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Il Teatro della violenza - InEsergo

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26 Ottobre 2026 - Attualità

Giovani, social e le quinte di una società in crisi
 
Il Teatro della violenza
 
In questi giorni di ottobre, mese dalle temperature miti che ci permette di passeggiare tranquillamente per i centri storici delle città, magari concedendoci un po' di shopping in compagnia o il semplice piacere di un'uscita, la gioia e la rilassatezza possono trasformarsi in pochi minuti in una sensazione di pericolo; nel giro di una manciata di secondi possiamo trovarci catapultati sul palco di un teatro dove la rappresentazione della violenza pura e cruda diventa il soggetto di una pièce teatrale di cui faremmo volentieri a meno.
 
In questa messa in scena, gli attori non seguono il metodo dell'Actors Studio, al limite si rifanno (in una visione totalmente distorta e ovviamente inconsapevole) a quel “teatro panico” caro a Fernando Arrabal, Alejandro Jodorowsky e Roland Topor, una forma teatrale nella quale vigeva la libertà assoluta: così sul palcoscenico sono sdoganate tutte le rabbie e le pulsioni dell'essere umano, in questo caso senza forma artistica ma solo come espressione di una violenza diretta, istintuale quanto inutile.
 
Una rappresentazione teatrale di giovani, molto giovani, troppo giovani, che include ragazzi appena all'inizio della pubertà, con occhi che si sono affacciati da poco sul mondo adulto. Un mondo sicuramente problematico, contraddittorio, in un periodo storico caratterizzato dalla velocità: velocità nel consumare, velocità con cui siamo sottoposti a stimoli continuativi, in un'epoca in cui l'innovazione tecnologica procede forse troppo rapidamente per l'essere umano, per la sua natura analogica che fatica a tenere il passo con quella del digitale.
 
Il mondo adulto commenta e giudica i gravi fatti di violenza: si analizzano le motivazioni di una protesta, si cercano giustificazioni. Una violenza culminata nell'assalto a negozi di abbigliamento, nel furto di giubbotti e capi di vestiario: tutti all'assalto! Come moderni pirati che, però, non sono cresciuti con le favole di Emilio Salgari. La Tigre della Malesia non c'è, non è presente.
 
Non c'è quello spirito, non ci sono quegli ideali, né quel desiderio di emancipare un popolo dall'oppressione dei dominatori britannici, che ci hanno fatto amare il principe di Mompracem, le sue scorribande, i suoi abbordaggi alle navi della Compagnia delle Indie. E credo che i giovanissimi che hanno avuto i ruoli principali in questo teatro di violenza neanche conoscano i racconti di Salgari.
 
Una violenza che ha anche una colonna sonora. E non è quella che accompagnava le devastazioni messe in atto durante la guerra del Vietnam dal colonnello Kurtz in Apocalypse Now, con il tenente colonnello Kilgore che esclama: «amo il profumo del napalm al mattino». Non c'è la Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner, né tantomeno il brano The End dei Doors che chiude lo stupendo film di Francis Ford Coppola.
 
La colonna sonora contemporanea è accompagnata dai suoni della trap e dall'immaginario che una parte di questa produzione musicale veicola: un mondo simbolico in cui aggressività, denaro, lusso e contrapposizione alle autorità diventano elementi di riconoscimento sociale.
 
È certo che un testo musicale non determina automaticamente il comportamento di chi lo ascolta, ma sicuramente contribuisce a stabilire quali atteggiamenti appaiano desiderabili, legittimi o socialmente premianti. Quando l'aggressività viene associata a una forma di rispetto, la capacità di intimidire alla forza personale e il conflitto con le autorità alla conquista di una reputazione, si può costruire un repertorio simbolico nel quale la violenza appare meno estranea, più comprensibile e, in determinate circostanze, persino ammirevole.
 
Un confronto con le proteste giovanili che hanno attraversato gli anni Settanta diventa particolarmente significativo se poniamo l'attenzione sul saccheggio dei negozi di lusso.
 
Una parte dei movimenti di allora contestava apertamente il consumismo, l'ostentazione e l'identificazione del valore personale con il possesso di beni. Ed emerge una contraddizione: si può contestare una società diseguale e, allo stesso tempo, desiderare proprio i simboli della diseguaglianza attraverso cui quella società misura il prestigio?
 
Se il lusso viene presentato come prova di valore personale, il possesso del bene continua a rappresentare un obiettivo anche per chi denuncia l'esclusione economica.
 
La protesta rischia così di perdere la propria dimensione trasformativa: anziché mettere in discussione i criteri che producono disuguaglianza e prestigio, tenta di rovesciare la posizione di chi possiede e di chi è escluso. Non si rifiuta quel modello dominante che sta cadendo a pezzi; si cerca di accedere al modello stesso attraverso i suoi simboli.
 
Chiediamoci allora come il modello dominante imponga oggi la propria cultura attraverso i social, dove gli algoritmi regolano la circolazione dei contenuti.
 
Ed è proprio qui che emerge un paradosso: mentre l’algoritmo fa sì che alcune parole vengono filtrate o censurate, continuano a circolare, nell'ambito della musica trap, messaggi che veicolano modelli sociali fondati sull'aggressività, sull'ostentazione e sulla contrapposizione alle autorità. Allo stesso modo, continuano a circolare video realizzati dagli utenti, privi di qualsiasi funzione paideutica: contenuti che non educano né favoriscono una riflessione critica, ma che, al contrario, possono contribuire a legittimare e incentivare comportamenti violenti. Del resto, i social non sono semplicemente il mezzo attraverso cui questa rappresentazione viene diffusa: sono parte integrante della rappresentazione teatrale stessa.
 
Questa rappresentazione è al suo debutto in Italia, ma è un format partito dalla Francia, passato per l'Albania e che probabilmente attecchirà in tanti altri scenari europei. La regia, però, non è quella di Francis Ford Coppola o di Sergio Sollima.
 
È una regia in cui non c'è nessuna volontà di portare al bello, al cambiamento, a una visione di un mondo migliore. Una regia che porterà lentamente, inesorabilmente e brutalmente a quello che normalmente non accetteremmo mai.
 
Ricordo che un paio di decenni fa, o forse più, comparvero le prime camionette di soldati a Roma, tra Piazza del Popolo e l'inizio di Via del Corso. Si chiamava operazione Strade Sicure.
 
Nel cuore di Roma, dove scorci di bellezza rapiscono lo sguardo da ogni angolazione, quei colori militari, quei mitra lucidi in bella vista tra le braccia di giovani soldati mi hanno sempre dato l'impressione di una macchia sulla tela.
 
Allora era una macchia nella bellezza rappresentata dall'Obelisco Flaminio, dalla Basilica di Santa Maria del Popolo, dalla Porta Flaminia.
 
In futuro vorrei continuare a vedere la bellezza. Non vorrei più macchie, perché tante macchie, alla fine, formano un grande drappo nero.


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