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01 Aprile 2021 - Attualità

L’accettazione del diverso tra cinema e psicanalisi
 
Alla ricerca del proprio ritratto
 
Una sera decisi di andare con mia cugina al cinema. Sì, avete capito bene, quelle sale buie dove un tempo la gente si recava per assistere alle proiezioni di immagini in movimento, esperienze che sembrano confinate in un limbo sempre più lontano da noi. Era una sera di dicembre del 2019 e in programmazione c’era Portrait de la jeune fille en feu (Ritratto della giovane in fiamme) di Céline Sciamma, regista che ho avuto modo di scoprire proprio grazie a questa pellicola. Sebbene durante i primi trenta minuti di proiezione mi sia più volte maledetta per aver deciso di metter piede fuori casa (che cretina), alla fine non ho potuto far a meno di elogiare questo lungometraggio. Perché? Non tarderò a parlarvene.

La storia si svolge in Bretagna, corre l’anno 1770 e la Francia non è ancora stata svegliata dai tumulti della Rivoluzione. Marianne, giovane e talentuosa pittrice, viene ingaggiata per realizzare il ritratto di Héloise, giovane nobile che di lì a breve si sarebbe dovuta trasferire in Italia per andare in sposa a un aristocratico milanese. Un lavoro apparentemente semplice, se non fosse per il fatto che il soggetto del quadro in questione è tutt’altro che disponibile a farsi osservare. La sposa fugge lo sguardo altrui, si rifiuta di posare e quando lo fa non riesce a fare a meno di mostrare un’espressione rigida e contrariata perché consapevole che quel dipinto sarebbe finito nelle mani dell’uomo costretta a sposare: un uomo con il quale non ha mai condiviso nulla, che non aveva mai visto e che per ovvie ragioni non poteva amare.

Insomma, Héloise va incontro al destino di tante altre donne costrette a piegarsi agli usi e costumi della società di quel tempo. Marianne riscontra non poche difficoltà nel tentativo di restituire al dipinto la personalità e l’animo della modella e molte delle tele da lei realizzate non rispecchiano ciò che la pittrice vorrebbe realmente mostrare; il lavoro diventa quasi ossessivo e in questa frenetica ricerca dell’espressione perfetta viene coinvolto lo spettatore stesso, che si ritrova a osservare il soggetto con lo sguardo critico e consapevole di Marianne. Non è un caso che l’attenzione rivolta alla fotografia miri a farci provare la sensazione di osservare un quadro in eterno movimento. Ne dovrebbe scaturire una riflessione molto importante su un tema ahimè ancora oggi estremamente attuale e inquietante, ovvero come le strutture sociali impediscano agli esseri umani di farsi osservare dagli altri per come sono e non per come invece appaiono.

Nonostante la resistenza iniziale di Héloise, con il trascorrere dei giorni le due protagoniste hanno modo di conoscersi sempre più a fondo, si raccontano, condividono le loro passioni e l’amore per l’arte in ogni manifestazione. È un rapporto che inaspettatamente si tramuta in una vera e propria relazione sentimentale, nella quale le due giovani sperimentano a fondo la propria intimità; intensa è la passione, così come la loro complicità. Le parole non dette sono tante e si può affermare che siano ben più intensi ed eloquenti i silenzi e le pause piuttosto che le battute stesse. Mossa dall’amore Marianne riesce a completare il quadro, che contiene in sé il superamento delle convenzioni figurative e mostra uno stile pittorico più realistico e autentico. Tuttavia, il giorno della partenza per l’Italia si avvicina e le due ragazze si vedranno costrette a prendere delle decisioni importanti, confrontandosi con i dettami, i pregiudizi e le restrizioni della società.

Non si tratta di un film che si limita a raccontare una storia d’amore, ma è un lavoro che riflette il modo in cui l’arte, attraverso il suo potere universale, agisce sulle nostre emozioni e i nostri ricordi e che nondimeno approfondisce l’indagine che l’essere umano è naturalmente portato a compiere sulla propria identità sessuale ed emotiva: una ricerca che verrebbe intrapresa in maniera spontanea se non fosse altrimenti frenata dai pregiudizi e dagli imperativi morali di una società che sembra essere dotata di tutto fuorché di coerenza e tolleranza nei confronti di ciò che viene percepito come diverso.

Fin dalle origini della civiltà, il tema della sessualità è stato al centro di innumerevoli dibattiti. Nel corso della storia le istituzioni politiche e religiose ne hanno imposto un’interpretazione univocamente legata all’istinto e alla legge di natura, che guarda alla riproduzione della specie come unica finalità dell’atto sessuale. Purtroppo, questo dogma ha fatto sì che si creassero i presupposti teorici a sostegno di tutte le azioni persecutorie nei confronti degli omosessuali o di chi osa vivere la sessualità al di fuori del matrimonio, legittimando così violenza e prevaricazione. Molti degli episodi di discriminazione che vengono raccontati oggi nei telegiornali non sono altro che i resti di questo retaggio ancestrale che la parte sana della società cerca ancora di contrastare.

In opposizione al rapporto di subordinazione tra sessualità e riproduzione, Freud interviene avanzando una posizione sicuramente più progressista che consiste nella definizione della pulsione come via per godere del proprio corpo attraverso il corpo dell’altro. La pulsione, a differenza dell’istinto che persegue l’obiettivo della riproduzione, implica che l’individuo raggiunga il godimento, che Freud definisce perverso polimorfo della sessualità. La novità risiede nel non attribuire alla “perversione” alcuna accezione negativa, ma anzi di considerarla un atteggiamento assunto nei confronti della realtà e di se stessi.

Essere il frutto delle proprie esperienze rimanda a una costante ricerca dell’identità in relazione al rapporto che abbiamo con la nostra mente, con lo spirito e il corpo. Se a tale consapevolezza si accompagnasse l’obbligo morale di accettare il prossimo in virtù del suo essere altro da noi, avremmo tutti il nostro ritratto.

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