Pasolini, tra musica e visioni - InEsergo

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07 Febbraio 2021 - Attualità

Alice canta “La recessione” e nulla sembra più appropriato a ciò che stiamo vivendo
  
Pasolini, tra musica e visioni
 
Rivedremo calzoni coi rattoppi
Rossi tramonti sui borghi
Vuoti di macchine
Pieni di povera gente
Che sarà tornata da Torino o dalla Germania

È il 1992. Alice nel suo Mezzogiorno sulle Alpi canta La Recessione di Pier Paolo Pasolini, poesia originariamente in friulano (poi tradotta da Pasolini stesso) musicata da Mino Di Martino. Sono passati quasi trent’anni dall’album di Alice e quasi cinquanta dal Tetro Entusiasmo del cantore di Casarsa. La storia è spesso costellata di anime in grado di intravvedere il futuro con largo anticipo, almeno nelle sue declinazioni più autorevoli, ed è per questo guardare oltre la siepe che vengono solitamente osteggiate nelle loro incarnazioni.

I vecchi saranno padroni dei loro muretti
Come poltrone di senatori
E i bambini sapranno che la minestra è poca
E cosa significa un pezzo di pane

Pasolini era solito distinguere tra sviluppo e progresso. Lo sviluppo è la creazione patologica, effimera, febbrile e delirante di beni superflui, appannaggio di quella che lui chiamava destra economica (oggi potremmo dire del neoliberismo sfrenato, del turbocapitalismo apolide e globalista), di un Potere indefinito e difficilmente circoscrivibile. Il progresso invece è il miglioramento delle condizioni umane, la produzione di beni necessari anziché superflui. C’è qualcuno che ancora crede che alla tecnica e alle istituzioni interessi la realizzazione dell’individuo, il suo trovare posto in questo mondo? Che importi davvero di quella salute che proprio la corporazione iperuranica dell’OMS definisce non solo assenza di malattia ma “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”?

E la sera sarà più nera della fine del mondo
E di notte sentiremo i grilli o i tuoni
E forse qualche giovane
Tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino

Quella omologazione, quello sciogliersi indefinito dell’uniformità gregaria in un brodo primordiale e scipito che al fascismo non era riuscita – ricorda Pasolini –, riesce perfettamente alla società dei consumi, al mondialismo riveduto e corretto. È la distruzione delle individualità culturali ed economiche, delle locali tradizioni agroalimentari, della piccola produzione e dell’artigianato, della musica realmente popolare, dell’arte e dei costumi particolari a favore di un mondo interconnesso e virtualizzato dove poter stare ovunque senza essere da nessuna parte. Qualcosa di sinistramente congruente con il disegno del Grande Reset propalato dai nuovi santoni del World Economic Forum di Davos, che qualche subumano ancora si diletta a definire una teoria complottistica o cospirazionista malgrado le fonti siano tutte ufficiali e alla luce del sole, consultabili anche da un bonobo dotato di connessione internet. Abbracciando così l’avvento della quarta rivoluzione industriale, dell’intelligenza artificiale e della robotizzazione, si va verso la distruzione del cosiddetto nanismo economico, del tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese che in Italia rappresenta gran parte della realtà produttiva. Imprese spesso a conduzione familiare, che si tramandano di generazione in generazione, che devono essere spazzate via per far posto ai nuovi mercati emergenti. Tra pubblico e privato, tra governi eterodiretti e multinazionali su scala planetaria, verso una nuova governance ecologisticamente corretta e adeguatamente ipertecnologizzata.

L'aria saprà di stracci bagnati
Tutto sarà lontano
Treni e corriere passeranno
Ogni tanto, come in un sogno

Ed eccola dunque la recessione pasoliniana su scala molto più ampia, tra le famiglie di chi ha investito i risparmi di una vita in un bar, un ristorante, una lavanderia, un ostello. Reddito di cittadinanza universale, automatizzazione dei servizi, smart working, virtualizzazione e distanziamento sociale: un’opportunità per cambiare il mondo, per renderlo più sostenibile e resiliente. Così si espresse sua maestà Klaus Schwab, guru tra i guru, direttore generale del Forum di Davos in merito alla pandemia da Covid-19. D’altra parte, è lo stesso Pasolini a ricordarci che in tutto il mondo ciò che viene dall’alto è più forte di ciò che si vuole dal basso, che già allora la ferocia del nuovo potere era così ambigua e impalpabile da far sì che ben poco di buono potesse procedere dal suo operato. Con degna pace di un sistema massmediatico in mano globalmente a pochissimi editori, a loro volta impegnati a rendere grazie ai potentati e alle nicchie oligarchiche che tramite l’informazione certificata pilotano l’individuo e la coscienza collettiva.

E città grandi come mondi
Saranno piene di gente che va a piedi
Con i vestiti grigi
E dentro gli occhi una domanda che non è di soldi
Ma è solo d'amore
Soltanto d'amore

Ecco perché si attacca l’uomo, l’animalità, la sua stessa natura empatica e sociale. Lo sviluppo, nell’accezione pasoliniana, aveva bisogno della benedizione pandemica per stravolgere l’identità individuale col supporto imponente di input paurosi e orrorifici. A cominciare dai bambini, naturalmente, che più di tutti – nella spettrale acquiescenza dei loro genitori – vanno educati a un mondo distanziato e liquido, dove anche un abbraccio può essere apportatore di morte. L’aggressione alle qualità umane come unica via per dare il la al grande colpo di coda, a quella spallata epocale imprescindibile nel voler rendere abituale l’innaturale, l’inaudito, la follia. Telemedicina, telecultura, sesso virtuale, streaming dell’esistenza, teatro e musica ridotti a tappezzeria scolorita, serie tv e sushi d’asporto nella solitudine securitaria delle quattro mura domestiche. Niente sarebbe stato possibile altrimenti: una pandemia tirerà l’altra, anzi questa sarà l’epoca stessa delle pandemie, perché, per citare il virologo Peter Piot, in perfetto green style, non siamo riusciti a vivere in armonia con la natura. Quanto è comoda la consapevolezza quando si fa vantaggiosa.

E i banditi avranno il viso di una volta
Con i capelli corti sul collo
E gli occhi di loro madre
Pieni del nero delle notti di luna
E saranno armati solo di un coltello

Al Grande Reset si contrapporrà inevitabilmente il Great Awakening, il Grande Risveglio. Un moto prima di tutto interiore, intro-verso. Le visionarie immagini di Pasolini, mutuate direttamente dalla guerra, sembrano ricollegarci a quella sensazione di riscoperta del proprio sé ben nota a chi fuori ha perso ogni cosa. Quando l’impalcatura crolla e l’esteriorità diviene un vuoto a perdere v’è solo la follia oppure la ricerca dell’ulteriorità, di una dimensione inscalfibile ed eterna, possibile solo nel cuore e nello spirito. Una dignitosa povertà, un depauperamento necessario e a suo modo salutare. È la dimensione umana che sembrerebbe alla fine riemergere dagli squarci spettrali di Pasolini, il cui portato lirico si pone ben oltre l’austerity e la crisi energetica di quegli anni. I suoi versi sono il fondale dell’uomo che rinverdisce la propria natura, che si risveglia dalla narcolessia indotta, che torna all’essenziale circondato dalla disperazione.

Lo zoccolo del cavallo
Toccherà la terra
Leggero come una farfalla
E ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
E ciò che sarà

Per questo ho scritto del ritorno della bellezza e nonostante tutto credo nell’essere umano. Per questo penso che certe distopie avranno l’effetto di una scrematura, dolorosa e necessaria, ma inevitabile. Sarà un mondo nuovo, non un Nuovo Ordine. Avvolta in una bambagia elettronica, quasi ambient, Alice alias Carla Bissi interpreta con il fervore rigoroso della sconfinata artista che è le parole intimistiche ed evocative di uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Visionario pessimista, disincantato cantore dell’essere umano, Pasolini oggi come ieri rifulge alla guisa di faro troppo spesso dimenticato. Fatela ascoltare nelle scuole questa canzone, fatela risuonare nelle cuffie dei ragazzi mentre si muovono sul far della sera delle nostre città, spettrali a comando, tra saracinesche abbassate, coprifuoco e zone cromaticamente cangianti. Sono passati trent’anni ma sembra ieri. Sono quasi cinquanta e potrebbe essere domani.  Tertium non datur: questo è il tempo delle scelte.
 

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