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Risuonare con l’universo - InEsergo

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12 Ottobre 2026 - InterEssere

Ascoltare la vita attraverso il corpo

Risuonare con l'universo

Tra le esperienze vissute in Giappone, penso al suono di una campana tibetana durante una pratica zen nel tempio Kōmyō-ji, a Kamakura. È un ricordo da cui partire per raccontare che cosa significa per me risuonare con l’universo: ascoltare un suono, sentire come ci raggiunge, concederci il tempo di accorgerci della nostra risposta.
 
Il suono di una campana nasce, si diffonde e lentamente si spegne. Possiamo seguirlo fino a quando diventa difficile distinguere la sua ultima vibrazione dal silenzio. In quel passaggio, anche il nostro ascolto può cambiare. Ci accorgiamo del respiro, della posizione del corpo, dei rumori che prima erano rimasti sullo sfondo.
 
Frequento il Giappone da quindici anni. Nel corso di questi viaggi ho costruito amicizie, seguito percorsi di formazione e condiviso il mio lavoro di psicoterapeuta e insegnante di mindfulness. Tornare, soprattutto a Kamakura, mi ha dato la possibilità di approfondire le relazioni. Alcune esperienze hanno acquistato significato nel tempo, attraverso altri incontri o una domanda rimasta aperta.
 
Portavo con me la formazione in psicoterapia corporea e molti anni di pratica meditativa. In Giappone ho trovato persone con cui continuare questa ricerca: Kimiko Nita, attraverso il Naikan, e Kouji Miki, attraverso la Zen School e le nostre collaborazioni. Questi percorsi hanno arricchito il mio modo di guardare alla relazione, a ciò che riceviamo dagli altri e a ciò che portiamo nell’incontro.
 
La campana di Kōmyō-ji mi offre un’immagine concreta di questo ascolto. Un suono ci raggiunge senza che dobbiamo cercarlo. Possiamo fermarci e sentire che cosa accade, prima di formulare un pensiero.
 
Nel lavoro clinico incontro spesso la difficoltà di concedersi questo tempo. Siamo abituati a cercare subito una spiegazione: perché mi sento così? Che cosa devo fare? Come posso cambiare ciò che provo? Sono domande comprensibili. A volte, però, abbiamo bisogno prima di riconoscere la nostra esperienza.
 
Un respiro trattenuto, una tensione nelle spalle, il bisogno di appoggiarci o di muoverci possono essere punti da cui cominciare. Il loro significato va esplorato, insieme alla situazione che stiamo vivendo. Il corpo richiede la stessa attenzione paziente che dedichiamo alle parole.
 
Anche nell’ascolto di una campana ciascuno può incontrare qualcosa di diverso. Il suono può favorire la concentrazione, suscitare un’emozione, risultare distante o persino fastidioso. Dare spazio a queste differenze è parte della pratica. Non occorre provare ciò che immaginiamo di dover provare.
 
Per me, risuonare comincia da questa disponibilità a lasciarsi raggiungere e a riconoscere la propria risposta. Accade con un suono, ma anche con una voce, un gesto, la presenza di qualcuno. Ci sono incontri che continuano a lavorare dentro di noi molto tempo dopo che sono finiti.
 
Quando uso la parola universo, penso alla vita di cui siamo parte. All’aria che respiriamo, ai luoghi che ci ospitano, alle persone grazie alle quali siamo arrivati fin qui. Penso a quanto riceviamo ogni giorno senza accorgercene.
 
Il concetto di interessere mi aiuta a riconoscere questi legami. La nostra esperienza, così personale, prende forma continuamente nel rapporto con ciò che ci circonda. Anche in un momento di silenzio siamo in relazione: con l’ambiente, con il nostro passato, con chi pratica accanto a noi.
 
L’incontro con Kimiko Nita e con il Naikan ha reso questa riflessione più concreta. Questa pratica giapponese di introspezione propone tre domande, riferite a una persona e a un periodo preciso della nostra vita: Che cosa ho ricevuto? Che cosa ho dato? Quali difficoltà ho causato?
 
Soffermarsi sulle risposte richiede tempo. Si torna a fatti precisi: qualcuno ha preparato un pasto per noi, ci ha ascoltato, si è occupato di qualcosa che non riuscivamo a fare. Gesti che possiamo aver dimenticato, soprattutto quando il ricordo di una relazione è occupato dal dolore o dalla delusione.
 
Nel Naikan riconosco un legame con l’interessere: guardando con attenzione la nostra storia, scopriamo quanto la vita degli altri abbia reso possibile la nostra. Anche ciò che consideriamo una conquista personale porta spesso il contributo di molte persone.
 
La domanda sulle difficoltà che abbiamo causato invita ad assumere responsabilità per il nostro comportamento. Nel mio lavoro considero essenziale affrontarla con delicatezza. Riconoscere il proprio contributo a una relazione non significa attribuirsi la colpa di ciò che si è subito, né negare una ferita. Possiamo riconoscere ciò che abbiamo ricevuto e, insieme, sentire il bisogno di proteggerci.
 
Per me, questo esercizio ha un’affinità con l’ascolto della campana: concedersi il tempo di accorgersi di qualcosa che era rimasto sullo sfondo. Nel suono seguiamo una vibrazione; nel Naikan torniamo a un gesto, a una presenza, a un momento della nostra storia. Il ricordo di una relazione può così diventare più ampio, capace di contenere aspetti che prima non riuscivamo a vedere.
 
Anche il corpo partecipa a questa riflessione. Mentre ricordiamo, possiamo accorgerci di una tensione, di un’emozione, del bisogno di fermarci. Ascoltare queste risposte ci aiuta a rispettare il nostro tempo. Possiamo desiderare vicinanza e aver bisogno di spazio, essere grati e chiedere reciprocità.
 
Queste riflessioni hanno accompagnato anche il recente workshop Risuonare con l’Universo, che ho condotto insieme a Kouji Miki. Attraverso la consapevolezza corporea, il mantra di Kokūzō e l’ascolto del canto gregoriano, abbiamo dedicato tempo alla voce e al silenzio. Ci accompagnava una domanda: che cosa succede quando diamo al corpo il tempo di ascoltare?
 
È una domanda che continua oltre la pratica meditativa. Può accompagnarci mentre parliamo con qualcuno, lavoriamo, attraversiamo una giornata faticosa.
 
Ci accorgiamo di come stiamo respirando? Riusciamo a riconoscere la stanchezza prima di chiedere ancora qualcosa a noi stessi? Stiamo ascoltando la persona che abbiamo davanti o preparando già la risposta?
 
Dopo tanti ritorni in Giappone, porto con me soprattutto domande come queste. Il ricordo della campana di Kōmyō-ji mi invita a riprenderle senza fretta. Seguire un suono fino al suo spegnersi è una pratica semplice. Eppure, richiede di restare, di dare tempo, di ascoltare anche quando sembra che non ci sia più nulla da sentire.


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