Sai cos'è la meraviglia? - InEsergo

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02 Gennaio 2021 - Attualità

Il viaggio nell'arte (e l'arte nei viaggi) di Stefano Faravelli: maestro di stupore
  
Sai cos'è la meraviglia?
 
“Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità.”
Albert Einstein

“Me ne sto una intera mattinata a dipingere la scarpata che scende alla spiaggetta amata detta della ‘mezzatorre’. L’occhio della mente fisso alla bellezza dell’inorganico. […] Quando con il pennello piatto assesto la velatura orizzontale del mare, stupisco per quanto svelte siano volate queste ore”.

A scrivere questa riflessione è Stefano Faravelli. Definito per convenzione pittore, filosofo, orientalista, carnettista di viaggio, Faravelli è essenzialmente Maestro di Stupore.     
La sua biografia narra di una formazione artistica all’Accademia Albertina di Torino - la sua città -, di una laurea in Filosofia morale e dello studio di lingua e cultura araba all'istituto di Orientalistica.
É autore di numerosi carnet di viaggio esposti a Londra, Roma, New York, Parigi, Istanbul e Gerusalemme.
Da piccolo voleva essere un aye-aye, rischiò di essere calpestato da un ippopotamo e tra i primi disegni di bimbo c’è una foresta esotica con tigri, serpenti e alberi di latitudini lontane.
In quella prima opera figurativa, disegnata sul quaderno di scuola, si legge tra la vegetazione anche la scritta “mamma”, probabile residuo di un dettato. Ritrovandolo anni dopo in un cassetto, quel disegno dell’epoca dell’infanzia divenne La madre di tutte le foreste, sia immaginate e dipinte in atelier (la serie dei Labirinti, dei Paradisi, delle Apparizioni, intrise di filosofia, simbolismo e intrigante ironia) che esplorate nel corso della sua vita di peintre-savant.

Sfoglio con la dovuta lentezza Verde Stupore (EDT edizioni, 2016), la riproduzione del suo taccuino realizzato durante la permanenza in Madagascar. Il Nostro, in quell’occasione, era stato invitato come artista a servizio della scienza (figura imprescindibile durante le prime esplorazioni dei secoli passati), accompagnando un nutrito team di zoologi e naturalisti impegnati nello studio di rare specie anfibie e rettili nella foresta pluviale di Betampona. Rane, geki, camaleonti, serpenti e poi lemuri, insetti e verde, profondissimo verde, e volti di esseri umani come apparizioni magiche, diafane, quasi genius loci.

Osservo le velature di colore ad acquerello come epifanie di un mistero. Tale tecnica pittorica funziona per “sottrazione”: meno colore, più luce, laddove la luce è il bianco della carta. Quindi cercare la luce con l’acquerello è giungere all’essenza delle cose, alla loro qualità primigenia: tale ricerca permea tutta l’opera di questo cacciatore sottile - come ama definirsi.  
La sublime cura faravellica del dettaglio, che a volte volutamente si interrompe lasciando solo tratti accennati, non impedisce quindi all’inafferrabile di mantenere un certo grado di trasparenza.
L’acquerello è colore guidato dall’acqua. L’acqua sfugge, fluisce. L’arte di Faravelli non ha la presunzione di imbrigliarla, di renderla schiava. Quando dipinge si dissolve, invece, nell’elemento, facendosi trasparente al luogo in cui si trova, adagiandosi alle sue forme, come appunto fa l’acqua. L’esperienza del mistero nascosto dentro alle cose può passare in tal modo dall’artista all’osservatore dell’opera. É l’artista a diventare mezzo di comunicazione, ponte tra due mondi.

Il carnet di viaggio non è solo dipinti e disegni, ma appunti e riflessioni manoscritte, collage di frammenti, inserti fotografici, stralci di mappe. Un’esperienza olistica che coinvolge i sensi. Un viaggio esteriore e interiore: sia in orizzontale che in verticale (in profondità).

Conobbi Stefano di persona durante un seminario, quando ci portò in un giardino segreto all’interno di un antico palazzo di Ferrara, per disegnare un albero centenario, un albero di Giuda (o di Giudea).
In quell’occasione ricevetti un insegnamento che ancora, dopo anni, mi aleggia davanti come l’odore del pane appena sfornato: per disegnare un albero devi diventare quell’albero.
“Come si fa?” chiesi sottovoce. Lo Stregatto Faravelli sorrise sornione e si dileguò: il modo non può essere suggerito, ma vissuto.
Forse creando silenzio e spazio interiore, potrei rispondere ora. Molto silenzio e molto spazio interiore! Perché è solo così che possono filtrare, come acqua, stupore e meraviglia, ovvero gli unici due folletti in grado di sgretolare l’ego e renderlo malleabile come argilla. Grazie a loro tu non pensi più: puoi solo osservare e specchiarti nell’altro, mutando in esso: il piombo diventa oro, il tempo diventa “ora”, cioè l’adesso, l’attimo presente. Non fugge più, semplicemente accade.

Proprio da Stefano venni a conoscenza del diverso modo di denominare gli insetti in Oriente e in Occidente. “Insetto” - il termine occidentale - deriva dal latino insectum, cioè diviso in segmenti. In Giappone invece il termine “mushi” definisce un qualcosa che appare naturalmente (in un contesto, in un luogo), cioè l’essenza della meraviglia e dell’attimo presente. Aridità contro Poesia.

Al di là del mezzo di conoscenza (le arti, le scienze, la semplice interazione) il processo alchemico necessita di spazio e silenzio, trasformando quell’attimo presente in infinito presente: ESSERE quell’albero, quel luogo, quell’uomo, quella donna di fronte a me, quella crisalide che si schiude. Tu sei il mio specchio, quindi io sono te. Non siamo divisi, ma inclusi ora nello stesso ambiente. Potrò conoscerti solo così, nel profondo, e solo così conoscere davvero me stesso.

“[…] Stupisco per quanto svelte siano volate queste ore”

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