Eleganza soprannaturaleRobben Ford - InEsergo

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05 Giugno 2022 - Musica

Eleganza soprannaturale
  
Robben Ford
 
Sciacca, agosto 1994. È il primo pomeriggio e non tira un filo d’aria. Sto per mettere in moto il motorino rigorosamente senza casco e con un’emozione in corpo che non riesco a controllare. Schizzo verso la zona residenziale. In un lasso di tempo minimo, zigzagando tra le auto e con la chitarra a mo’ di zaino, arrivo a destinazione in netto anticipo. Mi sta aspettando Nino, il mio primo insegnante. Le note della chitarra elettrica provenienti dal suo appartamento hanno un volume pazzesco, le sento distintamente dalla strada. Suono il campanello e faccio i gradini quattro alla volta, rischiando seriamente di farmi male. L’esordio non si dimentica facilmente.

Nino mi chiede che musica sono solito ascoltare e mi consegna brevi manu un elenco di artisti, tra i quali figura anche Robben Ford. Non passò molto tempo e il chitarrista statunitense divenne il mio preferito. Le motivazioni sono molteplici: il tocco, l’eleganza del fraseggio che fonde mirabilmente gli stilemi tipici del blues con il jazz (senza mai risultare accademico o spocchioso), il timing micidiale. Tuttavia, definirlo semplicemente “bluesman” credo sia altamente riduttivo. Ford sa spaziare con padronanza e disinvoltura in svariati generi musicali senza disdegnare sortite da cantautore consumato. Si ascolti, a tal proposito, l’album Supernatural (1999) che spiazzò non soltanto i fan della prima ora ma anche tutti coloro che avevano relegato il Nostro, a torto, al ruolo di mero chitarrista blues. Quel lavoro è unanimemente riconosciuto come una vera e propria pietra miliare della sua discografia.

Innumerevoli sono le variabili che determinano il timbro di un musicista. È innegabile che quello di Ford sia indissolubilmente legato al binomio Fender Esprit (la sua prima chitarra) e amplificatore Dumble Overdrive Special. La Fender Esprit non era altro che una solid body (con il suono cioè amplificato dai soli pickups) con camere tonali per alleggerire il peso del mogano, dalla quale la Fender, fiutando l’affare, ricavò la Fender Robben Ford ormai fuori produzione. Il dumble sound invece (non è un mistero) nasce da un amplificatore al quale sono state apportate alcune sostanziali modifiche circuitali: uno stadio aggiuntivo di guadagno e un cambiamento a livello tonale. L’amplificatore non è mai stato messo in produzione per volontà del suo costruttore, Howard Alexander Dumble, genio del suono morto pochi mesi fa. Dumble lo affidò a una limitata cerchia di musicisti: oltre a Ford, com’è noto, anche Larry Carlton ne fa uso. In rete si può rintracciare qualche dritta per costruire qualcosa di simile, ma la perfetta corrispondenza è impossibile dal momento che Dumble adoperava materiali di difficile reperimento. Si crea così il mito, l’alone di mistero e il suono diviene come il Sacro Graal. Ma sgombriamo il campo da illusioni o false leggende e diciamo subito come stanno le cose: Robben Ford riuscirebbe a ottenere il suo sound anche utilizzando una strumentazione diversa.

Devi esigere che il suono nasca direttamente da te, cerca UN suono! Non c’è modo, nessuno può insegnarti come farlo, è impossibile!
 
Prima dell’uscita di Talk To Your Daughter (1988), che definisco con cognizione di causa “album manifesto”, Robben si era fatto le ossa, per così dire, prima con la band di famiglia (la Charles Ford Band), poi come session man prestando la chitarra ad artisti del calibro di Bob Dylan, Joni Mitchell, L.A. Express. Ha inciso un paio di dischi con gli Yellowjackets di Russell Ferrante e incendiato la platea andando in tournée (senza alcuna prova) con Miles Davis, che si invaghì letteralmente del suo modo di suonare.
 
Talk To Your Daughter non è in realtà il suo primo disco solista, in quanto il vero esordio avvenne quasi 15 anni prima con Discovering the Blues (1972), seguito poi da Schizophonic (1976) - entrambi all’epoca passati abbastanza inosservati -, per giungere al 1979 con The Inside Story che può esser incastonato in una sorta di trilogia comprensiva dei primi due lavori degli Yellowjackets (pubblicati a inizio anni ’80), nei quali Ford lasciò un segno indelebile.
 
Il blues stava rinascendo dalle sue ceneri per merito di Stevie Ray Vaughan, chitarrista texano che aveva dato nuova linfa a un genere che all’epoca destava interesse solo tra gli appassionati. In Talk to Your Daughter Ford sfodera un suono mai ascoltato prima: moderno, liquido, espressivo, mescolato a un fraseggio che disorientò letteralmente la critica specializzata, abituata a timbriche più ruvide.
 
Ma è con il successivo trittico costituito dagli album registrati con i The Blue Line (Roscoe Beck al basso e Tom Brechtlein alla batteria) che Ford evade dalla classica nicchia per assurgere a figura di riferimento per tutti i paladini della sei corde. Dei tre lavori è soprattutto l’ultimo, Handful Of Blues (1995), a rappresentarne l’apice della carriera per creatività, energia e musicalità. Era dai tempi della The Jimi Hendrix Experience e dei Cream che non si ascoltava un power trio di quella foggia. Chi reputa Ford semplicemente un chitarrista elegante sbaglia di grosso. Provate ad ascoltare un brano come Rugged Road: faticherete a credere che si stia parlando di un “semplice” trio. Robben è letteralmente indemoniato, mostra una grinta fuori dal normale, sostenuto da una sezione ritmica precisa come un orologio svizzero e poderosa come un caterpillar.
 
Ford ha continuato a sfornare album di altissima qualità, non registrandone mai uno simile al precedente. Blue Moon (2002), Truth (2007), fino a Into The Sun (2015) ci hanno consegnato un musicista dal songwriting via via più maturo e dalle soluzioni melodiche più semplici e lineari ma non per questo dannatamente efficaci.
 
Oggi Robben Ford viaggia verso il traguardo delle settanta candeline ma continua imperterrito a essere molto attivo sia didatticamente che attraverso i social, dove viene letteralmente venerato da un nutrito stuolo di fans che non perde le dirette del proprio beniamino per nulla al mondo. È un mito a cui devo praticamente tutto e ogni uscita discografica (sempre più centellinata, come il buon vino) mi riporta indietro al 1994, quando tutto ebbe inizio.




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