La ragione non ce l'ha nessuno - InEsergo

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15 Maggio 2022 - InterEssere

La gestione nonviolenta del conflitto

La ragione non ce l'ha nessuno
  
L’antropologa belga Pat Patfoort
“Quando un circuito si attiva in modo ripetuto può diventare uno schema predefinito, cioè la risposta che, con maggiore probabilità, verrà innescata. Se ci si sente al sicuro e amati, il cervello si specializzerà nell’esplorazione, nel gioco e nella cooperazione. Se si provano spesso paura, rifiuto, bisogni non soddisfatti, il cervello diventerà esperto nella gestione difensiva di sentimenti di paura e abbandono”.
Bessel Van der Kolk, “Il corpo accusa il colpo”


Cos'è il conflitto?

Nel vocabolario della Treccani si trova la seguente definizione di conflitto: s. m. dal lat. conflictus -us "urto, scontro", der. di confligĕre "confliggere". E ancora possiamo leggere: in psicologia, "il conflitto è quello stato di tensione e di squilibrio in cui l’individuo viene a trovarsi quando è sottoposto alla pressione di tendenze, bisogni e motivazioni tra loro contrastanti". Sulla scia di quest'ultima suggestione, è possibile asserire che il conflitto nasce quando emergono bisogni apparentemente opposti (dentro e fuori di noi) e si incancrenisce se l'emozione che proviamo (generalmente rabbia) ci proietta in una zona di ulteriore reattività e paura in cui siamo convinti che i nostri bisogni non vengano percepiti e, quindi, soddisfatti. Quando invece i bisogni sono compresi non avvertiamo alcun pericolo, non rispondiamo sulla base della paura e non abbiamo motivi di prendere una posizione protettivo-difensiva. Secondo questa visione, dunque, il conflitto potrebbe essere gestito anzitutto rispettando i diversi punti di vista e individuando soluzioni creative che consentano il soddisfacimento dei bisogni di tutti.

Dell’approccio costruttivo ai conflitti si è occupata in modo approfondito l'antropologa belga e mediatrice internazionale Pat Patfoort. Secondo la Patfoort le persone, a seconda della loro storia, hanno caratteristiche, desideri e opinioni differenti. Il conflitto emerge quando una persona o un gruppo presentano il proprio punto di vista, la propria azione o il proprio pensiero come migliore rispetto a quello degli altri. Nella visione proposta dall'antropologa questa modalità, che lei definisce modello Maggiore-minore o M-m, è la radice della violenza. Tale modello si propaga seguendo tre meccanismi: escalation, catena e interiorizzazione. Quando le persone si trovano a vivere un conflitto, per istinto di autoprotezione cercheranno di uscire dalla posizione “minore”. A questo punto anche l'altro cercherà di fare altrettanto aumentando il grado di violenza e attivando una escalation.

A volte può accadere che chi non ha la forza di uscire dalla posizione minore reagirà rivolgendo la sua energia emotiva su qualcun altro che, inconsapevolmente, gli offre un gancio per uscire da quella zona di profondo malessere. Tale meccanismo prende il nome di catena. Infine, può ancora accadere che la persona che occupa la posizione minore provi così tanto dolore da sentirsi bloccata e disconnessa e ritenere di non avere le risorse per tirarsene fuori: l’energia, che comunque si è attivata per istinto di sopravvivenza, verrà allora utilizzata esizialmente attraverso gesti di autolesionismo (dipendenza da sostanze, anoressia-bulimia, cutting). Ci troviamo di fronte al meccanismo di interiorizzazione della violenza, che alla lunga può portare alla malattia psico-somatica, alla depressione, fino al suicidio.

Quando ci collochiamo non consapevolmente all'interno del sistema di dominazione basato sul bipolarismo di vincitori e vinti, che si propaga avvalendosi dei dualismi ragione/torto, giusto/sbagliato, bene/male, saremo portati a pensare che la soluzione più facile e veloce sia quella di porre il nostro punto di vista come “migliore”. Così facendo ci allontaniamo da una gestione pacifica del conflitto: le persone coinvolte reagiranno e, per istinto di conservazione, useranno le loro energie per affrontare questo "ping-pong" piuttosto che scegliere di connettersi empaticamente e ricercare nuove strategie che aprano a soluzioni creative che soddisfino i bisogni di tutte le parti in causa.

Il movimento che ci invita a fare l’antropologa è quello di stabilire un dialogo che non concentri l’attenzione sui diversi punti di vista (argomenti), ma piuttosto su ciò che è vitale (fondamenti) in se stessi e nell'altra persona. Possiamo dunque vedere il dialogo nonviolento come un atto consapevole e responsabile che trasforma l'energia, usata spesso disperatamente per soddisfare i nostri bisogni, da un movimento “reattivo” e “distruttivo” ad uno costruttivo ed equivalente.

Secondo la Patfoort, il modello dell'equivalenza è la base del sistema della nonviolenza. Questo modello, pur rispondendo ugualmente all'istinto di auto-protezione, ci offre la possibilità di uscire dalla posizione minore senza che la soddisfazione del mio bisogno avvenga a spese di qualcun altro. La posizione equivalente non è una via di mezzo tra la posizione Maggiore e quella minore: in questa terza via non ci sono “buoni” e “cattivi”, ma si guarda al di là delle parti, cercando di connettersi ai sentimenti e a ciò che è vivo in entrambi. Si tratta forse del processo più difficile da realizzare perché questo cambiamento richiede sia di abbandonare un'eredità su cui si basa il nostro modo abituale di pensare (duale), sia di sviluppare una connessione consapevole e compassionevole con i nostri movimenti, interiori ed esteriori, e con quelli degli altri.

È facile intuire come questo schema richieda una grande forza interiore: mostrare il nostro sentire e i nostri valori, la nostra vera essenza, ci pone infatti in una zona di vulnerabilità. Quando riveliamo la nostra identità potremmo temere il giudizio altrui e soprattutto di non essere amati per ciò che siamo. Questa credenza ci potrebbe proiettare facilmente su un terreno sconnesso e sconosciuto dove sentirci disorientati e soli. Tale preoccupazione si sommerà a una paura ancora più ancestrale: perdere l'appartenenza al gruppo. Sarà probabile dunque che queste convinzioni ci faranno avvicinare all’altro con l’istinto di difenderci e quindi di “definirci” in modo violento, usando il nostro potere sull'altro, anziché con l’altro.

Solo un atto di fiducia ci permetterà di trovare il coraggio di “metterci a nudo” e rivelarci, consentendo di aprirci all'ignoto con curiosità e stupore. Questa consapevolezza a sua volta ci accompagnerà delicatamente in una zona condivisa di intimità, empatia e gratitudine. In questo spazio "sacro" ci sentiremo liberi e a nostro agio, desiderosi di connetterci e offrire il nostro contributo amorevole con onestà e gioia.

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