua a crescere mentre i salari restano invariati. Il potere di acquisto si è notevolmente ridotto perché il costo delle materie prime è salito vertiginosamente. Cosa succede dall’altra parte dell’oceano? Ce lo spiega molto bene Jessica Bruder, una giornalista americana che si occupa principalmente di sottoculture e problematiche di ambito sociale. Nomadland, romanzo d’inchiesta, è il frutto di mesi e mesi di ricerche lungo le strade polverose d’America. Tre anni, 25.000 km percorsi (dal Messico al confine canadese) e le testimonianze di circa duecento nomadi sono state lo spunto che hanno portato l’autrice a scrivere il suo romanzo. Per far sì che tutto ciò fosse possibile, la Bruder ha vissuto per mesi in un camper, vivendo come i senzacasa (detestano esser definiti senzatetto), raccogliendo le loro accorate testimonianze (non mancano momenti di spensierata ilarità).

Personaggi come Linda, Bob, Swankie, Silvienne entrano rapidamente nel nostro cuore, con un processo istantaneo e inevitabile di identificazione. Da un lato il tanto decantato “sogno americano”, il mito del self-made man, dall’altro lato la realtà con la quale moltissimi americani convivono giornalmente, fatta di stipendi erosi da spese mediche, bollette, rate dell’automobile, affitti esorbitanti, con il conto della carta di credito che va sempre più in rosso. Per gli statunitensi che si trovano nelle fasce di reddito più basse (117 milioni di abitanti), le entrate sono rimaste invariate dagli anni ‘70. Il tutto si traduce in un sistema di caste dove a larghe fette della popolazione è di fatto precluso un posto di lavoro dignitoso. Il livello di disuguaglianza sociale, oggi negli USA, è paragonabile a quello di Cina, Argentina, Russia, Repubblica Democratica del Congo. Un recente sondaggio rivela come soltanto il 17% degli americani pensa di non dover lavorare più in età avanzata. Molti di questi lavoratori sono i cosiddetti vandwellers, i nomadi da strada (molti sono anziani), che hanno perso tutto (a partire dalla casa) e scelgono di vivere la strada acquistando dei camper vissuti per una manciata di dollari, intraprendendo lavori saltuari e cercando di reinventarsi una vita.

Incredibile il capitolo dove l’autrice descrive i turni di lavoro che i senzacasa svolgono nei magazzini Amazon col relativo programma di reclutamento denominato CamperForce. Il picco lavorativo avviene nei mesi natalizi per fronteggiare la grossa quantità di ordinazioni e lo smistamento delle stesse. I workamper/vandwellers svolgono turni di lavoro lunghi e massacranti (mediamente 10 ore e 25 km percorsi al giorno all’interno degli immensi magazzini) ma, quasi sempre, lo fanno col sorriso sulle labbra. David Roderick, workamper di 77 anni, dichiara a tal proposito che “amano noi pensionati perché siamo affidabili, lavoriamo, ci presentiamo, sgobbiamo, siamo fondamentalmente degli schiavi”.

Come ci ricorda la stessa Bruder, “per molti di loro basta un ricovero in ospedale in un momento sbagliato per dilapidare i risparmi di una vita”. Molti decidono di acquistare un camper vivendo in strada per non pagare più bollette, avere a che fare con rate, finanziamenti diventati oramai insostenibili. La loro è una scelta, dolorosa, ma pur sempre una scelta: “la prima volta che dormi nel tuo camper al centro della città ti senti una totale fallita o una senzatetto. Ma questo è il bello delle persone, si abituano a tutto” (Silvianne).

Nomadland è un inno alla vita, alla resilienza (termine abusato ultimamente, ma ahimè, davvero calzante), all’amicizia e all’altruismo. Dal romanzo è stato tratto il film, pluripremiato agli Oscar, di Chloé Zhao (che è anche sceneggiatrice e montatrice), Nomadland per l’appunto. La pellicola è un ritratto impietoso dell’America di oggi, quell’America spesso dimenticata ma reale, dove il concetto di stanzialità viene superato e sostituito da quello di vita nomade permanente. Rispetto alla carta stampata il film privilegia i silenzi, gli sguardi e le inquadrature estatiche. Splendidi scorci paesaggistici, con strade che sembrano non finire mai, alleviano momentaneamente la condizione in cui versano i nomadi lungo il loro percorso di vita. Il denominatore comune tra film e romanzo è, per l’appunto, lo spirito cameratistico che si crea tra i nomadi durante i loro raduni. Gente che condivide la perdita di una condizione una volta privilegiata ma che, nonostante tutto, ha il coraggio e la dignità per ripartire. Una lezione di vita, in tempi in cui, molto spesso, l’egoismo prevale sull’altruismo e condividere qualcosa con qualcuno senza pretendere nulla in cambio è assimilabile a un miraggio sociale.





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