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10 Agosto 2018 - Attualità

La poetica dell’artista genovese Alessandro Sala tra visioni oniriche e rivestimenti dello spirito

Quando la plastica diventa arte
  
“Prima viene l’uomo poi il sistema, anticamente era così.
Oggi è la società a produrre e l’uomo a consumare.
Ognuno può criticare, violentare, demistificare e proporre riforme, deve rimanere però nel sistema, non gli è permesso di essere libero.
Creato un oggetto, vi si accompagna.
Il sistema ordina così”
 
Germano Celant, Appunti per una guerriglia, in “Flash Art”, n° 5, 1967.

C’è qualcosa di profondamente seducente e anche misterioso nella manipolazione di un bene di consumo ampio e indifferenziato come il PET, la plastica ricavata dal gas metano o dal petrolio e utilizzata quotidianamente per la realizzazione delle bottiglie d’acqua, delle bibite analcoliche, dei contenitori per condimenti, detergenti e così via. L’artista ha insita nella sua stessa natura la difformità di prospettiva, altrimenti non potrebbe definirsi tale: ontologicamente è compito dell’arte mostrare l’anima alternativa del mondo, delle cose. Palesare un valore parallelo e non previsto di qualcosa di dozzinale, decretandone uno spirito nuovo, è opera tipicamente artistica e profondamente culturale. È esattamente questa l’idea che muove Alessandro Sala nel suo lavoro di trasmutazione, che trafuga l’indole povera di un recipiente di plastica per affibbiargli quello di camicia, ovvero guscio dell’anima, dell’io più profondo.

La filosofia dei Veda e i cinque Kosha
Alla base c’è un’ispirazione che parte da molto lontano, dal corpus testuale della filosofia Vedānta, secondo cui la più intima essenza dell’essere umano è avvolta da cinque involucri (Kosha), distribuiti dai piani più materiali a quelli spirituali, che la separano dall’unità cosmica da cui tutto procede. Le camicie di Sala sono raffigurazioni in senso lato dei Kosha sanscriti, rimandano a contenitori di un vissuto che si sviluppa sin dall’inizio della vita terrena e nei quali gli agenti esterni (famiglia, scuola, società) introducono via via informazioni, leggi e credenze che allontanano l’uomo dalla sua natura originaria, facendogli perdere il senso del transito su questa terra. L’identificazione del sé con un guscio esteriore è causa di sofferenza perché inerente all’io più profondo: in quest’ottica va intravista una finalità anche escatologica nell’arte di Sala, o quantomeno sottilmente morale: la camicia diviene sì emozione, ma anche occasione per riflettere sull’identità perduta. Il lavoro sulla plastica parte in realtà da lontano, dopo una serie di tentativi analoghi ma ritenuti insoddisfacenti di plasmare l’argilla.

Una lavorazione maturata negli anni
La tecnica con cui un contenitore in PET si fa veicolo d’emozioni è stata affinata attraverso continui tentativi e abbozzi d’esercizio: la modellatura della forma avviene attraverso esposizione a fonte di calore, sfruttando la termoplasticità della materia; una volta che l’oggetto ha assunto la forma desiderata Sala procede all’imprimitura sulla quale innesta poi l’opera decorativa vera e propria, utilizzando differenti tecniche pittoriche (a olio, acriliche e con smalto). In questo processo di destrutturazione e ricreazione è profondamente radicata l’unicità dell’oggetto finito, inimitabile e irripetibile come l’essere umano stesso nel momento in cui si divincola dalle convenzioni e disseppellisce la sua natura più profonda. Al contempo un materiale non biodegradabile e fonte di assodato inquinamento per il suo cattivo smaltimento viene recuperato e restituito a nuova vita, denotando un’ispirazione artistica non solo (superficialmente) ecologistica ma intrisa d’amore vero e salvifico nei confronti della Madre Terra e del Creato.

Le opere di Alessandro Sala saranno esposte in occasione della personale “Due Mondi” dall’11 agosto al 2 Settembre 2018 presso la cittadina di Sassello (SV) in P.zza Barbieri 4 tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 20




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