Capitano, mio Capitano - InEsergo

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16 Maggio 2024 - Attualità

Educazione, ribellione e ricerca del Sè attraverso l'arte e la natura
 
Capitano, mio Capitano
 
Le più raffinate qualità della nostra natura, come le fioriture delle piante, possono essere preservate solo attraverso il più delicato trattamento. Eppure non trattiamo noi stessi, né alcun’altra persona, con tanta tenerezza”.

Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”.
Henry D. Thoreau

Il prossimo 2 giugno, L’attimo fuggente (traduzione rivedibile dell’originale Dead Poets Society, cioè la Setta dei poeti estinti) compirà 35 anni. Per gli appartenenti alla c.d. Generazione X, come il sottoscritto, credo non vi sia stato un film più iconico e influente: didattico, oserei dire (infatti veniva spesso proiettato anche durante le ore di scuola, sia alle medie che alle superiori). La visione reiterata del film, ricordo, terminava sempre con il magone, se non direttamente con qualche lacrima che solcava le gote.
 
Lo slogan cogli l’attimo (‘carpe diem’ nella versione italiana, seize the day nell’originale), il richiamo O Capitano, Mio Capitano! di whitmaniana memoria così come l’immagine conclusiva dei ragazzi del prof. Keating/Robin Williams in piedi sui banchi, sono state tanto una (forse troppo) spudorata lusinga verso le giovani generazioni quanto una parte fondativa della nostra formazione adolescenziale, in cui ribellismo e ricerca del vero io si mischiavano in modo confuso e al contempo potente.
 
Col passare degli anni, e l’approfondimento della passione cinefila, avrei ridimensionato la portata di quel film: il regista australiano Peter Weir (auguri a lui che quest’estate compirà 80 anni tondi) aveva realizzato cose migliori sia prima di quel 1989 (si veda Picnic ad Hanging Rock, probabilmente il suo vero capolavoro, o Witness) che dopo di esso (Fearless, The Truman Show).
 
Cionondimeno, la profondità e l’importanza dei messaggi trasmessi rimangono intatti e così, meglio tardi che mai, ho preferito approfondirli attraverso la lettura di una delle sue citazioni principali: ovvero Walden; Or, Life in the Woods, il libro che ha reso celebre Henry David Thoreau. L’opera è il resoconto dell’esperienza di vita dell’autore, durata dal 1845 al 1847, in una catapecchia auto-costruita nei boschi presso il lago di Walden (Massachusetts), situato a pochi chilometri dalla sua amata Concord, città nella quale nacque e morì. Thoreau, nella sua breve esistenza, ha lasciato un solco indelebile in ambito filosofico, politico e sociale. Dalla disobbedienza civile e fiscale all’ambientalismo, dall’abolizionismo della schiavitù al libertarismo, dalla nonviolenza al romanticismo panteista: dalle sue riflessioni avrebbero preso spunto tutti questi movimenti.
 
Walden quest’anno spegne 170 (centosettanta!) candeline essendo la sua prima pubblicazione del 1854 ma continua ad essere ristampato (l’ultima nel 2022, ad opera della varesina Crescere Edizioni). E questo, vogliamo immaginare, per la sua incredibile attualità.
 
La lettura, va detto, non è semplice per lessico e sintassi utilizzate. Del resto parliamo di un saggio scritto da un filosofo dell’800. Ma il flusso di riflessioni e aneddoti è solcato da illuminanti ragionamenti sul Sé, sulle gioie e le sorprese che può donare il vivere in condizioni minime di sopravvivenza, le stesse che Thoreau si era autoimposto. In particolare, la rinuncia al superfluo, in una società caratterizzata dal pervasivo approccio mercantilista che ha come obiettivo ultimo e assillante il “fare soldi”, viene scardinato e messo a nudo in modo tanto semplice quanto ‘definitivo’ già nel primo e più lungo capitolo del libro (Economy): “gran parte dei lussi e delle cosiddette comodità della vita, sono […] autentici ostacoli per l’elevazione del genere umano”
 
Avremmo bisogno di decine di pagine per riportare tutte le tematiche, ancor oggi stringenti, toccate nel libro e per ognuna di esse vi sarebbero numerose citazioni degne di nota. Ma per rimanere collegati con la nostra suggestione di partenza, cioè il film di Weir, ci piace soffermarci su una delle tematiche che dovrebbero essere al centro del dibattito pubblico di ogni Paese e dal quale, almeno in Italia, è totalmente espunta: quella educativa.
 
Così come il prof. Keating in L’attimo fuggente prova a gettare un seme di libertà e anticonformismo nell’animo dei suoi alunni, con lo scopo di coltivare i propri talenti e perciò realizzarsi, così Thoreau in Walden parte proprio dalla constatazione di quanti uomini, persino in un Paese apparentemente libero, comincino a scavarsi la tomba non appena sono nati: «la miglior parte dell’uomo è ben presto arata nel terreno come concime. Per un destino apparente, comunemente chiamato necessità, essi sono impiegati a dissotterrare un tesoro che le falene e la ruggine corromperanno e che i ladri scardineranno e ruberanno. È la vita di uno sciocco, come scopriranno all’approssimarsi della sua fine, se non prima».
 
Traslando queste riflessioni sull’attualità, ci hanno profondamente colpito i dati pubblicati dall’Istat nel 2023 sui livelli di istruzione e formazione e sull’abbandono precoce degli studi: tutti sotto media dei Paesi OCSE e lontani dai benchmark prefissati dall’UE. Il quadro d’insieme (per chi volesse approfondire il punto, può consultarlo nella sezione Noi-Italia del sito dell’Istat) e, più prosaicamente, le dirette esperienze che molti genitori della mia generazione stanno vivendo nelle esperienze scolastiche dei figli, ci spingono a ritenere che il sistema educastrativo (come ama definirlo, a ragion veduta, qualcuno nella nostra Redazione) pare continuare, non sappiamo quanto più o meno consapevolmente, in un’opera di corruzione che sta facendo danni già oggi difficilmente riparabili.
 
È quella che molti educatori, da tempo, definiscono virtuosa omologazione. E, contro di essa, è ancora l’Arte (un Walden, un Attimo fuggente) che ci ricorda, al contrario, la nostra unicità. Coltiviamola!




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