Un’utopia chiamata ECM - InEsergo

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24 Aprile 2023 - Musica

Cinque secondi per immergersi nella musica
  
Un’utopia chiamata ECM
 
ECM, acronimo di Edition Of Contemporary Music, è una etichetta discografica tedesca. Nelle sue incisioni disponibili in streaming c'è una particolarità: il sonoro inizia almeno cinque secondi dopo la partenza della traccia. Cinque secondi possono sembrarci un tempo irrilevante, ma per Manfred Eicher è un tempo minimo necessario perché la musica non parta appena premuto il pulsante “play”: per apprezzare la musica bisogna sedersi e concentrarsi.

Eicher è il patron della label tedesca, è un uomo attento ai particolari, a iniziare dalla qualità delle incisioni ECM che è sempre stata indiscussa per la pulizia del suono e il valore artistico di tutto il catalogo, che va dal jazz contemporaneo delle prime incisioni di Pat Metheny e Bill Frisell, agli Oregon, alle sperimentazioni chitarristiche di Terje Rypdal, alla musica classica di Andràs Schiff, passando per i suoni etnici dell’Oud del tunisino Anouar Brahem, al sax del norvegese Jan Garbareck.

Nel 2017, dopo una riluttanza durata anni, l’ECM offre il suo catalogo allo streaming per gli abbonati ai vari servizi Apple Music, Amazon, Spotify ecc... Da allora il repertorio è interamente fruibile in rete. In un comunicato stampa del novembre 2017, l’ECM invita gli ascoltatori a esplorare l'ampia gamma di musica registrata dai suoi artisti nel corso di quasi cinquant'anni di produzione indipendente. Ma chiarisce un punto:

“...I media preferiti da ECM rimangono il CD e l'LP, la priorità assoluta è che la musica debba essere ascoltata, ma Il catalogo "fisico" è la paternità originale, e questi sono i riferimenti cruciali per noi...”
 
Oggi, i cinque secondi di attesa, l’idea che per apprezzare la musica bisogna sedersi e concentrarsi, sono quasi utopie nella contemporaneità fatta di flussi veloci di informazioni che ci bombardano costantemente, nelle nostre giornate che arrivano al termine spesso senza esser riusciti a ritagliarci un tempo minimo per noi e per i nostri interessi.

Siamo attanagliati da suoni di ogni tipo. Basta entrare in un qualunque centro commerciale, dove regna un’atmosfera fatta di segnali acustici, voci preregistrate che segnalano offerte di vendita, un flusso di persone vocianti con l’immancabile utilizzo di “musica” messa in sottofondo a fare da collante di questo insieme di impulsi sonori disarmonici, che arrivano alle nostre orecchie. Una musica che non si distingue, fusa tra i suoni dell’ambiente, come se venisse automaticamente mixata da un invisibile Dee-Jay. Oppure pensiamo alle calde serate estive nei centri balneari, dove ogni attività commerciale, per cercare di calamitare l’attenzione di una potenziale clientela, utilizza la musica, che si fonde con quella del vicino, e poi con quella dell’altro vicino, in una cacofonia che sarebbe difficile da realizzare appositamente!

"Se un tempo ascoltavamo la musica per amore della musica, oggi essa urla ovunque e sempre senza chiedersi se abbiamo voglia di ascoltarla, urla negli altoparlanti, nelle auto, nei ristoranti, negli ascensori, nelle strade, nelle sale d'attesa, nelle palestre, nelle orecchie tappate dai walkman, musica riscritta, ristrumentata, scorciata, dilaniata, frammenti di rock, di jazz, di opera, flusso in cui tutto si mescola, al punto che non sappiamo chi sia il compositore (la musica diventata rumore è anonima), che non distinguiamo l'inizio dalla fine (la musica diventata rumore non ha forma): l'acqua sporca della musica dove la musica muore" (Milan Kundera, l’Ignoranza.)

Un mondo senza suono e senza musica sarebbe inumano: se traiamo piacere da una musica rilassante, morbida, senza una pulsazione ritmica decisa, vuol dire che ne abbiamo bisogno in quel momento, che riconosciamo durante l’ascolto una qualità del nostro essere. Così come durante l’ascolto di un brano hard rock, energico, pulsante, avremo un altro tipo di percezione e di impatto emotivo: possiamo passare dall’uno all’altro stato solo per il tempo che passa tra un brano e l’altro. C’è una musica per ogni stato d’animo, e poiché la musica riflette chi siamo in quel preciso momento, creando un legame con le nostre emozioni, essa ci permette di visualizzarle, percepirle; sensazioni fugaci che si manifestano e generano un sentimento e il suo perdurare nel tempo.

Nei suoi scritti George Ivanovitch Gurdjieff diceva che l’essere umano ha bisogno per vivere di Cibo, Aria e Impressioni. Il flusso delle impressioni che ci viene dall'esterno è costituito ovviamente anche dalla musica. Le impressioni di cui parla Gurdjieff sono delle realtà psicologiche dotate di una materia diversa da quella dell’aria che respiriamo e del cibo che ci nutre. Le impressioni servono per costruire la vita, una costruzione positiva ma anche negativa se siamo esposti ad esempio a cattive notizie (come il clima depressivo di questi ultimi anni, visto che siamo passati dalla idea di una pandemia alla guerra), alle critiche personali, ai rimproveri e alle polemiche. Se viviamo in un clima di positività, riceviamo un complimento, un sorriso, una parola che viene a confortarci, ci sentiamo rinforzati e sollevati. Prendiamo ad esempio una persona depressa: può evitare di mangiare, di assumere un nutrimento, ma può tornare allegra se riceve delle impressioni positive, quali l’ascolto di una musica del genere che si ama, che può indifferentemente essere classica, rock, jazz o altro. La musica entra nel corpo e si distribuisce, come fa il cibo, come il pane, il miele, come della frutta fresca, un cibo che ci piace, carico di energia. La musica è quindi cibo, sempre più studi certificano che favorisce la crescita intellettuale, struttura la sfera emotiva, ma soprattutto ci fa sognare ad occhi aperti, riempendoci il cuore.

L’ECM ha nel suo catalogo un ottimo nutrimento per le nostre orecchie e la nostra anima. Alcuni titoli per chi ama il suono della chitarra: New Chautauqua, Travels, First Circle di Pat Metheny; Lookout for Hope di Bill Frisell; Theme to the Guardian di Bill Connors; Only Sky di David Torn; Timeless di John Abercrombie; i meravigliosi dischi di Ralph Towner sia da solista (Anthem e Solo Concert) che con gli Oregon (con l’omonimo album); tutti i dischi di Steve Tibbets caratterizzati da lunghe improvvisazioni; Egberto Gismonti con Folk Songs; fino agli scandinavi Jacob Young e Eivind Aarset.

Sediamoci, prendiamoci il nostro tempo, che ci viene continuamente rubato da una società e una politica che ci aveva promesso che lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più, e nutriamoci della musica!
Buon ascolto.



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