Non è un caso, Moro - InEsergo

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18 Giugno 2022 - Cinema

Il docufilm di Tommaso Minniti tra verità celate e ragion di Stato

Non è un caso, Moro
  
“Le menzogne politiche moderne si occupano di cose che non sono affatto segrete ma sono conosciute praticamente da tutti”
Hannah Arendt

“Sappiamo tutto e sappiamo tutti”
Tina Anselmi

“Credete che io non sappia che mi faranno fare la fine di Kennedy?”
Aldo Moro

Televisore arancione Indesit. Il presidente appare improvvisamente fuoriuscendo dal rumore bianco. Si rivolge ai ragazzi, ai giovani, parla in un parlamento deserto articolando un discorso che mette i brividi, che potrebbe davvero essere stato scritto da Aldo Moro. Le sue parole grondano di amore per l’Italia, per questo paese stuprato e svenduto alla politica internazionale, all’oligarchia liberale dei mercati. Le atmosfere minimalistiche ed etiche del compositore Johannes Bickler cingono le immagini, forgiano atmosfere puntellate da un pianoforte che si insinua nell’anima fino a straziarla.

È il finale di Non è un caso, Moro, docufilm del regista Tommaso Minniti basato sulle inchieste di uno dei più grandi giornalisti italiani, Paolo Cucchiarelli. Non ce ne voglia Marco Bellocchio che con il suo mastodontico Esterno Notte è tornato sul luogo del delitto a raccontare in sei ore una storia che sa tanto di raffinato esercizio stilistico e ragione di Stato. Nel lavoro di Minniti le risorse a disposizione sono più limitate, non c’è distribuzione nelle grandi sale e la visione del film è possibile solo acquistandolo on line. Giusto così. La verità, comprovata, documentata e perfino testimoniata, non va gettata in faccia all’opinione pubblica ma offerta con scrupolo solo a chi possiede la volontà e i presupposti per capire.

Sgombriamo il campo da un equivoco. Nelle quasi due ore e mezza di questo docufilm non incapperete in alcun scoop, ma solo nelle verità emerse dalle carte processuali. E benché la seconda commissione parlamentare sul caso Moro, istituita nel 2014, abbia posto il segreto d’ufficio per almeno altri trent’anni su molta documentazione importante, ciò che ascolterete sarà abbastanza. Allo spettatore sembrerà infatti di assistere a una storia del tutto nuova, inusitata. Sì, perché le Brigate Rosse non erano sole la mattina di quel 16 marzo 1978 in Via Fani a Roma. E Moro non rimase rinchiuso nel cubicolo di Via Montalcini per 55 giorni. E nemmeno fu ucciso, materialmente, dalle BR, ma da un sicario senza scrupoli che lo lasciò agonizzante sul sedile posteriore della famigerata Renault 4 ritrovata in Via Caetani il 9 maggio, proprio quando la liberazione era a un passo.

Fu il sanguinario Ilich Ramírez Sánchez, detto Carlos lo Sciacallo, il boia di Via Fani: dei 93 proiettili sparati nell’agguato, ben 49 provennero dal suo mitra. Si trattò di un assalto militare gestito da un’intelligence clandestina d’oltreoceano, coperto dalle Brigate Rosse in un’azione coordinata con alcune frange deviate e piduiste dei servizi segreti italiani. Fantasie? Affatto. Approfondite indagini del Senato degli Stati Uniti su un folto gruppo di ex agenti CIA che avevano intrapreso una politica autarchica di azioni terroristiche con base in Libia, portò negli anni alla scoperta del cosiddetto Enterprise, definito giornalisticamente Secret Team, un’entità clandestina legata ai circoli oltranzisti che riforniva di armi alcuni gruppi terroristici occidentali, tra cui proprio le Brigate Rosse. Tuttavia, nessuna commissione d'inchiesta ritenne opportuno svolgere indagini sull'aereo libico diretto a Ginevra che nel tardo pomeriggio del 15 marzo atterrò invece a Fiumicino con  quattro persone a bordo, ripartendo l'indomani, un'ora dopo la strage, verso Parigi.

Moro non rimase chiuso 55 giorni in Via Montalcini. La sua prima prigione fu in Via Massimi 91, in un edificio di proprietà dello Banca vaticana, scoperto il quale verrà spostato più volte nel Lazio per poi essere riportato a Roma per l’esito finale. Sono gli stessi esami autoptici a confermarlo: abbronzatura, tracce di nicotina nel sangue, ottime condizioni igieniche e del tono muscolare. Insomma, senza considerare i ritrovamenti di sabbia di mare sugli indumenti nonché sui tappetini e i pedali della famigerata Renault 4, lo stato del cadavere non era compatibile con un perdurato stazionamento in un luogo stretto e angusto come raccontato dalla versione ufficiale.   

Pure la cosiddetta linea della fermezza adottata dal governo italiano, ufficialmente per non scendere a patto con i terroristi e non mettere a repentaglio la vita del prigioniero, fu una colossale menzogna distribuita a buon mercato: al contrario, in quei giorni si dipanarono molte trattative che coinvolsero partiti, forze dell’ordine, malavita e Vaticano. Proprio il Vaticano riuscì a portare positivamente a termine quella decisiva per la liberazione. Le Brigate Rosse affidarono le ultime ore della vita del presidente della Democrazia Cristiana in gestione a un uomo chiave nel legame con lo Stato, il truffatore Tony Chichiarelli (autore del falso comunicato del Lago della Duchessa e delle foto polaroid di Moro), e allo spietato 'ndranghetista Giustino De Vuono, che era solito uccidere sparando a raggiera intorno al cuore. Esattamente la sorte che toccò a Moro, il quale aspettava in giacca e cravatta in un ampio garage di Via del Governo Vecchio di essere condotto via, verso la libertà. Le cose andarono diversamente a seguito di un diktat subitaneo e ineludibile, come testimoniano indirettamente l’assenza di adrenalina nel sangue e di sudore sugli abiti della vittima.

L’inchiesta giornalistica di Paolo Cucchiarelli e il coraggioso docufilm di Minniti, dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio (e citando ampiamente le fonti, tra cui gli autorevoli ospiti Claudio Signorile – ex vicesegretario del PSI – e il recentemente scomparso Mons. Fabio Fabbri, testimone diretto della trattativa tra Vaticano e BR), che la strage di Via Fani fu organizzata con un nulla osta impartito da fuori Italia. Il delitto Moro è stata una sofisticata operazione di intelligence sostenuta da un’entità esterna incontrastabile e manovrata dal consigliere americano Steve Pieczenik, installato al Viminale accanto a Francesco Cossiga, che dietro l’apparente linea della fermezza fece convogliare la narrazione verso l’esito auspicato dai grandi nemici internazionali del compromesso storico. Fu lo stesso Pieczenik a metterlo nero su bianco nel libro di Emmanuel Amara Abbiamo ucciso Aldo Moro.

Moro era l’uomo delle 500 lire, l’ultima banconota emessa direttamente dal Ministero del Tesoro che, sull’esempio di Kennedy, poteva essere usata per finanziare le spese pubbliche. Moro mirava all’autonomia economia ed energetica, a costituire un governo organico ad ampio raggio, con Democrazia Cristiana e Partito Comunista insieme, che avrebbe fatto saltare gli accordi di Jalta garantendo un’indipendenza al nostro paese osteggiata ai massimi livelli, sia oltreoceano che dagli apparati di sicurezza nostrani, ammorbati dalla P2 di Licio Gelli. Questo Non è un caso, Moro è un contributo di civiltà, un seme di splendore nel mare magnum dell’ignoranza indotta e rinfocolata dalle menzogne di Stato. È un viaggio di lacerante bellezza in una storia che è stata come un bivio per l’Italia e le sue istanze di grandezza. Non perdetelo.



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