Sicilia, isula d’amuri - InEsergo

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10 Giugno 2021 - Storie

Istantanee di un siciliano innamorato
 
Sicilia, isula d’amuri
 
Sicilia, mia terra d’origine, alla quale devo tutto ciò che sono, nel bene e nel male.
 
Sono uno dei tanti emigrati che ha lasciato l’isola per mettersi in gioco, conoscere una nuova realtà e - perché no - per uno spiccato spirito di contraddizione. Ma soprattutto per una scelta che rifarei ancora adesso. Una famosa frase di un film che adoro recita “ora che ho perso la vista ci vedo di più”. Nel mio specifico caso posso affermare che, da quando ho allentato le mie radici con l’isola a tre punte – e sono passati più di venticinque anni dal mio approdo a Cremona - riesco a vedere meglio alcune cose e a focalizzare particolari che prima, ahimè, mi sfuggivano.

Noi siciliani difficilmente passiamo inosservati. Il primo contatto con un nutrito gruppo di conterranei avviene normalmente in un luogo iconico come l’aeroporto. È lì che inizio davvero a sentirmi a casa. Nel giro di pochissimi minuti, ancor prima che venga annunciato l’inizio della fase d’imbarco, si assembrano pletore di individui con modalità poco confacenti al concetto di fila. La voglia e la smania di prendere posto sull’aereo e fare ritorno nell’amata isola sopravanzano tutto il resto. In quei momenti tra me e me penso a cose del tipo: “siamo sempre i soliti” e “se non ci facciamo conoscere non siamo noi”, ma in realtà mi diverto un mondo ridendomela sotto i baffi (grigi, oramai). Una volta atterrati ci accoglie il fatidico applauso scrosciante che si può sentire solamente quando i siciliani fanno rientro a casa.

In Sicilia la vita procede con ben altri ritmi rispetto a Cremona, mia città d’adozione. Noi rimandiamo sempre le cose. Non possiamo farci nulla, in quanto a indolenza non ci batte nessuno. Pensate che fino a qualche anno fa a Sciacca esisteva un locale che si chiamava Posiviri. Il significato di questa parola siciliana a molti di voi non dirà molto, ma la sua traduzione suona emblematica: “Poi si vede”. Perché fare oggi quello che si può tranquillamente fare domani? È un aspetto che alle volte mi fa perdere la pazienza poiché al continuo rimandare preferisco la concretezza, l’organizzazione e lo spirito d’intraprendenza più affini alle città lombarde. Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma se in Sicilia avessimo una mentalità più imprenditoriale, volta all’azione e, soprattutto, fossimo amministrati da politici all’altezza, con le bellezze naturalistiche e storico-artistiche che ci ritroviamo, i colori unici e il senso di ospitalità, non saremmo nelle condizioni in cui viviamo: litorali deturpati, condotte idriche fatiscenti, clientelismo ancora ben radicato.

Preferisco tuttavia soffermarmi su ciò che ci rende unici in senso positivo e che fa di noi siciliani un popolo da amare e da scoprire. Un popolo che quando alla fine decide di fare qualcosa la fa in grande, altrimenti perderebbe importanza. Esempio tipico sono i matrimoni. La macchina organizzativa ha inizio mesi e mesi prima, anche anni alle volte. L’aspetto più complesso riguarda la celebre lista degli invitati. Non ci si può permettere di non invitare il cugino di terzo grado mai intravisto lungo l’arco della vita altrimenti si potrebbe offendere. Così facendo è tecnicamente impossibile organizzare un matrimonio che non contempli la presenza di almeno duecento invitati. Mentre sarai intento a degustare le porzioni (infinite) che arriveranno ai tavoli, si materializzerà come per incanto la sagoma di una persona che ti saluterà calorosamente - magari la conosci anche - ma che non vedi da una vita. Sorgerà spontanea la domanda "ma questo chi minchia è?!?" In rari casi verremo illuminati e riusciremo a ricostruire gradi di parentela spaventosamente intricati: lo fisseremo in volto, strabuzzando gli occhi, e lo stritoleremo (letteralmente) proferendo frasi del tipo "ma tu sei?! Miiiih! Mi ricordo quando eri piccolo, ma ti innaffiano la notte per caso?". Non a proposito: sappiate che la canonica lista nozze è ormai passata di moda, sostituita dal più pratico regalo in busta che parte da una base minima di cento euro, pena esser considerati dei pidocchiosi maleducati. In fondo la generosità e il calore appartengono al nostro DNA ed è risaputo quanto incida la luce del sole sulla produzione di serotonina con tutti gli innumerevoli benefici in termini di buonumore.

Sono fermamente convinto che i tratti caratteriali così diversi tra Nord e Sud siano in buona parte ascrivibili a questa evidenza fisica. Non c’è niente da fare: il sole è uno ma è come se fossero due! Caldo e luminoso quello siciliano, che rende così accesi e splendenti i colori primari e rigogliosa la natura, più accecante e meno espressivo quello del nord, quello padano.  

Anche il tono di voce ci connota fortemente, nel bene e nel male. Al nord se due amici si incontrano su marciapiedi opposti prima si salutano con la mano, poi attraversano la strada stando attenti ai semafori (com’è giusto che sia), infine si rivolgono il saluto normalmente, con volumi consoni e senza esagerare. In Sicilia invece ci si saluta ancora prima di attraversare e le voci si sentono distinte anche in mezzo a una carovana di automobili. Che dire poi delle scene che si vivono alle stazioni dei treni, quando si fa ritorno al Nord? Sembra che si stia per andare al fronte e che non ci si debba rivedere mai più. Pure in mezzo al traffico veicolare dobbiamo distinguerci, altrimenti non saremmo noi. Se incrociamo una macchina che arriva dal verso opposto e riconosciamo il conducente dentro l’abitacolo, freniamo (bruscamente), abbassiamo il finestrino e iniziamo a parlare (in realtà si tratta di qualcosa di più simile a un comizio) ignorando bellamente la fila chilometrica formatasi dietro. Il semaforo, poi! Guai a fermarsi con il giallo. Se lo fai in una città come Palermo apriti cielo. E le situazioni surreali agli incroci stradali? Il segnale di precedenza è un optional, ci si guarda e ci si accorda tacitamente: “ok, passa dai…”. I dolci epiteti che si sentono in quelle circostanze diventano parte del folclore e si finisce per abituarcisi.

Ma come è possibile non amare questa terra? Abbiamo un clima che tutti ci invidiano, una cadenza che è diventata famosa anche nei film (per la verità quasi sempre storpiata), si mangia da Dio, non esiste la nebbia, si respira un’atmosfera magica, abbiamo il mare (e che mare) e la montagna. C’è la Sicilia nera (Catania e dintorni) e quella bianca (quella dell’agrigentino con vista sull’Africa). Ma soprattutto, come non amare i siciliani (lo so, sono di parte) con quel fare accattivante, fiero e ruffiano al contempo, un po' arabi e un po' normanni, spesso un po' – tanto - furbi, ma genuini?

Di noi hanno parlato (in modi e tempi diversi) scrittori e letterati eccelsi come Camilleri, Pirandello, Sciascia in toni a volte estasiati, altre volte con disillusione, spesso con spiccato realismo. Ma è con parole tratte da un carro allegorico del Carnevale di Sciacca (molto celebre anche al di fuori dei confini regionali) che voglio congedarmi, convinto che questi versi fotografino molto bene l’amore che noi siciliani nutriamo per la nostra isola: terra di gioie, delusioni e infinite contraddizioni.
 
Sicilia mia pensu a tia tra curaddu e mari     
(Sicilia mia penso a te tra corallo e mare)
Pi fatti ririri l’occhi ti rassi u cori           
(Per farti ridere gli occhi ti darei il mio cuore)
‘Nmezzu l’azzurru io assummu cu tia              
(In mezzo all’azzurro - del mare - io riemergo con te)
Bedda tu… Sicilia mia!                                     
(Bella tu… Sicilia mia!)
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